Ai REFERENDUM del 12-13 Giugno 2011 HO VOTATO SI alla Abrogazione : NUCLEARE, ACQUA 1, ACQUA 2, LEGITTIMO IMPEDIMENTO

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Agosto 2011 Lu01. Ma02. Me03. Gv04. Ve05. Sa06. Do07. Lu08. Ma09. Me10. Gv11. Ve12. Sa13. Do14. Lu15. Ma16. Me17. Gv18. Ve19. Sa20. Do21. Lu22. Ma23. Me24. Gv25. Ve26. Sa27. Do28. Lu29. Ma30. Me31.

Luglio 2011 Ve01. Sa02. Do03. Lu04. Ma05. Me06. Gi07. Ve08. Sa09. Do10. Lu11. Ma12. Me13. Gi14. Ve15. Sa16. Do17. Lu18. Ma19. Me20. Gi21. Ve22. Sa23. Do24. Lu25. Ma26. Me27. Gi28. Ve29. Sa30. Do31.

Giugno 2011 Me01. Gi02. Ve03. Sa04. Do05. Lu06. Ma07. Me08. Gv09. Ve10. Sa11. Do12. Lu13. Ma14. Me15. Gv16. Ve17. Sa18. Do19. Lu20. Ma21. Me22. Gv23. Ve24. Sa25. Do26. Lu27. Ma28. Me29. Gv30.

Maggio 2011 Do01. Lu02. Ma03. Me04. Gv05. Ve06. Sa07. Do08. Lu09. Ma10. Me11. Gv12. Ve13. Sa14. Do15. Lu16. Ma17. Me18. Gv19. Ve20. Sa21. Do22. Lu23. Ma24. Me25. Gv26. Ve27. Sa28. Do29. Lu30. Ma31. Aprile 2011 Ve01. Sa02. Do03. Lu04. Ma05. Me06. Gi07. Ve08. Sa09. Do10. Lu11. Ma12. Me13. Gi14. Ve15. Sa16. Do17. Lu18. Ma19. Me20. Gi21. Ve22. Sa23. Do24. Lu25. Ma26. Do27. Lu28. Ma29. Me30.

Marzo 2011 Ma01. Me02. Gv03. Ve04. Sa05. Do06. Lu07. Ma08. Me09. Gv10. Ve11. Sa12. Do13. Lu14. Ma15. Me16. Gv17. Ve18. Sa19. Do20. Lu21. Ma22. Me23. Gv24. Ve25. Sa26. Do27. Lu28. Ma29. Me30. Gi31. Febbraio 2011 .Ma01. .Me02. .Gi03. .Ve04. .Sa05. .Do06. .Lu07. .Ma08. .Me09. .Gi10. .Ve11. .Sa12. .Do13. .Lu14. .Ma15. .Me16. .Gi17. .Ve18. .Sa19. .DO20. .Lu21. .Ma22. .Me23. .Gi24. .Ve25. .Sa26. .Do27. .Lu28. Gennaio 2011 Sa01. Do02. Lu03. Ma04. Me05. Gv06. Ve07. Sa08. Do09. Lu10. Ma11. Me12. Gv13. Ve14. Sa15. Do16. Lu17. Ma18. Me19. Gi20. Ve21. Sa22. Do23. Lu24. Ma25. Me26. Gi27. Ve28. Sa29. Do30. Lu31. Dicembre 2010 Me 01. Gv02. Ve03. Sa04. Do05. Lu06. Ma07. Me08. Gv09. Ve10. Sa11. Do12. Lu13. Ma14. Me15. Gv16. Ve17. Sa18. Do19. Lu20. Ma21. Me22. Gv23. Ve24. Sa25. Do26. Lu27. Ma28. Me29. Gv30. Ve31. Novembre 2010 Lu 01. Ma02. Me03. Gv04. Ve05. Sa06. Do07. Lu08. Ma09. Me10. Gv11. Ve12. Sa13. Do14. Lu15. Ma16. Me17. Gv18. Ve19. Sa20. Do21. Lu22. Ma23. Me24. Gv25. Ve26. Sa27. Do28. Lu29. Ma30. Ottobre 2010 Ve01. Sa02. Do03. Lu04. Ma05. Me06. Gv07. Ve08. Sa09. Do10. Lu11. Ma12. Me13. Gv14. Ve15. Sa16. DO17. Lu18. Ma19. Me20. Gi21. Ve22. Sa23. Do24. Lu25. Ma26. Me27. Gv28. Ve29. Sa30. Do31. Settembre 2010 Me 01. Gi02. Ve03. Sa04. Do05. Lu06. Ma07. Me08. Gv09. Ve10. Sa11.

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Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi - dal 2010-10-21 ad oggi 2011-08-02 Sintesi (Più sotto trovate gli articoli)

TV , STAMPA, LIBERTA' D'INFORMAZIONE, WEB

Il bilancio Tra due anni il rosso rischia di superare il capitale sociale Esplode il deficit, è emergenza

L'azienda venderà i suoi palazzi Dirigenti all'attacco sulla gestione, domani vertice con il dg Il piano di risanamento Il bilancio Tra due anni il rosso rischia di superare il capitale sociale

Un deficit alla fine del 2012 di 600 milioni di euro, più del capitale sociale della Rai, 550 milioni.

La previsione di deficit per il 2010, fissato in 116 milioni di euro, lieviterà a 120 se non a 130.

Raccolta pubblicitaria che stranamente non decolla. La Rai non ha mai avuto tanti ascolti come in questo periodo grazie a 13 canali, di cui 10 tematici: 44% di ascolti contro il 38% di Mediaset e l'8% attestato di Sky (primi dieci mesi 2010). Eppure la raccolta della pubblicità da parte della Sipra misteriosamente arranca: un avaro + 4% rispetto al disastroso 2009 che cozza contro il + 8% di Publitalia per una Mediaset che, invece, non cresce in ascolti. Per di più, e ancora peggio: l'ottobre è addirittura inspiegabilmente in calo rispetto all'ottobre dell'annus horribilis 2009. Anche per questo oggi è prevista un'audizione della Sipra.

ST

DG

Studio Tecnico

Dalessandro Giacomo

41° Anniversario - SUPPORTO ENGINEERING-ONLINE

I sindacati temono soprattutto l'outsourcing, ovvero l'uscita dall'azienda di alcune mansioni (proprio ciò che è contenuto nel piano). Secondo i calcoli del settimo piano, tra incentivi all'uscita (prepensionamenti), outsourcing e blocco del turn-over, la Rai potrebbe "alleggerirsi" di mille dipendenti.

Ma cosa prevede il piano industriale e perché Masi rinvia? Le linee sono già state immaginate a maggio e hanno avuto un aggiornamento il 13 ottobre scorso, come risulta nel documento che circola al settimo piano. Dieci punti principali. 1-Revisione del modello organizzativo: definizione di un macro-assetto al passo con l'offerta digitale e, nell'area informazione, aggregazione di Rai News 24, Televideo e parte di Rai International. 2-Assetti societari: fusione per incorporazione nella Rai di Raitrade e Rainet (fine dei Consigli di amministrazione) e della società di distribuzione 01 in Rai cinema. 3-Rai Internazionale: fine delle attività produttive per Rai Corporation (l'attuale presidente Massimo Magliaro dovrà affrontare un'indagine interna e una esterna della Corte dei Conti per la gestione economica). 4- Affidamento a società esterne dell'ufficio abbonamenti e dei servizi generali. 5- Ristrutturazione della produzione: affidamento a società esterne delle riprese, dei trucchi e dei costumi. 6- Cessione delle 1500 torri di trasmissione di Raiway (con annessi terreni e fabbricati) con un prevedibile incasso di 300 milioni di euro. 7- Riduzione delle spese per tutti gli uffici di corrispondenza e revisione delle aree "coperte" (leggi: chiusura di alcune sedi). 8- Questione immobiliare, delicatissima. A Roma si immagina l'accorpamento di tutta la Rai in una sola sede, probabilmente a Saxa Rubra con la costruzione di una Saxa-2 con la conseguente vendita delle sedi storiche di viale Mazzini, via Teulada, via Asiago (aree pregiatissime nel quartiere Prati). A Torino vendita della storica sede di via Cernaia e accorpamento in corso Giambone. A Venezia vendita del meraviglioso palazzo Labia affrescato dal Tiepolo. 9- Progetto operativo da sottoporre al governo per il recupero del canone evaso (500 milioni di euro annui) agganciandolo alla bolletta elettrica. 10- Ridisegno del modello organizzativo e produttivo della radiofonia.

Internet, l'informatore, ll Giornalista, la stampa, la TV, la Radio, devono innanzi tutto informare correttamente sul Pensiero dell'Intervistato, Avvenimento, Fatto,

pena la decadenza dal Diritto e Libertà di Testimoniare. Poi si deve esprimere separatamente e distintamente il proprio personale giudizio.

Per conoscer le mie idee Vedi il "Libro dei Miei Pensieri"html PDF

Il mio commento sull'argomento di Oggi è :

…………………………………………………………..

Per. Ind. Giacomo Dalessandro

IL CASO

Domande a confronto

L'intervista del Tg1 a Berlusconi del 2 febbraio 2011 e quella del Tg3 a Prodi del 5 luglio 2007

Le domande di Michele Renzulli a Berlusconi nel Tg1 del 2 febbraio 2011

- "Presidente, negli ultimi due anni l’Italia ha tenuto alto l'argine della stabilità e dei conti, come hanno riconosciuto l’Europa e il Fmi. Ora è il momento di tornare a crescere, in che modo?"

 

- "Molti analisti sostengono che l'Italia è ancora un Gulliver, ovvero un gigante bloccato da lacci e lacciuoli. Lei è sceso in politica nel 1994 promettendo la rivoluzione liberale. Per dare una scossa alla nostra economia è arrivato il momento di andare fino in fondo?"

- "Proprio su questi temi lei ha fatto una proposta di collaborazione con l’opposizione che ha risposto che non è credibile. Ma dietro questo rifiuto secondo lei aleggia il partito della patrimoniale, la vecchia ricetta che per risolvere i nodi della nostra economia punta sempre sulla scorciatoia dell’aumento della pressione fiscale?".

Le domande di Pierluca Terzulli a Prodi nel Tg3 del 5 luglio 2007

- "Presidente Prodi, la scorsa settimana avete presentato il documento di programmazione economica, per altro contestato da Bruxelles e dal Fondo Monetario, si può dire che volete passare dalla fase dei sacrifici a quella dell’abbassamento delle tasse? "

- "Sul suo tavolo ora c’è anche la questione scottante della riforma del sistema previdenziale, D’Alema: "dice non ci sono soldi per abolire lo scalone", lei condivide?"

 

- "Sulle pensioni però è in atto un braccio di ferro nella sua maggioranza con minacce di crisi e polemiche ad oltranza, non teme che tutto ciò a lungo andare possa indebolire il suo Governo?"

- "Berlusconi sostiene che ci sono molti senatori pronti ad abbandonare la maggioranza. Lei è preoccupato?"

- "Tra i fatti nuovi di questi giorni c’è la candidatura di Veltroni alla guida del Partito Democratico. E’ un fatto che secondo lei rafforza il Governo o avvicina la data delle elezioni?"

- "Lei conosce bene Veltroni e gli uomini che dovrà guidare. Che consiglio gli darebbe?"

 

Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi - dal 2010-10-17 ad oggi 2011-07-30

AVVENIRE

per l'articolo completo vai al sito internet

http://www.avvenire.it

2011-08-02

 

 

 

 

2011-07-28

28 luglio 2011

DIGITALE TERRESTRE

Ue conferma: "Mediaset deve

rimborsare aiuti per decoder"

La Corte ha dunque confermato che i contributi italiani per l'acquisto dei decoder digitali terrestri nel 2004 e 2005 "costituiscono aiuti di Stato incompatibili con il mercato comune. Le emittenti radiotelevisive che hanno beneficiato indirettamente degli aiuti di Stato sono tenute a rimborsare le somme corrispondenti ai vantaggi in tal modo ottenuti".

Con la legge finanziaria del 2004 - si ricorda nel dispositivo - l'Italia ha concesso un contributo pubblico di 150 euro ad ogni utente del servizio di radiodiffusione che acquistasse o noleggiasse un apparecchio per la ricezione, in chiaro, dei segnali televisivi digitali terrestri. Il limite di spesa del contributo è stato fissato a 110 milioni. La legge finanziaria del 2005 ha reiterato tale provvedimento nello stesso limite di spesa di 110 milioni, riducendo tuttavia il contributo per ogni singolo decoder digitale a 70 euro. Il consumatore che avesse però scelto un apparecchio che consentisse esclusivamente la ricezione di segnali satellitari non poteva ottenere il contributo: contro i contributi le emittenti televisive Centro Europa 7 e Sky Italia hanno inoltrato esposti alla Commissione.

Con la decisione del 2007, Bruxelles osservava, in effetti, che detti contributi costituivano aiuti di Stato a favore delle emittenti digitali terrestri che offrivano servizi televisivi a pagamento nonchè degli operatori via cavo fornitori di servizi televisivi digitali a pagamento, ordinando il recupero degli aiuti. Mediaset ha allora presentato un ricorso, ma nel giugno del 2001, il Tribunale lo ha respinto, confermando che il contributo costituiva un vantaggio economico a favore delle emittenti terrestri.

Oggi anche la successiva impugnazione di Mediaset è stata respinta. Ora "spetterà al giudice nazionale

fissare l'importo dell'aiuto da recuperare sulla base delle indicazioni delle modalità di calcolo fornite dalla

Commissione".

 

 

 

 

 

 

2011-03-15

15 marzo 2011

LE INCHIESTE DI AVVENIRE

Beni culturali, speso solo il 45%

Sostenere che si sarebbero potuti salvare gli antichi muri di Pompei forse sarebbe azzardato, e anche un po’ demagogico. Ma non si andrebbe troppo lontano dal vero. Di certo ci sono molti progetti che si sarebbero potuti portare a termine tra manutenzioni straordinarie, nuove tutele e valorizzazioni di siti, se solo ci fossero stato i soldi per finanziarli. O meglio: se solo il ministero dei Beni e delle Attività culturali (Mibac) fosse stato capace di spenderli, i soldi. Perché – ecco la notizia – in realtà i fondi c’erano e ci sono, ma il ministero non riesce a spenderli: oltre la metà delle sue disponibilità, infatti, resta in cassa incagliato nelle pastoie burocratiche, bloccato nei cassetti degli uffici, perso nei meandri di via del Collegio Romano a Roma.

La prova è in una circolare (la n.36 del 4 febbraio 2011) firmata dal direttore generale del ministero, Mario Guarany, nella quale si dà conto del "monitoraggio delle contabilità speciali e dei conti di tesoreria unica al 31 dicembre 2010", che Avvenire ha "intercettato". Ebbene, alla fine dello scorso anno, il bilancio evidenziava una "disponibilità finanziaria pari a 545.231.631,09 euro corrispondente al 55% del totale generale delle entrate ammontanti a 991.297.847,23 euro comprensive del debito trasportato al 1 gennaio 2010 (...) e delle entrate affluite nei mesi di gennaio-dicembre (...)". Tradotto, significa che nel 2010 – l’annus horribilis dei tagli alla cultura, quello nel quale la scure severa del ministro dell’Economia Giulio Tremonti si è abbattuta sui fondi destinati alla cultura italiana – il ministero non ha utilizzato oltre la metà dei soldi a sua disposizione, lasciando in cassa qualcosa più di mezzo miliardo di euro. Nella circolare si evidenziano con precisione e largo utilizzo di grafici le diverse voci di spesa e le percentuali di utilizzo dei fondi da parte degli "istituti periferici" e divisioni varie. Si va dal 37% dei "Beni archeologici e paesaggio" al 69% delle "Soprintendenze", passando per il 39% delle "Direzioni regionali" e il 50% degli "Archivi".

A Pompei "avanzati" 29 milioni

Appare ancora peggiore il quadro dell’utilizzo delle entrate esaminando i "Conti di tesoreria unica" (si veda la tabella in pagina) nei quali tolto l’exploit del "Polo museale napoletano", per il quale sono stati usati quasi il 90% dei fondi a disposizione, il resto delle percentuali di utilizzo è sconfortante. Si va dal 13% dell’"Opificio delle pietre dure di Firenze" al 19% della sovrintendenza "Archeologica di Roma"; dal 21% dell’"Archivio centrale dello Stato" al 29% della "Biblioteca nazionale di Firenze". Fino ad arrivare – e parliamo del caso che ha occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo appena qualche mese fa – proprio alla soprintendenza speciale dei "Beni archeologici di Napoli e Pompei" per la quale erano disponibili nel 2010 entrate pari a 50 milioni di euro e ne sono stati spesi poco più di 21 milioni, pari al 42% circa. Con un residuo ancora in cassa, quindi, di quasi 29 milioni di euro. Abbastanza per salvare i muri della "Casa del moralista" di Pompei crollati nel novembre scorso? Probabilmente sì, anche se non lo sapremo mai con certezza.

Questione amministrativa

Ma come è possibile che i soldi non vengano spesi, quando un giorno sì e l’altro pure vengono chieste (e ultimamente anche offerte) le dimissioni del ministro Bondi? Mentre si susseguono le proteste nel mondo della cultura per i tagli alle risorse? Tagli che hanno portato proprio ieri alle dimissioni di Andrea Carandini dalla carica di presidente del Consiglio superiore per i beni culturali (si veda l’articolo sotto). La questione in realtà è assai poco politica e molto amministrativa, nel senso che – una volta separata la funzione di indirizzo da quella di gestione, come hanno previsto le normative in materia introdotte negli anni Novanta – sono i dirigenti del dicastero, e non il ministro o i sottosegretari, ad essere direttamente responsabili dei flussi di cassa e degli impegni di spesa. E, all’interno del già complesso bilancio del Mibac, negli anni hanno finito per proliferare le cosiddette "contabilità speciali". Attualmente sono oltre 300, nelle quali confluiscono gli impegni "propri" derivanti da contratti e quelli diciamo "impropri" basati su accordi non ancora adeguatamente formalizzati. Completano il quadro procedure d’asta antiquate, progettazioni e gare senza capitolati dettagliati e altre farraginosità sulle quali da tempo un comitato scientifico è stato incaricato di proporre iniziative di riforma. Incombe infatti la nuova legge di contabilità e finanza pubblica (la 196 del 31/12/2009) che prevede il "definanziamento delle leggi di spesa totalmente non utilizzate negli ultimi tre anni".

"Cerchiamo di spendere qualcosa in più"

Sarà anche per questo che la circolare del direttore generale del ministero si chiude con una raccomandazione. "Considerata la diversa capacità di spesa (...) si richiama l’attenzione dei Funzionari Delegati, che la direttiva generale prevede un obiettivo strategico di "miglioramento dell’efficienza nell’utilizzo delle risorse disponibili" con declinazione nell’obiettivo operativo di "Massimizzazione dell’utilizzo delle risorse disponibili", da attuare mediante l’incremento delle uscite, nel corso dell’esercizio 2011, per almeno il 5% rispetto al 2010". Insomma, dice la circolare, "cari dirigenti del ministero cerchiamo per l’anno prossimo di arrivare a spendere almeno il 48-50% dei fondi a disposizione". Un obiettivo alto, uno sforzo titanico. Anche perché, in caso contrario, non scatteranno i bonus previsti in busta paga. Con buona pace del Moralista di Pompei.

Post scriptum: Nei giorni scorsi abbiamo provato a contattare sia il direttore generale del ministero sia l’ufficio stampa per avere commenti in merito, ma nessuno ha risposto alle nostre sollecitazioni.

Francesco Riccardi

 

 

 

 

 

 

 

2010-10-22

21 ottobre 2010

RAITRE

Villa ad Antigua, Berlusconi

cita Report per diffamazione

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha dato mandato all'avvocato Fabio Lepri di Roma per procedere in sede giurisdizionale, al fine di ottenere l'accertamento della natura offensiva e diffamatoria del servizio diffuso il 17 ottobre scorso su Rai Tre durante la trasmissione Report, sui suoi presunti possedimenti nell'isola caraibica di Antigua, con integrale risarcimento dei danni. Il giudizio, viene spiegato, sarà promosso contro tutti i responsabili dell'illecito, e sarà chiesta anche la pubblicazione della futura sentenza sui principali mezzi di comunicazione.

"Se il premier si ritiene diffamato, è un suo diritto intraprendere tutte le azioni che crede: noi ci difenderemo nelle sedi competenti": è il commento a caldo di Milena Gabanelli, conduttrice di Report, alla notizia dell'iniziativa legale di Silvio Berlusconi. "La domanda posta nell'inchiesta - ricorda Gabanelli - era una sola: da chi lui ha acquistato quei terreni. È una risposta che per il momento non ci pare ci sia".

 

 

 

 

22 ottobre 2010

DELITTO MEDIATICO

C'è il decreto:

ecco le tariffe editoriali

Diventano effettive le nuove tariffe postali per la stampa. Con un ritardo di qualche giorno è stato firmato ieri dal ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, e dal collega del Tesoro, Giulio Tremonti, il decreto che mantiene le garanzie date dal governo dopo il blitz che, il 1° aprile scorso (e senza alcuna preventiva consultazione delle categorie interessate), cancellò le vecchie agevolazioni provocando un improvviso aumento fino al 100-120%. Le nuove tariffe, che di fatto si limitano a ridurre il danno procurato, saranno applicabili secondo il decreto (che aveva già ricevuto il parere favorevole di Paolo Bonaiuti, sottosegretario con delega all’editoria), in via retroattiva dal 1° settembre del 2010. Il comunicato congiunto diffuso dal ministero e da Palazzo Chigi afferma che si è potuti arrivare a questa "conclusione" recependo l’accordo raggiunto il 21 luglio "tra le associazioni degli editori, in particolare la Fieg, l’Uspi, l’Anes, la File e la Fisc e Poste Italiane". E consentendo "di ottenere tariffe compatibili sia con le esigenze degli editori, sia con i vincoli generali di bilancio pubblico".

Insomma, appunto, una riduzione del danno. I contenuti dovrebbero, pertanto, essere rimasti immutati. L’intesa di luglio prevedeva un aumento tariffario del 38% in media annua per il periodo da settembre al 31 agosto 2011 e un rialzo ulteriore del 17% medio a partire da settembre 2011. C’è inoltre una differenziazione delle tariffe a seconda della destinazione degli abbonamenti, con un incremento medio più basso, del 24%, nelle aree metropolitane che poi sale al 29% nei capoluoghi di provincia e al 43% nelle aree extra-urbane. Era stata poi una successiva legge, la 163 pubblicata il 5 ottobre sulla "Gazzetta Ufficiale", ad affidare a un decreto interministeriale (quello firmato ieri, appunto) la determinazione delle tariffe massime, senza più oneri a carico dello Stato.

"Soddisfazione, se il decreto ricalca in effetti l’accordo di luglio", è stata manifestata da don Giorgio Zucchelli, presidente della Federazione di quei settimanali cattolici (a cui aderiscono 188 testate) che sono stati fra i più colpiti nell’arco di questi mesi, molti messi a rischio di sopravvivenza e quasi tutti con contrazione del numero di pagine e di uscite. Anche per lui, insomma, la "riduzione del danno" è un esito che si può considerare positivo e "un riconoscimento speciale" va dato "alla vicinanza giuntaci dal ministro del Lavoro, Sacconi". Zucchelli ha sottolineato in particolare la norma che dovrebbe equiparare alle tariffe (inferiori) applicate ai quotidiani quelle dei periodici che sono in possesso di 4 elementi: almeno un’uscita settimanale, misure pari a 28x38 centimetri, un minimo di 16 pagine e una distribuzione al 90% dentro i confini regionali. Un’equiparazione che, secondo Zucchelli, dovrebbe contribuire a limitare ulteriormente il danno comunque prodotto dall’aumento "calmierato" previsto dal decreto. Inoltre questi periodici portano a casa la garanzia, da parte di Poste, di una distribuzione entro il giorno successivo alla consegna.

Peraltro questa vicenda degli abbonamenti postali rappresenta solo uno spicchio, per quanto importante, della più generale partita dei fondi all’editoria, che vede da mesi impegnata anche la Fnsi (il sindacato dei giornalisti) e Mediacoop. In una tabella della recente Legge di stabilità, il governo avrebbe confermato in non più di 195 milioni di euro i finanziamenti stanziati per i giornali nel 2011. Ma in realtà si ridurrebbero a 150 circa, considerando che con questa voce si vogliono pagare anche i costi del contratto di servizio pubblico con la Rai.

Eugenio Fatigante

 

 

 

 

 

 

 

CORRIERE della SERA

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2011-08-02

UN’AGENDA PER LA CRESCITA - Giovedì l'incontro tra l'esecutivo e le parti sociali

Se l’impresa è più credibile dello Stato

L'export italiano fa registrare incrementi paragonabili a quello tedesco. Ora tocca al governo fare la sua parte

(Ap)

(Ap)

Più 17 per cento. Nei primi cinque mesi del 2011 l'export manifatturiero italiano ha fatto segnare un risultato che si può definire "tedesco". Nello stesso periodo, infatti, il poderoso sistema industriale made in Germanyha incrementato le proprie vendite all'estero del 17,7%. Ci battono, dunque, ma per una volta solo al fotofinish. E lo 0,7% a nostro svantaggio nell'export 2011 è una bazzecola rispetto agli oltre 300 punti base di spread che separano l'affidabilità dei Bund tedeschi da quella dei nostri Btp. Duole dirlo, ma le nostre imprese sono nettamente più credibili e competitive del nostro Stato.

Sembra incredibile che in questa travagliata estate del 2011 possano spuntare notizie come questa ma il dato è di ieri e proviene dall'analisi dei settori industriali che Prometeia e IntesaSanpaolo redigono periodicamente con grande professionalità. L'Italia delle imprese, grandi e piccole, si batte dunque giorno per giorno sui mercati esteri nonostante che il governo abbia incredibilmente pasticciato sulla riforma dell'Istituto del commercio estero, diventata poi per strada un'abolizione secca. Le indiscrezioni che arrivano dalle piazze commerciali sono preoccupanti: spazi espositivi alle fiere disdetti all'ultimo momento, funzionari che non hanno potere di firma, progetti in bilico, eppure il made in Italy non si ferma e corre come una Pellegrini.

Parlare della straordinaria vitalità delle imprese italiane serve più di tante parole di circostanza a spiegare il valore dell'iniziativa avviata in questi giorni dalle forze sociali. Guai a valutarla solo adottando un'ottica romana, guai di conseguenza a compilare un miope catalogo delle convenienze. Dietro quel documento più che un elenco di sigle c'è un'Italia che non si arrende e chiede alla politica di fare il suo mestiere. Un'Italia che per buona parte alle ultime politiche ha votato per il centrodestra e oggi si sente delusa. Quando furono resi noti i punti-chiave della manovra di rientro ideata dal governo e furono avanzate le prime critiche per la debolezza delle misure pro-crescita, ministri ed esponenti della maggioranza reagirono nervosamente. Ora lo dichiarano tranquillamente anche i più ligi: sarà per un deficit di competenze, sarà per la difficoltà obiettiva di varare misure immediatamente redditizie, non abbiamo un'agenda - forse neanche un block notes - della crescita. Nei mesi scorsi abbiamo sprecato l'occasione del Pnr, il piano di riforme che Bruxelles da quest'anno chiede ai Paesi membri. Andate a consultare i rispettivi documenti di Italia, Francia e Germania (Corriere, 6 luglio 2011) e vedrete la differenza. Laddove Parigi e Berlino avevano individuato il loro asse di sviluppo, noi abbiamo balbettato.

Bene hanno fatto dunque Marcegaglia, Mussari, Malavasi, Marino, Bonanni, Camusso e gli altri a prendere l'iniziativa. Tutti i leader delle categorie produttive sanno benissimo che siamo entrati in una fase "geneticamente" nuova delle politiche pubbliche e sono coscienti che da oggi in poi non si potrà più produrre crescita tramite incremento della spesa. Non per questo si sono arresi e del resto non potrebbero, gli uni perché devono rendere conto agli imprenditori del "più 17%" e gli altri perché hanno una responsabilità nei confronti dei lavoratori che stanno firmando ovunque accordi aziendali orientati all'aumento di produttività e alla condivisione degli obiettivi. Seppur con qualche ritardo, bene ha fatto anche il governo a prendere sul serio il manifesto delle parti sociali e a organizzare un incontro formale per giovedì 4 a Roma. Ma attenzione, stavolta gli italiani non vogliono vertici ad uso dei fotografi o, peggio, kermesse oratorie. I cittadini che si stanno concedendo una pausa per le meritate ferie e i loro connazionali che quest'anno non avranno i soldi per lasciare la città hanno un'aspettativa in comune: pregano che da quella riunione esca un messaggio chiaro, un'inversione di tendenza, una scossa, una discontinuità. Scegliete la metafora che volete ma governo e parti sociali hanno solo 48 ore per prepararla. Non sprecatele.

Dario Di Vico

02 agosto 2011 09:41

 

 

 

l'ok della commissione cultura di montecitorio, ora la palla passa al senato

La Camera approva la riforma dell'ordine dei giornalisti: ora serve la laurea

Iacopino (presidente Odg): "E' una legge che non tiene conto della realtà"

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MILANO - "Una legge che non tiene conto della realtà non è una buona legge. Pur condividendo alcuni suoi elementi aggiunge ulteriore confusione". Così Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti, commenta a caldo il via libera della commissione Cultura della Camera dei deputati (con un solo astenuto) al progetto di riforma dell'ordine dei giornalisti.

LE NOVITA' - L’introduzione di un numero massimo dei membri del Consiglio (fissato in 90 contro gli attuali 150 in progressiva crescita dati gli automatismi attualmente vigenti: "un segnale di risparmio anche al Paese in un momento in cui la politica si chiude in trincea", dice Iacopino), la previsione che i giornalisti professionisti debbano avere almeno una laurea triennale e che gli aspiranti pubblicisti debbano superare un esame di cultura generale che attesti, tra l’altro, la conoscenza dei principi di deontologia professionale. Ecco in sintesi gli elementi innovativi della legge di riforma dell'organismo rappresentativo dei giornalisti, ora in attesa del via libera di palazzo Madama, che potrà recepirla in toto (in tal caso servirà soltanto la promulgazione del presidente della Repubblica) o parzialmente (e in tal caso, invece, dovrà tornare di nuovo alla Camera). Eppure - nonostante le prime vere novità relative all'accesso alla professione dopo 48 anni di vuoto normativo (la legge costitutiva dell'ordine è del 1963) - il massimo organismo della categoria mette in evidenza alcuni elementi di frizioni con il dettato legislativo, in distonia rispetto al documento presentato dal Consiglio nazionale dell'Ordine al Parlamento.

LE FRIZIONI - Soprattutto il fatto che siano state cancellate dalla proposta la commissione deontologica nazionale (per volere dell'esecutivo) e il giurì per la correttezza dell’informazione (desiderata del ministero del Tesoro). "L’una e l’altro - dice Iacopino - avrebbero consentito di dare risposte in tempi più rapidi alle doglianze dei cittadini su comportamenti ritenuti scorretti di giornalisti". Ma c'è maretta anche per l’introduzione di un rapporto di due a uno (negli organi di rappresentanza) tra professionisti e pubblicisti che "penalizza fortemente i secondi". In una professione sbilanciata - almeno a livello numerico - sui pubblicisti (circa 78mila, rispetto ai 28mila professionisti), il cui status è praticare la professione non in via esclusiva.

I COMMENTI - "Sono soddisfatto sia passata la riforma dell'Ordine dei giornalisti nella commissione cultura della Camera con un voto praticamente unanime visto che c'è stato soltanto un astenuto", è invece il commento di Giancarlo Mazzuca, deputato del Pdl e relatore del provvedimento. "Molti colleghi mi hanno chiesto che senso ha portare avanti questa legge quando si parla di azzerare tutti gli ordini. Anch'io in realtà sono favorevole a un azzeramento, ma il rischio era che succedesse la stessa cosa capitata con l'abolizione delle province, tutti ne parlano ma non si fa niente. Non si poteva andare avanti con una legge vecchia di 50 anni, varata nel 1963. Questa riforma serve a snellire e modernizzare l'ordine a dargli più senso e efficienza, più regole nell'accesso alla professione", ha aggiunto. Giuseppe Giulietti, del gruppo Misto e membro della commissione Cultura, sottolinea invece la delusione per lo scorporo della parte della riforma sul giurì: "Ho votato comunque sì, perché è importante intervenire sull'Ordine regolato da una legge vecchia di 50 anni, ma non capisco lo scorporo della parte sul giurì, che avrebbe permesso di affrontare un tema come quello delle rettifiche e di agire per la difesa soprattutto dei senza reddito e dei senza potere. Ora la riforma andrà al Senato dove sicuramente verrà modificato qualcosa e poi tornerà qua".

Fabio Savelli

02 agosto 2011 18:19

 

 

 

 

2011-07-30

rapporto sullo stato della rete di akamai

L'Italia su Internet cresce al rallentatore

Aumentano gli indirizzi e le connessioni veloci, ma siamo penultimi in Europa. Ancora troppe connessione lente

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Le connessioni con fibra ottica sono ancora poco usate in Italia (Fotolia)

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MILANO – Altro che locomotiva. Sulle autostrade digitali l’Italia va a passo di lumaca, anche se lentamente migliora. È ancora una volta un bollettino scoraggiante quello disegnato da Akamai nel suo "dossier sullo stato d’Internet" relativo al primo trimestre dell’anno. Migliora la posizione complessiva del nostro Paese, ma c’è ancora tanto da fare per poter garantire a tutti una Rete accessibile e veloce.

ITALIA LENTA A CONNETTERSI – Iniziamo con l’annoso problema della velocità delle connessioni. L’Italia ha un unico primato. E non è lusinghiero. Siamo il Paese europeo con il maggior numero di connessioni lente: lo 0,9% degli italiani si connette ancora a una velocità di 256kbps. In pratica, la vecchia connessione con doppino telefonico, preistoria dell’era digitale. Un dato che pur sembrando basso, è il più alto d’Europa, in una gara per altro ridotta a 7, visto che 16 Paesi del Vecchio continente su 23 hanno già abbandonato questo tipo di connessione. Man mano che accelerano i bit per secondo, l’Italia scivola verso il fondo: se la cava ancora con le velocità standard (2 Mbps) dove siamo 14esimi (l’85% degli utenti italiani ha una connessione a banda larga, ormai considerata necessaria). Iniziamo a perdere colpi sulla media di velocità delle nostre infrastrutture digitali:18esimi su 23 (appena 3,7 Mbps, contro i 7,5 dell’Olanda, in testa alla graduatoria). Mentre raschiamo il fondo sulle cosiddette "high broadband", le autostrade digitali su fibra ottica. L’Italia è penultima (in compagnia della Spagna e solo davanti alla Grecia) per utenze connesse a una velocità superiore ai 5Mbps (appena l’11% della popolazione, contro il 56% degli olandesi, ancora una volta alla guida della classifica europea), ma in aumento rispetto al 6% dell’ultimo trimestre. Se poi parliamo di città "superveloci" e cioè dotate di cablaggi che consentono di navigare ad altissime velocità, nelle prime 200 al mondo, neanche una è italiana. A dir la verità, appena 12 centri sono europei (e nessuno nelle prime 20) e l’Asia è padrona: la città giapponese di Tokai, al top della classifica, "viaggia" a una media di 13.2 Mbps. E tre Paesi asiatici (Corea del Sud, Hong Kong e Giappone) si confermano i Paesi "più veloci". Gli altri sette Paesi della top 10 sono tutti europei (senza Italia): con Romania, Repubblica ceca e Lituania che conducono l’ex "blocco dell’Est". Più indietro gli Stati Uniti ("solo" 12esimi). L’Italia è 39esima su 49 Paesi in classifica e recupera solo 3 posizioni rispetto a fine 2010.

MA CRESCE INTERNET (E GLI HACKER) – Se si parla di Internet non si può non parlare di pirati, sul web e sul mobile. In entrambi i casi, l’Italia è tra i Paesi da cui provengono più attacchi: per quanto riguarda i siti Internet, il Belpaese è in top 10. Mentre è addirittura prima sul mobile: il 25% degli hacker che attaccano i telefonini hanno una "base" in Italia. Un dato positivo per il nostro Paese però c’è. Internet cresce: gli indirizzi IP sono aumentati dell’11% rispetto agli ultimi tre mesi del 2010, toccando quota 13.632.661, il nono risultato del mondo.

UNO SGUARDO GLOBALE – In generale il dossier dà uno sguardo generale alla situazione della Rete e alla sua disponibilità nel mondo. Così si scopre che il Giappone, nonostante il cataclisma provocato dal terremoto e dal devastante tsunami dello scorso 11 marzo, non ha subito danni particolari alle proprie fibre ottiche, che si sono mantenute su livelli di altissima efficienza. Per un’infrastruttura che regge, un’altra, al contrario, si mostra molto "precaria". È ciò che è successo in Georgia, dove lo scorso aprile una signora di 75 anni ha tranciato una delle dorsali principali del Paese: "Ero solo in cerca di pezzi di metallo", ha detto l’anziana contadina in lacrime. La sua "svista" ha lasciato offline centinaia di miglia di persone in Georgia e nella vicina Armenia. "Io non so neanche cosa sia questo Internet", si è giustificata la donna.

Maddalena Montecucco

29 luglio 2011(ultima modifica: 30 luglio 2011 10:38)

 

 

 

 

2011-07-28

il massimo organismo giuridico dell'ue conferma una precedente sentenza

La Corte di giustizia dà torto a Mediaset:

"Gli incentivi ai decoder aiuti di Stato"

Dovrà restituire circa 220 milioni di euro e i vantaggi economici derivanti dall'aumento di share

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La corte di giustizia Ue ribadisce la sentenza sui decoder per il digitaele terrestre

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MILANO - Altra tegola su Mediaset, alle prese anche con la crisi di Endemol. La Corte di giustizia dell'Unione europea ha ribadito che Mediaset dovrà rimborsare lo Stato per gli aiuti erogati negli anni scorsi per l'acquisto dei decoder. La Corte ha quindi respinto il ricorso presentato dall'azienda televisiva dopo la sentenza dell'anno scorso. E ha perciò confermato che i contributi italiani per l'acquisto dei decoder digitali terrestri nel 2004 e 2005 "costituiscono aiuti di Stato incompatibili con il mercato comune. Le emittenti radiotelevisive che hanno beneficiato indirettamente degli aiuti di Stato sono tenute a rimborsare le somme corrispondenti ai vantaggi in tal modo ottenuti". Mediaset dovrà rimborsare non solo i 220 milioni di euro del contributo dello Stato, ma anche i vantaggi economici conseguenti all'aumento dello share causato dall'operazione.

LA SENTENZA UE - Con la legge finanziaria del 2004 - si ricorda nel dispositivo - l'Italia ha concesso un contributo pubblico di 150 euro ad ogni utente del servizio di radiodiffusione che acquistasse o noleggiasse un apparecchio per la ricezione, in chiaro, dei segnali televisivi digitali terrestri. Il limite di spesa del contributo è stato fissato a 110 milioni. La legge finanziaria del 2005 ha reiterato tale provvedimento nello stesso limite di spesa di 110 milioni, riducendo tuttavia il contributo per ogni singolo decoder digitale a 70 euro. Il consumatore che avesse però scelto un apparecchio che consentisse esclusivamente la ricezione di segnali satellitari non poteva ottenere il contributo: contro i contributi le emittenti televisive Centro Europa 7 e Sky Italia hanno inoltrato esposti alla Commissione. Con la decisione del 2007, Bruxelles osservava, in effetti, che detti contributi costituivano aiuti di Stato a favore delle emittenti digitali terrestri che offrivano servizi televisivi a pagamento nonché degli operatori via cavo fornitori di servizi televisivi digitali a pagamento, ordinando il recupero degli aiuti. Mediaset ha allora presentato un ricorso ma, nel giugno del 2010, il Tribunale lo ha respinto, confermando che il contributo costituiva un vantaggio economico a favore delle emittenti terrestri. Giovedì anche la successiva impugnazione di Mediaset è stata respinta. Ora "spetterà al giudice nazionale fissare l'importo dell'aiuto da recuperare sulla base delle indicazioni delle modalità di calcolo fornite dalla Commissione".

Redazione online

28 luglio 2011 15:57

 

 

UN CHIARIMENTO NECESSARIO

Quel che Tremonti non ha detto

I pagamenti in nero sono il male oscuro dell'economia nazionale. Quanti italiani possono affermare di non avere mai ceduto alla tentazione, magari per spese modeste e cose di poco conto? Quanti possono lanciare la prima pietra senza peccare d'ipocrisia? Ma la colpa è molto più grave se attribuita a persone che hanno l'obbligo istituzionale di esigere correttezza fiscale, di fissare le regole e di punire coloro che non le osservano.

Temo che il caso del ministro dell'Economia, se i sospetti delle scorse ore sui pagamenti effettuati per l'affitto del suo appartamento romano avessero qualche fondamento, apparterrebbe a questa categoria. Giulio Tremonti è stato in questi anni il custode dei conti pubblici, il cane mastino della finanza nazionale. Ha esercitato le sue funzioni con un rigore e una tenacia che hanno suscitato l'approvazione di Bruxelles e contribuito alla credibilità dell'Italia nelle maggiori istituzioni internazionali. Alcuni colleghi di governo lo accusano di averlo fatto con criteri automatici (i "tagli lineari") che non tengono alcun conto delle differenze che certamente esistono fra i diversi contribuenti e i diversi organi pubblici colpiti dalla stretta fiscale. Ma chiunque abbia la benché minima familiarità con le abitudini politiche nazionali sa che cosa accade quando un progetto di legge finanziaria diventa materia di negoziati estenuanti e di ritocchi progressivi. Può darsi che Tremonti abbia messo nell'operazione alcuni tratti del suo "cattivo carattere" e una certa dose di narcisismo intellettuale. Ma nessun osservatore in buona fede può dimenticare quali sarebbero in questo momento le condizioni della finanza italiana sui mercati internazionali se la sua volontà non avesse prevalso.

Il suo stile, tuttavia, gli ha creato nemici a cui non spiacerà sostenere, nei prossimi giorni, che anche il cerbero dei conti pubblici ha il suo tallone d'Achille. Il caso del ministro che paga in nero per un appartamento forse addirittura al centro di un'imbrogliata vicenda di favori e appalti rischia di diventare l'arma preferita dei suoi avversari. Qualcuno potrebbe persino sostenere che Tremonti è il nostro Murdoch. Se il magnate della stampa anglo-americana pretende di censurare i governi dall'alto della sua cattedra, ma compra le notizie corrompendo la polizia e intercettando le telefonate della gente, che cosa dire di un ministro dell'Economia e delle Finanze che pretende di tassare i suoi connazionali, ma accorda a se stesso un trattamento di favore?

Tremonti dovrebbe rompere la spirale dei sospetti e parlare con franchezza ai suoi connazionali. Non deve permettere che questa infelice vicenda diventi l'ennesimo scandalo della vita pubblica nazionale e contribuisca ad accrescere la sfiducia del Paese per la sua classe politica. Ci dica che cosa è realmente accaduto e, se ha commesso un errore di giudizio o un peccato di distrazione, non tema di scusarsi pubblicamente. Lo faccia per se stesso e nell'interesse di un Paese che, soprattutto in questo momento, ha bisogno di un ministro dell'Economia serio e credibile.

Sergio Romano

28 luglio 2011 10:40

 

 

 

 

LA NOTIZIA CONFERMATA ANCHE DA SERGIO ZAVOLI

Gabanelli: "Report si farà"

Via libera del cda Rai. Trovato un accordo sulla tutela legale del programma d'inchiesta televisiva di Rai3

La giornalista Milena Gabanelli conduce "Report" (Milestone Media)

La giornalista Milena Gabanelli conduce "Report" (Milestone Media)

MILANO - Via libera dal cda della Rai alla tutela legale, quindi "Report" andrà regolarmente in onda.

IN PALINSESTO - La trasmissione d'inchiesta, già presente in palinsesto, viene quindi confermata. La notizia è anche stata comunicata da Sergio Zavoli, presidente della Vigilanza Rai, nel corso della riunione della commissione. Il Cda ha approvato a maggioranza il contratto per la prossima edizione. Questo significa che il consiglio ha accettato la clausola temporanea della "manleva" proposta dalla Gabanelli. E cioè l'impegno da parte della Rai di rispondere di eventuali cause per danni, ma solo a determinate condizioni.

VOTO SOFFERTO - Il semaforo verde è arrivato però con un voto sofferto, nel senso che al momento del voto il consigliere Gorla è uscito e, alla conta, il risultato è stato di quattro sì e quattro no. Favorevoli i tre consiglieri di minoranza e il presidente Paolo Garimberti, il cui voto in caso di parità vale doppio. Ecco quindi il via libera alla tutela legale per la Gabanelli e la sua squadra. Un'approvazione a sorpresa, perchè - a quanto pare - nell'ordine del giorno dei lavori di giovedì non era inserito questo argomento.

TEMA COMPLESSO - Il voto non esaurisce il tema della tutela legale dei giornalisti, oggetto di approfondimento da parte della direzione generale. L'incontro di ieri tra il dg Lorenza Lei e l'ufficio legale esterno chiamato a dare un parere sul caso avrebbe però aperto la strada ad una soluzione temporanea per la trasmissione di Milena Gabanelli, vista anche l'urgenza - sottolineata anche da Garimberti - di dare il via libera ad un programma presente in palinsesto.

"NON C'È ALTRA STRADA" - "Se vuoi fare un programma del genere non c'è altra strada. Anche se di questi tempi una ovvietà sembra un gesto rivoluzionario". È il commento a caldo di Milena Gabanelli. "Del resto - aggiunge la giornalista - pure noi siamo considerati dei sovversivi nonostante facciamo solo il nostro mestiere".

Redazione online

28 luglio 2011 15:54

 

 

 

 

2011-04-15

ISCO - Gli incassi di gennaio- febbraio mesi in cui cade la scadenza

Crolla canone Rai, gettito a -37,5%

L'incasso è stato di 938 milioni di euro, 562 in meno rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente

FISCO - Gli incassi di gennaio- febbraio mesi in cui cade la scadenza

Crolla canone Rai, gettito a -37,5%

L'incasso è stato di 938 milioni di euro, 562 in meno rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente

Il cavallo in viale Mazzini (Archivio Corriere)

Il cavallo in viale Mazzini (Archivio Corriere)

MILANO - Crollano nel primo bimestre del 2011 le entrate per l'imposta sui canoni di abbonamento radio e tv: l'incasso per questa voce è stato di 938 milioni di euro, 562 in meno rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente (-37,5%). È quanto risulta dai dati diffusi dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia.

DEBITO FEBBRAIO CALA 1.875 MILIARDI - In generale nei primi due mesi del 2011 le entrate tributarie si sono attestate a quota 56,370 miliardi di euro, in crescita del 5,4%, rispetto ai 53,479 miliardi di euro incassati nel primo bimestre del 2011. È quanto risulta dai dati sulla Finanza pubblica diffusi dalla Banca d'Italia. A febbraio però cala il debito pubblico italiano. Secondo la Banca d'Italia a febbraio il debito delle amministrazioni pubbliche è stato pari 1.875,965 miliardi contro i 1.879,935 miliardi del mese precedente. In aumento invece rispetto allo stesso mese dell'anno prima quando era stato pari a 1.797,646 (+4,3%).

Redazione online

15 aprile 2011

 

 

 

 

messicanin e cinesi tra i popoli più "stakanovisti"

I veri fannulloni? Nell'Europa del Nord

Spagnoli, italiani e portoghesui più operosi di tedeschi, olandesi e inglesi. Uno studio dell'Ocse fa discutere

messicanin e cinesi tra i popoli più "stakanovisti"

I veri fannulloni? Nell'Europa del Nord

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Spagnoli, italiani e portoghesui più operosi di tedeschi, olandesi e inglesi. Uno studio dell'Ocse fa discutere

MILANO – I veri fannulloni nel Vecchio Continente? Sono i popoli del Nord Europa. L'ultimo studio dell'Ocse, pubblicato nei giorni scorsi e intitolato "Society at Glance 2011", smentisce alcuni stereotipi duri a morire. La ricerca che analizza diversi indicatori sociali di 29 dei 34 paesi iscrissi all'Ocse, per stabilire quali siano i paesi più laboriosi nel mondo somma le ore dedicate al lavoro remunerato con quelle destinate alle occupazioni domestiche e non remunerate. Alla fine lo studio dimostra che in Italia, in Spagna e in Portogallo si lavora di più rispetto ad alcuni paesi dell’Europa settentrionale,celebri per la loro operosità, come l'Inghilterra, la Germania e i Paesi Bassi.

LO STUDIO - Guardando nei dettagli lo studio si scopre incredibilmente che la popolazione stakanovista per eccellenza è il Messico con una media di 9 ore e 54 minuti al giorno di lavoro mentre il primato dei "fannulloni" spetta ai belgi che dedicano solo 7 ore 7 minuti alle attività quotidiane. Al secondo posto si piazzano i giapponesi (nove ore di lavoro) seguiti dai portoghesi. Gran lavoratori sono anche i cinesi (settimi con una media di 8 ore 40 minuti) e gli americani (noni in classifica generale con otto ore e 17 minuti). In generale i meno laboriosi restano gli europei che occupano la parte bassa della classifica, ma gli italiani (ventesimi), sebbene siano preceduti dagli spagnoli, surclassano gli inglesi (ventunesimi con 7 ore 9 minuti di lavoro), i norvegesi, i finlandesi, gli olandesi e i tedeschi (a sorpresa terzultimi nella lista con solo 7 ore e 40 minuti di lavoro quotidiano). Il Daily Telegraph, quotidiano conservatore britannico, commenta stizzito: "I britannici lavorano meno di spagnoli, portoghesi e italiani solo se si considerano ore lavorative anche quelle dedicate alla cucina, all’assistenza dei figli e alle pulizie". In media i paesi dell'Ocse dedicano 4 ore e 30 minuti al lavoro remunerato e 3 ore e 30 minuti a quello non remunerato: "Il lavoro non remunerato - chiarisce lo studio - rappresenta un importante indice che spesso è ignorato dalle statistiche comuni e può influenzare in maniera determinante gli indicatori sulle ineguaglianze e sui tassi di povertà".

LA FOTOGRAFIA DEL BELPAESE - La ricerca analizza nei dettagli anche i vari paesi dell'Ocse. Dando un rapido sguardo al capitolo dedicato all'Italia scopriamo che meno del 58% della popolazione del Belpaese in età lavorativa ha un'occupazione retribuita, quarta percentuale più bassa dell'Ocse. Le donne italiane dedicano 3 ore e 40 minuti al giorno in più degli uomini al lavoro domestico e passano in pensione circa 27 anni contro una media Ocse che si aggira intorno ai 23 anni. Per quanto riguarda le aspettative di vita gli italiani vivono a lungo (in media 81,5 anni) e sono secondi solo ai giapponesi, mentre superano ampiamente la media dell'Ocse (79,3 anni). L'ultimo dato che compare nella classifica dedicata al nostro paese non ci fa onore: siamo terzultimi nella classifica dedicata alla solidarietà. Solo il 27% degli italiani nell'ultimo mese ha effettuato donazioni o fatto volontariato contro una media Ocse del 39%

Francesco Tortora

14 aprile 2011(ultima modifica: 15 aprile 2011)

 

http://www.oecd.org/document/60/0,3746,en_21571361_44315115_47567356_1_1_1_1,00.html

Who’s busiest: working hours and household chores across OECD

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12/04/2011 - Mexicans work longer days than anyone else in OECD countries, devoting 10 hours to paid and unpaid work, such as cleaning or cooking at home. Belgians work the least, at 7 hours, compared with an OECD average of 8 hours a day.

These are among the insights in the latest edition of Society at a Glance, which gives an overview of social trends and policy developments in OECD countries. Using indicators taken from OECD databases and other sources, it shows how societies are changing over time and compared with other countries.

A special chapter in the report looks at unpaid work, such as cooking, cleaning, caring, and shopping, in 26 OECD countries, as well as China, India and South Africa.

 

 

2011-04-05

Il caso - La puntata di "Forum" e la donna che elogiava la ricostruzione

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Rita Dalla Chiesa, conduttrice di Forum

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MILANO - La furia dei terremotati abruzzesi l'aveva messa in conto. "Mi scrivono: "La Palermo onesta che amava tuo padre ti disprezza"; "Come si dorme nel letto di Putin?"; "Tuo padre si sta rivoltando nella tomba"". Agli insulti per strada non era preparata. "Venerdì sono dovuta andare via da una pizzeria di Ponte Milvio: da un tavolo è partita una provocazione e da un altro un applauso di risposta. Scena simile il giorno dopo, fuori dall'Auditorium Parco della Musica: due ragazzi mi hanno urlato "ma non si vergogna, complimenti per la trasmissione!". Lì mi sono fermata: non avevano nemmeno guardato la puntata incriminata, però mi aggredivano...". La cosa che invece non si aspettava Rita Dalla Chiesa, da vent'anni conduttrice di Forum per Mediaset, era il "fuoco amico" delle Iene. Nella puntata di mercoledì scorso Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu hanno usato nei suoi confronti gentilezze tipo: "È ora di cambiare quella vecchia anziana figurante che fa la parte della conduttrice", un "barboncino con la parrucca", che soffrirebbe di "una certa incontinenza". Con l'appello finale a Bertolaso: "È ora di ricostruire completamente la Dalla Chiesa".

La finta terremotata aquilana andata in onda nella puntata in cui si è parlato del terremoto

La finta terremotata aquilana andata in onda nella puntata in cui si è parlato del terremoto

La figlia del generale Carlo Alberto ucciso con la moglie Emanuela in un attentato mafioso la sera del 3 settembre 1982 - di qui il riferimento a lui di alcuni messaggi - è nell'occhio del ciclone da dieci giorni, da quando è andata in onda su Canale 5 la puntata di Forum in cui una falsa aquilana (Marina Villa, 50 anni, di Popoli) ringraziava "il presidente" (Silvio Berlusconi) per la ricostruzione post terremoto: "Nessuno sta in mezzo alla strada, tutti hanno le case con giardini e garage... Sono rimasti 3-400, stanno ancora negli hotel perché fa comodo. Mangiano, bevono e non pagano niente, pure io ci vorrei andare".

Poco importa che la conduttrice abbia subito replicato ("Non credo signora, ognuno vorrebbe tornare nella propria casa"). Il punto è che Marina Villa non è dell'Aquila. In trasmissione era una figurante, pagata 300 euro per vestire i panni di una donna desiderosa di riaprire il negozio di abiti da sposa distrutto dal sisma con i 25 mila euro di alimenti che voleva tutti insieme dall'ex marito. Rita Dalla Chiesa insiste nel difendere la buona fede della scelta: "La storia di base era vera. Avevamo avuto la segnalazione via fax di una moglie che chiedeva all'ex coniuge una somma una tantum al posto dei versamenti mensili. Nel nostro database di diecimila provini avevamo questa Marina Villa, di Popoli, che mi sono andata a rivedere: un anno fa ci aveva raccontato davvero di essere scampata al terremoto, di essersi ferita e che due suoi vicini di casa erano morti". È stata quantomeno una leggerezza caricare la vicenda coniugale con il dramma dell'Aquila. "Superficialità, forse. Leggerezza. Non so risponderle come sia stato possibile. Sto ancora cercando di capire cosa è successo, ma immagino non ci sia stata malafede, cui prodest? Di certo non al programma o alla sottoscritta. C'erano i suggeritori dietro la figurante? Erano gli autori e nessuno ha consigliato di dire quelle cose, saremmo degli stupidi!".

Dai colleghi nessuna telefonata di solidarietà o almeno la curiosità di conoscere i retroscena. "Mi hanno chiamato soltanto Antonella Clerici e Massimo Giletti. Silenzio dagli altri: e pensare che sono sempre generosa nell'offrire il mio spazio per lanciare i programmi non miei". Neppure il premier o Guido Bertolaso, quest'ultimo pubblicamente ringraziato dalla conduttrice, si sono fatti sentire. "No. E non mi ha chiamato Pier Silvio Berlusconi, ma non mi aspettavo che lo facesse. Quelli che mi hanno delusa di più sono stati i miei amici di sinistra: spariti. Ho sostenuto campagne per gli animali, per le nozze dei preti, per i gay, i clandestini, gli immigrati. Tutto dimenticato". Fabrizio Frizzi? "Beh, ma lui non è un collega, è più di un amico, è l'uomo che ho amato!". Il fratello Nando ha usato parole affettuose nel suo blog: "Rita, pur dipendente Mediaset, non si è mai dissociata da me, neanche alzando un sopracciglio".

Resta difficile trovare una giustificazione allo scivolone televisivo, pochi giorni prima del secondo anniversario della tragedia che ha ucciso 309 persone, distrutto palazzi, lasciato senza tetto migliaia di abruzzesi. "Io ci sono rimasta profondamente male e non avrei mai voluto far soffrire chi da due anni non si dà pace. Il dolore lo conosco. Non mi sarei permessa, sia eticamente sia professionalmente, di mancare di rispetto all'Aquila e ai suoi abitanti. Chiedo scusa se posso avere sbagliato qualcosa. Ma aggiungo che mi fa paura questo clima di odio, questi attacchi alla mia persona. E gli "amici" delle Iene, che pure dopo mi hanno mandato un mazzo di fiori, hanno detto cose molto pesanti: non posso pagare per le mie rughe, per non essere più giovane". All'Aquila andrà, ma quando deciderà lei. "Non sono tenuta a farlo quando vogliono i giornalisti. È stato uno scivolone televisivo, è diventato un caso politico".

Elvira Serra

05 aprile 2011

 

 

2011-04-01

il risiko della rai

Tg2, salta la nomina della Petruni

Bagarre in Cda, rinviata la discussione sulle poltrone

il risiko della rai

Tg2, salta la nomina della Petruni

Bagarre in Cda, rinviata la discussione sulle poltrone

Susanna Petruni

Susanna Petruni

ROMA - Salta la nomina di Susanna Petruni alla direzione del Tg2. La manovra orchestrata dal direttore generale Masi per portare il vicedirettore del Tg1 sulla poltrona che fino alla scorsa settimana era occupata da Mario Orfeo (passato a guidare il Messaggero al posto di Napoletano, chiamato al Sole 24 Ore). Il pacchetto di nomine all'ordine del giorno del Cda della Rai riunito venerdì mattina è stato rinviato alla settimana successiva. Per il Tg2 il Cda ha votato l'interim affidato a Mario De Scalzi.

IL PACCHETTO - Secondo le prime indiscrezioni, da diversi consiglieri è venuta la richiesta di ulteriori approfondimenti e questo ha reso necessario uno slittamento. Il pacchetto nomine proposto dal direttore generale, Mauro Masi, non è stato comunque ritirato, dunque resta in piedi. Nel frattempo la direzione del Tg2 continua a essere affidata ad interim al vice direttore Mario De Scalzi.

01 aprile 2011

 

 

 

 

 

 

 

2011-01-30

le nomine

Masi propone: Petruni alla guida del Tg2

E Ferraro da Sky come vice di Minzolini. La parola al Cda. Insorge l'Usigrai: "Blitz spartitorio"

le nomine

Masi propone: Petruni alla guida del Tg2

E Ferraro da Sky come vice di Minzolini. La parola al Cda. Insorge l'Usigrai: "Blitz spartitorio"

MILANO - È stato messo a punto da Mauro Masi il pacchetto con le proposte di nomina in vista del prossimo Cda Rai in programma giovedì. Il direttore generale, stando a quanto ha avuto modo di apprendere l'Ansa, avrebbe proposto, Susanna Petruni come direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano vicario al Tg1 e una serie di vicedirettori: Fabio Massimo Rocchi, Filippo Gaudenzi, Fabrizio Ferragni, Claudio Fico. Come vicedirettore della testata diretta da Augusto Minzolini arriverebbe da Sky anche Franco Ferraro. Dopo le dimissioni di Mario Orfeo, passato al Messaggero, il nome della Petruni, attualmente vice direttore del Tg1, resta dunque in pole position. Anche se le posizioni all'interno del consiglio sono comunque divergenti.

"PRONTO A MANIFESTARE" - L'Usigrai contesta le ipotesi di nomine per la direzione del Tg2 e la vice direzione del Tg1. "Con proposta del direttore generale Masi - scrive Carlo Verna in una nota -, sarebbe pronto un vergognoso blitz spartitorio in Rai in maniera tale che tutti coloro che fanno parte della maggioranza consigliare escano vincitori. Tra le proposte che riguarderebbero pure la direzione del Ttg2 c'è anche la più volte tentata e contestata assunzione dall'esterno. In questo caso l'ex candidato alla direzione di Rainews, diventerebbe uno dei vice di Minzolini con chiamata diretta. È  l'ora di dire basta. Lo faremo anche manifestando pubblicamente".

Redazione online

30 marzo 2011

 

 

2011-01-15

USCITA DI SCENA del presidente del Consiglio superiore

Tagli, Carandini lascia i Beni culturali

Il Pd: "Si è ribellato all'assassinio della cultura italiana". Voci preoccupate anche nelle fila del Pdl

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Andrea Carandini (Ansa)

Andrea Carandini (Ansa)

ROMA - Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, si è dimesso. La decisione sarebbe legata agli ulteriori tagli al settore. Carandini era stato nominato presidente del Consiglio superiore dei beni culturali dal ministro Sandro Bondi il 25 febbraio 2009 al posto del dimissionario Salvatore Settis. Quest'ultimo aveva poi lasciato l'incarico per dissenso sulla gestione e sulla tutela della politica culturale del governo. Carandini è professore ordinario dal 1980 e dal 1992 insegna archeologia presso l'Università di Roma La Sapienza ed è uno dei più illustri e autorevoli archeologi a livello internazionale.

I TAGLI AL FUS - Carandini ha motivato le sue dimissioni irrevocabili "nella constatazione dell'impossibilità del ministero di svolgere quell'opera di tutela e sviluppo del patrimonio culturale stante la progressiva e massiccia diminuzione degli stanziamenti di bilancio".

REAZIONI E POLEMICHE - Le reazioni politiche alle dimissioni di Carandini non si sono fatte attendere . Dall'opposizione il vicepresidente dei senatori del Partito democratico, Luigi Zanda, non usa mezzi termini: "Berlusconi dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa alla cultura italiana per le dimissioni di Andrea Carandini, grande archeologo e persona perbene che oggi si è ribellato all'assassinio della cultura italiana". Reazioni preoccupate anche dalle file del Pdl: "Le dimissioni di Andrea Carandini fanno riflettere, anche perché si tratta di un grande tecnico nominato dal ministro Bondi, dunque super partes", dice il deputato Bruno Murgia del Pdl, componente della commissione Cultura alla Camera. "Il governo - aggiunge il parlamentare di centrodestra - deve raccogliere il grido d'allarme lanciato da Carandini, ripristinando i fondi per valorizzare il vero patrimonio italiano che è il paesaggio con la sua cultura". Fiducioso, invece, nella revocabilità delle dimissioni di Carandini si è detto il sottosegretario dei Beni Culturali Francesco Giro: "Se da un lato la lettera del professor Carandini esprime un netto dissenso rispetto alla riduzione dei finanziamenti destinati alla cultura, dall'altro lato rivela una disponibilità a proseguire il proprio impegno purché si assumano a breve termine scelte concrete a sostegno del patrimonio culturale nazionale". Dal centro arriva la dichiarazione del presidente dell'Udc, Rocco Buttiglione, che fa notare come le dimissioni di Carandini, "personalità di straordinario prestigio scientifico e non ideologicamente fazioso, dicono che la crisi del Ministero dei Beni Culturali è un dato drammatico e reale e che va affrontato al di fuori degli schieramenti di parte e con spirito di servizio per il bene del Paese". "Scelta di grande dignitá", secondo Francesco Rutelli, leader di Alleanza per l'Italia: "Qualcun altro, Bondi, avrebbe dovuto dimettersi per evitare che si dimettesse Carandini".

14 marzo 2011

 

 

 

2011-03-14

LA POLEMICA

Ferrara attacca Ingroia: "Il pm non può fare comizi. Lo dice la Costituzione"

Il giornalista al Tg1 per il lancio di "Qui Radio Londra"

LA POLEMICA

Ferrara attacca Ingroia: "Il pm non può fare comizi. Lo dice la Costituzione"

Il giornalista al Tg1 per il lancio di "Qui Radio Londra"

MILANO - Giuliano Ferrara torna in tv. Da lunedì sera su RaiUno, nello spazio che fu di Enzo Biagi, il direttore del Foglio riapre "Qui Radio Londra". Non mancheranno le polemiche, lo si è capito già domenica sera nell'intervista concessa al Tg1 per lanciare il programma: "Ci sono delle cose che non si dicono perchè si pensa che non dicendolo si fa un servizio alla pace civile. Invece poi il fatto di non dirle rende il Paese più povero, rende il Paese un pochino più stupido e non sollecita l'opinione pubblica". Ferrara ha promesso di non risparmiare nessuno, se non il Santo Padre: "Sono un normale giornalista, sono un cittadino di questo Paese, e sono schierato. Santoro no, Lerner no, la Dandini no, Floris no, gli altri conduttori televisivi sono indipendenti e parlano a nome di tutti. Io invece penso che il Paese ha una storia e che dentro questa storia bisogna essere con sincerità, con rispetto per gli altri, chiari nel rappresentare quello che si pensa".

L'ATTACCO A INGROIA - Per cominciare, Ferrara non risparmia i magistrati, in particolare il pm antimafia Antonio Ingroia, che sabato scorso ha partecipato alla manifestazione in difesa della Costituzione, il Cday: " Io penso che non si possano fare comizi se si indossa una toga, sia di pm sia di giudice, che sia urgente una riforma ma che sia anche importante che il Presidente della Repubblica, per esempio Giorgio Napolitano, che è un galantuomo, che presiede il Csm, dica qualcosa, faccia qualcosa, si muova".

 

 

 

la sfida degli ascolti col "Grande Fratello"

L’eroe di Camilleri contro il reality

Le repliche hanno fruttato, in media, oltre cinque milioni e mezzo di spettatori

la sfida degli ascolti col "Grande Fratello"

L’eroe di Camilleri contro il reality

Le repliche hanno fruttato, in media, oltre cinque milioni e mezzo di spettatori

Il commissario Montalbano, Luca Zingaretti(Ansa)

Il commissario Montalbano, Luca Zingaretti(Ansa)

Montalbano dei record. Torna il commissario più amato d’Italia e, stasera, la sfida degli ascolti col "Grande Fratello" sarà di estremo interesse. Perché Montalbano piace a tutti, giovani e adolescenti compresi, lo zoccolo duro degli spettatori del GF. Montalbano è un caso forse unico nella televisione italiana contemporanea, una sorta di ciclone che catalizza l’attenzione dell’audience e si fa evento. Le cifre del Commissario siciliano sono veramente impressionanti. Un decennio di messe in onda, che, su Raiuno, hanno fruttato quasi nove milioni di spettatori medi, per uno share stabilmente sopra il 30%. Cifre che oggi fanno solo lo sport e gli eventi importanti.

Ma Montalbano ha la capacità di essere "resistente", di funzionare da "evergreen" per la tv generalista. La prima rete Rai l’ha sfruttato tanto, forse anche troppo (che è sempre un rischio…): sessantotto repliche, ogni serie è tornata quasi ogni anno. Ma senza perdere molto dell’appeal originario: le repliche hanno fruttato, in media, oltre cinque milioni e mezzo di spettatori, per uno share di quasi il 23%, ovvero quanto sognano di fare altre fiction o produzioni. Ad amare il personaggio sono certo più gli adulti (con picchi di quasi il 40% di share sopra i 50 anni) ma anche gli adolescenti (sopra il 20% lo share), a segnalare il suo carattere intergenerazionale. Qual è il segreto di Montalbano? Di certo la qualità della scrittura, che è un valore che il pubblico riconosce e valorizza: dalle pagine di Camilleri a quelle visive di Alberto Sironi.

Nell’attesa di capire, domattina, se il Commissario supererà agilmente il GF, possiamo solo notare l’appeal di un’autorialità virtuosa: saprà fare qualcosa di simile Roberto Saviano, impegnato a serializzare Gomorra per Sky? In collaborazione con Massimo Scaglioni, elaborazione Geca Italia su dati Auditel.

Aldo Grasso

14 marzo 2011

 

 

 

 

2011-03-10

orfini (pd): "Le prese in giro del governo sul FUS non finiscono mai"

Tolti altri 27 milioni alla cultura, il sottosegretario: cinema e lirica a rischio

Giro: "Ci troviamo a scendere da 258 a 231 milioni. Così le riforme della lirica e del cinema si bloccheranno"

orfini (pd): "Le prese in giro del governo sul FUS non finiscono mai"

Tolti altri 27 milioni alla cultura, il sottosegretario: cinema e lirica a rischio

Giro: "Ci troviamo a scendere da 258 a 231 milioni. Così le riforme della lirica e del cinema si bloccheranno"

Il sottosegretario ai Beni Culturali, Francesco Maria Giro (Ansa)

Il sottosegretario ai Beni Culturali, Francesco Maria Giro (Ansa)

MILANO - Ancora meno soldi per la cultura. Altri 27 milioni di euro sono difatti congelati, almeno fino a fine anno. "Ci aspettavamo un reintegro fino a 414 milioni e invece ci troviamo a scendere ulteriormente da 258 a 231 milioni. Così le riforme della lirica e del cinema si bloccheranno. E l'allarme per Cinecittà diventa doppio". A parlare così, senza nascondere "stupore e amarezza" è il sottosegretario ai Beni Culturali, Francesco Maria Giro.

DOCCIA FREDDA - La doccia fredda sui già precari numeri della Finanziaria arriva con una nota del Mibac: dello stanziamento del Fondo unico spettacolo (Fus) per il 2011, pari a 258 milioni, ulteriori 27 milioni sono congelati fino alla fine dell'anno. "Nelle pieghe della legge di stabilitá per il 2011 - si apprende dal Ministero per i beni e le attività culturali - si annida un'amara sorpresa che lascia sgomenti ed interdetti: per effetto di alcuni commi che rinviano a provvedimenti del Ministero dell'Economia riguardo eventuali scostamenti dagli introiti preventivati dalla vendita delle frequenze radioelettriche, sono stati congelati ulteriori 27 milioni di euro del FUS, già ridotto quest'anno a poco meno di 260 milioni di euro".

"Siccome il congelamento vanifica la ripartizione ipotizzata fino a ieri sulla base di 258 milioni, bisognerà riprocedere ad una ripartizione che toglierà circa un ulteriore 10% ad ogni settore", spiega Giro. E i conti sono presto fatti. Sulla base di quel che resta del Fus, ovvero 231 milioni, applicando le aliquote vigenti per i vari settori, le fondazioni lirico-sinfoniche avranno circa 109 milioni, la musica circa 31, la danza circa 5, il teatro circa 37, il circo 3,4 milioni e il cinema circa 42 (di cui meno di 7 potrebbero essere destinati a Cinecittà).

PD - La voce dell'opposizione non tarda a farsi sentire: "Le prese in giro del governo sul Fondo unico dello spettacolo non finiscono mai. Oggi apprendiamo che alla già incredibile quantità di tagli,va aggiunta un'ulteriore consistente riduzione", dice Matteo Orfini, responsabile Cultura e informazione della segreteria nazionale del Pd.

Redazione online

09 marzo 2011

 

 

 

 

 

 

 

2011-02-18

TERZA serata: la storia italiana attraverso le melodie

Tricolore, anniversario e canzoni

Sanremo celebra l'Italia in musica

Benigni arriva a cavallo, scherza sull'attualità e dà lezione sull'inno. Ripescati Al Bano e Anna Tatangelo, festival finito per Patty Pravo e Anna Oxa

#

Sanremo 2011 Stefania Ulivi

Tricarico è fuori. Viva Tricarico

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Fegiz Files Mario Luzzatto Fegiz

Sanremo: Max Pezzali e Tricarico e

1. PATTY PRAVO

"IL VENTO E LE ROSE"

2. MODA' con EMMA

"ARRIVERA'"

3. LUCA MADONIA con FRANCO BATTIATO

"L'ALIENO"

4. GIUSY FERRERI

"IL MARE IMMENSO"

5. LA CRUS

"IO CONFESSO"

6. ANNA OXA

"LA MIA ANIMA D'UOMO"

7. TRICARICO

"TRE COLORI"

8. NATHALIE

"VIVO SOSPESA"

9. AL BANO

"AMANDA E' LIBERA"

10. LUCA BARBAROSSA e RAQUEL DEL ROSARIO

"FINO IN FONDO"

11. ROBERTO VECCHIONI

"CHIAMAMI ANCORA AMORE"

12. ANNA TATANGELO

"BASTARDO"

13. MAX PEZZALI

"IL MIO SECONDO TEMPO"

14. DAVIDE VAN DE SFROOS

"YANEZ"

1. SERENA ABRAMI

"LONTANO DA TUTTO"

2. ROBERTO AMADE'

"COME PIOGGIA"

3. ANANSI

"IL SOLE DENTRO"

4. BTWINS

"MI RUBI L'AMORE"

5. GABRIELLA FERRONE

"UN PEZZO D'ESTATE"

6. RAPHAEL GUALAZZI

"FOLLIA D'AMORE"

7. MARCO MENICHINI

"TRA TEGOLE E CIELO"

8. MICAELA

"FUOCO E CENERE "

TERZA serata: la storia italiana attraverso le melodie

Tricolore, anniversario e canzoni

Sanremo celebra l'Italia in musica

Benigni arriva a cavallo, scherza sull'attualità e dà lezione sull'inno. Ripescati Al Bano e Anna Tatangelo, festival finito per Patty Pravo e Anna Oxa

Van e Sfroos (Ansa)

MILANO - La serata "patriottica" di Sanremo, quella dedicata ai "150 anni dell'unità d'Italia" ma anche, un po' alla piccola-grande storia della canzone italiana a rappresentare le varie epoche della vita sociale e quotidiane del Paese. La serata apre nel segno del tricolore e non poteva essere altrimenti. Il messaggio è stato peraltro interpretato bene da un'americano, il coreografo Daniel Ezralow, fondatore dei Momix, con un'enorme bandiera verde-bianca-rossa che si srotola dalla galleria fino al palcoscenico dell'Ariston. Lo stesso Ezralow, per l'occasione, indossa un foulard dei tre colori della bandiera italiana. È la serata in cui i 14 big in gara cantano pezzi celebri della canzone italiana, tra grande storia, tradizione e memorie sanremesi.

Sanremo 2011, la terza serata Sanremo 2011, la terza serata Sanremo 2011, la terza serata Sanremo 2011, la terza serata Sanremo 2011, la terza serata

Tra gli omaggi, quello di Luca e Paolo a Giorgio Gaber, a dire il vero dal sapore antico con ironiche offese a gay e donne. Infatti "Noi due ci vogliamo bene" diventa "Noi tre ci vogliamo bene" quando sul palco arriva anche Gianni Morandi. Luca sdrammatizza e ironizza sul momento definendolo "gay". L'attesa è per il momento clou della serata, con l'intervento di Benigni sull'inno di Mameli che a metà serata arriva in sella a un cavallo bianco sul palco del Festival, con il tricolore in mano. E nel suo monologo, che comincia con battute e comicità, c'è davvero una lettura esegetica dell'inno italiano. Che vuol far capire, comprendere e amare il significato di parole spesso colpevolmente ignorate.

Anna Oxa (LaPresse)

TRA AUTOPLAGIO E CITAZIONI - Comincia Davide Van De Sfroos, suo malgrado icona leghista che canta, con partecipazione "Viva l'Italia" di Francesco De Gregori. Dietro le quinte si discute ancora invece dell'ennesimo autoplagio. Dopo quello di Battiato è la volta di Vecchioni che ha ammesso in radio che il suo "Chiamami ancora amore" è molto simile al suo "Piccolo amore" del 1998. "È un autoplagio scandaloso, riuscitissimo però: Anzi somiglia ad almeno altre otto mie canzoni" scherza Vecchioni. L'elenco dei brani scelti dai big per raccontare la loro Italia rappresenta un po' il senso di una serata in puro stile (come si è detto spesso di Sanremo), nazional-popolare. C'è l'anniversario di una Nazione è c'è la canzone che tutti hanno fischiettato. Patty Pravo va agli anni Quaranta con Mille lire al mese, Nathalie cita invece il Battisti di Il mio canto libero, Roberto Vecchioni parla di guerra con una canzone napoletana, ‘O Surdato ‘Namurato, mentre il classico napoletano d'ogni tempo, O Sole Mio, reinterpretato da Anna Oxa. E poi ancora: Giusi Ferreri con Il cielo in una stanza, Luca Madonie e Franco Battiato in La notte dell’addio.

Per Al Bano il coro del Nabucco (Ansa)

VERDI E IL RISORGIMENTO - L'uomo ragno Max Pezzali, che riporta con se sul palco di Sanremo anche Arisa, fa un salto indietro di quasi un secolo, quando si canticchiava Mamma mia dammi cento lire, canzone che pare allegra ma in realtà era espressione dell'Italia che viveva il dramma (e l'unica speranza per tanti) dell'emigrazione. Crus ha scelto Parlami d’amore Mariù, mentre la voce di Al Bano va decisamente sul classico. Conn Iannis Plutarchos e Dimitra Theodossiou, reinterpreta il Verdi del coro Va' Pensiero sull'ali dorate, dal Nabucco, un legame diretto con l'epoca risorgimentale (sia per il brano sia per ciò che rappresentava l'autore), come per Addio mia bella addio, canzone popolare del Risorgimento, ripresa da Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario. Più sanremesi invece Anna Tatangelo con un classico d'ogni tempo, Mamma, e Tricarico con L'Italiano. Sul palco con lui anche l'autore, Totò Cutugno, e un coro di giovani di varia origine etnica ma tutti nati nel nostro Paese, a rappresentare, come dice Morandi "la nuova Italia". Infine una canzone non italiana ma dedicata a due vittime innocenti dell'Italia dell'immigrazione: Here's To You, scritta da Joan Baez per il film Sacco & Vanzetti, interpretata da Modà e Emma Marrone. Si canta, del resto, anche fuori dall'Ariston, dove il "popolo viola" manifesta intonando Bella Ciao, anche questa canzone davvero rappresentativa della storia d'Italia. In un primo tempo doveva essere tra quelle scelte sul palco, ma il clima politico, alla fine, ha portato ad altre scelte.

Benigni a cavallo

L'ESEGESI DI BENIGNI - Non è certo il Benigni delle letture di Dante quello che introduce i temi dell'Unità d'Italia e dell'inno di Mameli. E' per dieci minuti il Benigni graffiante e irriverente, con battute sull'attualità politica, inserite come interferenze non volute a un monologo che prende l'anniversario come spunto per raccontare l'Italia di oggi. Battute sul Festival, che "c'era prima dell'Unità d'Italia, Bixio scriveva già canzoni per Sanremo", sul Pd citando Mameli "Dov'è la vittoria, Bersani?" sul caso Ruby e "la nipote di Cavour" e anche "la nipote di Metternich". Il tema della nipote minorenne, inevitabilmente, ricorre: "Con 'sta storia delle minorenni non se ne può più e la cosa è nata proprio a Sanremo, con la Cinquetti che cantava Non ho l'età e si spacciava per la nipote di Claudio Villa". E ancora altri spunti dal passato per ridere del presente: "Silvio Pellico ha scritto Le mie prigioni... prima di trovare un altro Silvio che scriva un libro così, sai quanto tempo deve passare". Ma è soltanto un prologo, perché poi le battute lasciano spazio al racconto storico. E sempre con il sorriso, Benigni lo porge a modo suo, per far arrivare le parole a tutti. Benigni riassume i valori di un Risorgimento pagina storica che il nel mondo fu d'esempio, i suoi eroi famosi e non, i valori di un'identità segnata da battaglie e dal sacrificio di molte vite. "Era un'Italia, dilaniata, stuprata e saccheggiata... Arrivano questi qua, - riferito a tutti i patrioti - con questo fervore, questa idea, queste parole...". E qui comincia la promessa esegesi delle parole dell'inno italiano. Un racconto appassionato, che spiega tutti i riferimenti alla storia antica, ai luoghi, ai personaggi, ai motivi che animavano i patrioti. E chiude con un riferimento alla querelle sul come celebrare la festa: "Se vai a scuola studi il Risorgimento... ma se non ci vai ti chiedi: perché non sono a scuola? E bisogna rispondere: perché oggi è la festa della tua mamma, dell'Italia, ed è una cosa bellissima". Alla fine, quelle parole prima spiegate le canta. La voce sola, senza accompagnamento, nel silenzio del teatro. E lascia il palco con il pubblico in piedi che gli tributa una standing ovation.

Benigni intona l'Inno di Mameli

LA GARA - In una serata così la gara resta confinata a notte fonda. Quattro veterani tra i big si sfidano per il ripescaggio: Al Bano, Patty Pravo, Anna Oxa e Anna Tatangelo. Tornano in gara Al Bano e Anna Tatangelo. Festival finito invece per Patty Pravo e Anna Oxa. Roberto Amadè e Micaela sono i due giovani che passano il turno e si aggiungono a Serena Abrami e Raphael Gualazzi. Eliminati i Btwins e Marco Menichini.

Redazione online

17 febbraio 2011

 

 

 

Lo show Dalla satira politica alla commozione finale: tutti in piedi per il comico

L'ironia su Bossi:

ti spiego il significato delle parole

"Umberto, è la vittoria che è schiava di Roma..."

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DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

SANREMO - Arriva in groppa a un cavallo bianco sul palco dell'Ariston, il tricolore in mano: eccolo il Garibaldi della satira. E per un quarto d'ora Roberto Benigni fa quello che tutti si aspettavano, il suo bersaglio è quello noto, S. B., Silvio Berlusconi. Quindici minuti in cui il direttore generale della Rai Mauro Masi e il direttore di Raiuno Mauro Mazza non sono mai inquadrati dalle telecamere. Compariranno più avanti, terrei e lividi.

Attacca subito il comico toscano: "La nostra nazione ha 150 anni. È una bambina, praticamente una minorenne". Come Mameli: "Quando scrisse l'inno aveva 20 anni, la maggiore età a quei tempi si raggiungeva a 21, quindi era minorenne pure lui. Comunque con 'sta storia delle minorenni non se ne può più e la cosa è nata proprio a Sanremo, con la Cinquetti che cantava "Non ho l'età" e si spacciava per la nipote di Claudio Villa". Non si trattiene lui: e il pubblico non può trattenere le risate. Pronuncia anche il nome di Ruby Rubacuori, ovvio: "Vabbé, l'abbiamo detto". E si rivolge al premier: "Silvio, se non ti piace, cambia canale, vai sul Due: anzi no, che c'è Santoro. Meglio stasera se vai al letto".

Benigni, ironia su Silvio

Tutti ridono, lui non si ferma. Ancora su Ruby: "Abbiamo perso tempo a capire se era la nipote di Mubarak, ma bastava fare una cosa semplicissima, andare all'anagrafe in Egitto e vedere se Mubarak di cognome fa Rubacuori". Tutti ridono, tranne i vertici di Viale Mazzini che ricevono l'ennesima stoccata: "Come addomesticano i cavalli alla Rai...". Sempre a proposito di equini: "Avevo dei dubbi a fare questo ingresso sul cavallo perché è un periodo che ai Cavalieri non gli dice tanto bene". È irrefrenabile: "Non vorrei arrivasse una telefonata: ultimamente sono due quelli che telefonano (Berlusconi e Masi, ndr): uno è qui".

 

Vorrebbe parlare d'altro ma proprio non gli riesce e ci scherza sopra: "Glielo avevo promesso a Morandi, ma non ce la faccio". Il tempo di una battuta per il Pd lo trova quando dice: "Sono lieto di essere qua con Gianni Morandi, che ha uno stile bello, tranquillo, pacioso qualsiasi cosa gli succeda. Il prossimo Festival lo facciamo presentare a Bersani". Scherza ancora con il presentatore: "Hai scritto dei grandi successi risorgimentali: "Uno su mille ce la fa" sei stato il primo a dedicarla a Garibaldi".

Insiste: "Ora parleremo del Risorgimento, dell'Inno di Mameli, esclusivamente, non ci sono altri argomenti salienti qua in Italia. Anche all'estero parlano solo di questo: ancora Sanremo con Gianni Morandi". Benigni accenna ai grandi patrioti, ma subito il discorso torna su di Lui: "Silvio Pellico ha scritto Le mie prigioni, un libro bellissimo. Prima di trovare un altro Silvio che scriva un libro così ce ne vuole".

Benigni canta l'inno di Mameli

Quindi cambia registro e si addentra in una lettura esegetica dell'Inno di Mameli, sul modello delle sue celebri interpretazioni dei canti della Commedia di Dante. Ma anche l'analisi filologica e appassionata di Fratelli d'Italia non sfugge ai richiami al presente. Il bersaglio è Bossi: "Dov'è la vittoria, le porga la chioma, ch'è schiava di Roma Iddio la creò. Umberto, è la vittoria che è schiava di Roma, non l'Italia! Umberto, il soggetto è la vittoria!".

Ancora battute qua e là: "L'unità d'Italia è sacra, pensate a dividere l'Italia in tre. Tre costituzioni, tre Berlusconi, tre Benigni, tre Sanremi. No, non si può". "Barbarossa (Luca, il cantante, ndr) l'hanno invitato per far contento Bossi, per applicare la par condicio". "Garibaldi era una cosa impressionante, era famoso in tutto il mondo, molto più di Bono, Che Guevara o dei Beatles: era l'eroe dei due mondi, e non sto parlando di Marchionne. La capitale era a Torino, poi è stata spostata a Detroit". "Verdi aveva già previsto con "Va, pensiero" la fuga dei cervelli".

Show strepitoso: obiettivo SB

Ma sintetizzare la serata unicamente nei suoi fuochi d'artificio comici è riduttivo, perché quando Benigni si mette sul serio a spiegare, chiosare, interpretare parole e strofe dell'Inno mostra la faccia poetica del suo animo da giullare. Alla fine in un silenzio irreale canta a cappella Fratelli d'Italia, in un apice di commozione che chiude un'esibizione durata quasi un'ora, venti minuti in più del previsto. Ma ne valeva la pena e il pubblico ringrazia con una standing ovation spontanea. Tutti in piedi ad applaudire. Pure il direttore generale Masi e il direttore di Raiuno Mazza sono costretti ad alzarsi dalle loro poltrone. Forse definitivamente.

Renato Franco

18 febbraio 2011

 

 

LA GIORNATA PIU' SIMBOLICA

L'inno di Roberto al Festival

#

Sanremo 2011 Stefania Ulivi

Tricarico è fuori. Viva Tricarico

#

Fegiz Files Mario Luzzatto Fegiz

Sanremo: Max Pezzali e Tricarico e

1. PATTY PRAVO

"IL VENTO E LE ROSE"

2. MODA' con EMMA

"ARRIVERA'"

3. LUCA MADONIA con FRANCO BATTIATO

"L'ALIENO"

4. GIUSY FERRERI

"IL MARE IMMENSO"

5. LA CRUS

"IO CONFESSO"

6. ANNA OXA

"LA MIA ANIMA D'UOMO"

7. TRICARICO

"TRE COLORI"

8. NATHALIE

"VIVO SOSPESA"

9. AL BANO

"AMANDA E' LIBERA"

10. LUCA BARBAROSSA e RAQUEL DEL ROSARIO

"FINO IN FONDO"

11. ROBERTO VECCHIONI

"CHIAMAMI ANCORA AMORE"

12. ANNA TATANGELO

"BASTARDO"

13. MAX PEZZALI

"IL MIO SECONDO TEMPO"

14. DAVIDE VAN DE SFROOS

"YANEZ"

1. SERENA ABRAMI

"LONTANO DA TUTTO"

2. ROBERTO AMADE'

"COME PIOGGIA"

3. ANANSI

"IL SOLE DENTRO"

4. BTWINS

"MI RUBI L'AMORE"

5. GABRIELLA FERRONE

"UN PEZZO D'ESTATE"

6. RAPHAEL GUALAZZI

"FOLLIA D'AMORE"

7. MARCO MENICHINI

"TRA TEGOLE E CIELO"

8. MICAELA

"FUOCO E CENERE "

LA GIORNATA PIU' SIMBOLICA

L'inno di Roberto al Festival

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Dal torpore sanremese, dal suo torpore di questi giorni convulsi e insieme tragicomici. Tocca a Roberto Benigni, a cavallo di un caval, dare un senso a questa serata di canzoni "storiche", celebrare la messa della giornata più simbolica del Festival, "nata per unire". Ci mancava la sua esegesi dell’inno di Mameli (unico inno al mondo che porta il nome del paroliere e non del musicista), in cui, tra tante citazioni colte e forbiti riferimenti, riesce a infilare Ruby Rubacuori e "Le mie prigioni" di Silvio (pausa) Pellico; ci mancava il suo inno all’Italia per ritrovare un po’ di orgoglio, un po’ di identità nazionale. E allora viva l’Italia, l’Italia liberata, l’Italia del valzer, l’Italia del caffè… Van De Sfroos, sfidando persino le ire leghiste, ha cantato De Gregori perché c’è una sola cosa che unisce indistintamente tutti gli italiani, ed è la canzone, la nostra sola "religione civile".

Non la bandiera, non il made in Italy, non la moda, non le forze armate, non la Nazionale. Forse Sanremo, in quanto rito, auto-rappresentazione collettiva, festa civile finalmente affrancata dai suoi contenuti specifici (questo spiegherebbe, ogni anno, il costante successo di pubblico nonostante la modestia dello show). Per la serata dedicata all’Unità d’Italia—finora la più divertente e la più ispirata di questo Festival— c’era tutto lo stato maggiore della Rai, più vari politici, felici di farsi un po’ sbeffeggiare da Luca & Paolo e poi da Benigni, più il piccolo olimpo dei presenzialisti, pieno di Tinti e Rifatte, il pubblico ideale cui offrire il simpatico kitsch del "Va, pensiero" interpretato da Al Bano (un sudista per la hit della Lega!).

Che la serata sanremese ci serva da lezione: le celebrazioni non sono polverose feste della nostalgia o della retorica. Sono invenzione, gioia, canto e incanto, amor proprio e amor di nazione. Se la canzone ci unisce, l’Inno di Mameli, al più presto, ci desti!

Aldo Grasso

18 febbraio 2011

 

 

 

 

Le pagelle

#

Sanremo 2011 Stefania Ulivi

Tricarico è fuori. Viva Tricarico

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Fegiz Files Mario Luzzatto Fegiz

Sanremo: Max Pezzali e Tricarico e

1. PATTY PRAVO

"IL VENTO E LE ROSE"

2. MODA' con EMMA

"ARRIVERA'"

3. LUCA MADONIA con FRANCO BATTIATO

"L'ALIENO"

4. GIUSY FERRERI

"IL MARE IMMENSO"

5. LA CRUS

"IO CONFESSO"

6. ANNA OXA

"LA MIA ANIMA D'UOMO"

7. TRICARICO

"TRE COLORI"

8. NATHALIE

"VIVO SOSPESA"

9. AL BANO

"AMANDA E' LIBERA"

10. LUCA BARBAROSSA e RAQUEL DEL ROSARIO

"FINO IN FONDO"

11. ROBERTO VECCHIONI

"CHIAMAMI ANCORA AMORE"

12. ANNA TATANGELO

"BASTARDO"

13. MAX PEZZALI

"IL MIO SECONDO TEMPO"

14. DAVIDE VAN DE SFROOS

"YANEZ"

1. SERENA ABRAMI

"LONTANO DA TUTTO"

2. ROBERTO AMADE'

"COME PIOGGIA"

3. ANANSI

"IL SOLE DENTRO"

4. BTWINS

"MI RUBI L'AMORE"

5. GABRIELLA FERRONE

"UN PEZZO D'ESTATE"

6. RAPHAEL GUALAZZI

"FOLLIA D'AMORE"

7. MARCO MENICHINI

"TRA TEGOLE E CIELO"

8. MICAELA

"FUOCO E CENERE "

Le pagelle

Al Bano

Va, pensiero Il celebre coro del Nabucco è da sempre nel repertorio di Carrisi. Per ottenere l’effetto giusto si è fatto supportare da due voci liriche greche (Dimitra Theodossiou e Giannis Ploutarxos) oltre che dal coro stabile del Festival. Trascinante. Qualche riserva sul generoso uso di percussioni e l’accelerazione. Premiato

Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario

Addio mia bella addio È una delle canzoni più tristi e meno belle del Risorgimento, scritta da un volontario che combattè a Curtatone. Fio Zanotti ha fatto del suo meglio per renderla attuale e meno ripetitiva nella melodia. Ma il risultato finale è stato modesto anche per via dell’accento spagnolo di Raquel.

Giusy Ferreri

Il cielo in una stanza Certo, il motivo è talmente noto e sfruttato che gli arrangiatori e interpreti si sentono in dovere di infierire con adattamenti jazz, rivoltandolo come un calzino. E accade anche con Giusy Ferreri. Intermezzi jazz, accelerate swing. Il cielo lascia la stanza e diventa il tetto di un luna park.

La Crus

Parlami d’amore Mariù Il gusto romantico e la raffinatezza vocale di Ermanno Giovanardi si sono espresse in una rilettura abbastanza letterale del capolavoro del 1932 con testo scritto da Ennio Neri e musica composta da Cesare Andrea Bixio, pensata inizialmente per la voce di Vittorio De Sica.

Madonia e Battiato

La notte dell’addio Pochi sanno che non si tratta della solita rottura amorosa, ma di quella definitiva. Sulla musica di Memo Remigi, Alberto Testa scrisse quei versi al capezzale della moglie che stava morendo. La spensieratezza della versione Zanicchi scompare grazie all’arrangiamento di Franco Battiato.

Modà e Emma

Here’s to You – La ballata di Sacco e Vanzetti Hanno fatto una scelta abile, perché il brano lanciato dalla Baez (musica di Ennio Morricone) è bello, ancora attuale, e pure bilingue. Così rivive al meglio una canzone ormai vecchissima, simbolo di un’Italia emigrante e discriminata.

Nathalie

Il mio canto libero La canzone più significativa di Mogol-Battisti ha brillato di luce purissima nel supremo rispetto della struttura originale, semmai un po’ dilatata e resa più colorata. L’inno alla libertà risalta al massimo. L’umiltà ha pagato e il tributo è arrivato dritto al cuore degli spettatori.

Anna Oxa

’O sole mio Una canzone simbolo del 1898, affrontata dalla Oxa in maniera abbastanza dissacratoria. Con una partenza a "cappella" a voce raschiante, un crescendo accattivante e alla fine sempre più esagerato. Insomma, la tendenza della nuova Oxa è quella di innovare e di strafare. A noi è piaciuta.

Max Pezzali con Arisa

Mamma mia dammi cento lire Scelta la versione che, dopo il naufragio del bastimento, recita: "Quando furono in mezzo al mare /il bastimento si sprofondò. /Pescatore che peschi i pesci /la mia figlia vai tu a pescar". Versi che cantati oggi sanno di macabro umorismo. Tappeto rock e suoni sovraccarichi. Che pasticcio.

Patty Pravo

Mille lire al mese È la canzone (del ’39) simbolo di chi aspira a una vita tranquilla, ovvero a quella che i romani chiamavano "aurea mediocritas". È velocissima, quasi uno scioglilingua per cantanti, e Patty per mantenere il tempo deve mangiarsi qualche parola. Però il risultato finale è carino grazie anche alle tre ballerine.

Anna Tatangelo

Mamma Questo classico della canzone italiana di Bixio e Cherubini, affrontato anche da Beniamino Gigli, è stato virato in un mix, teoricamente incompatibile, di rock e birignao. La mamma è stata sterilizzata dall’enfasi romantica ed è diventata una sorta di riferimento affettivo moderno e un po’ sbarazzino.

Tricarico con Toto Cutugno

L’italiano Vedere riapparire Toto Cutugno con la canzone presentata 28 anni fa su questo palco è stato suggestivo. Una convivenza fra opposti nel duetto più imprevedibile e surreale di tutto il Festival. Ottima la scelta di far cantare italiani di seconda generazione, figli di immigrati.

Van De Sfroos

Viva l’Italia Il musicista comasco ha preso di petto il celebre pezzo di De Gregori. Lo ha reso più veloce e scorrevole, più sincopato; ha dribblato le eccessive ripetizioni del tema di base. In sostanza non ha rispettato la stesura originale. Una rilettura forse sacrilega, ma coraggiosa.

Roberto Vecchioni

’O surdato ’nnammurato Con Lucio Fabbri al mandolino, un bellissimo arrangiamento che mette in evidenza la tragedia dei poveri costretti alla guerra. Prevale un contorno percussivo, e gli archi, che hanno regalato in passato alla canzone una falsa allegria romantica, arrivano solo alla fine.

Mario Luzzato Fegiz

18 febbraio 2011

 

 

 

2011-02-11

[Esplora il significato del termine: Il commento Così i politici "lottizzeranno" anche i palinsesti I direttori di rete saranno retrocessi a semplici passacarte Il commento Così i politici "lottizzeranno" anche i palinsesti I direttori di rete saranno retrocessi a semplici passacarte Michele Santoro, conduttore Michele Santoro, conduttore Invece di fare il fatidico passo indietro, come richiesto da più parti, la politica si appresta ancora una volta a fare un passo avanti per il completo controllo della Rai. Ai partiti non basta nominare il Cda, indicare il direttore generale e i direttori di rete, entrare nel merito della scelta di uomini e programmi; no, bisogna fare di più, qualcosa che assomiglia molto a una censura preventiva. L’onorevole Alessio Butti del Pdl ha redatto un testo per la commissione di Vigilanza che, se venisse approvato, cambierebbe il volto della nostra tv pubblica. L’idea di fondo è questa: la commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi (l’organo che vigila sulla spartizione del bottino) diventa, di fatto, un politburo che dà indicazioni sulla compilazione dei palinsesti, sulla fattura dei programmi, sui modi e sui tempi con cui devono andare in onda. Non solo: il direttore generale viene elevato a direttore editoriale di tutta la Rai esautorando completamente i direttori di rete, retrocessi a semplici passacarte. Non contenta, la commissione mette il becco anche nei generi. Per esempio, nel nome di quella ridicola pratica del contraddittorio (ridicola per come dovrebbe essere sistematicamente attuata), non ci sarà più spazio per programmi come "Report", "Annozero", "Parla con me" e tanti altri. L’obiettivo sembra chiaro: spazzare via tutti i programmi considerati ostili all’attuale maggioranza. Il linguaggio con cui è redatto il testo, come tutti i testi vagamente totalitari, è sinistramente grottesco: "Tutti i partiti devono trovare, in proporzione al proprio consenso, opportuni spazi nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico", "il servizio pubblico deve rappresentare il Paese reale, non le élites culturali né i cosiddetti poteri forti", "la Rai studi e sperimenti format di approfondimento giornalistico innovativi che prevedano anche la presenza in studio di due conduttori di diversa estrazione culturale", "per garantire l’originalità dei palinsesti è opportuno, in linea generale, che i temi prevalenti trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi, anche di altre reti, almeno nell’arco degli otto giorni successivi alla loro messa in onda". Manca solo la lunghezza delle gonne per le annunciatrici e il colore della tinta dei capelli per gli speaker e poi c’è tutto: i dirigenti Rai possono anche andarsene a casa. Quello che maggiormente offende non è la logica spartitoria - il fondo stupido e cieco della politica - ma che queste direttive vengano proposte in assenza di una qualsiasi ridefinizione del ruolo del servizio pubblico. L’equivoco di fondo (alimentato purtroppo anche dalla sinistra) è che il servizio pubblico esiste in quanto garanzia del pluralismo, il volto nobile della lottizzazione. È proprio in nome del pluralismo che ogni partito ha reclamato e continua a reclamare la sua quota di Rai, i suoi uomini, i suoi "lotti". Senza enfasi retoriche, senza esibizioni di "schienadrittismo", ma la battaglia da fare non è quella per il pluralismo e il contraddittorio ma per un’indipendenza strutturale della Rai. Bisogna lottare perché il servizio pubblico sia tutelato dalla competenza dei dirigenti e da una governance scelta per autorevolezza e capacità professionale. E per l’abolizione della commissione di Vigilanza. Aldo Grasso 11 febbraio 2011] Il commento

Così i politici "lottizzeranno"

anche i palinsesti

I direttori di rete saranno retrocessi a semplici passacarte

Il commento

Così i politici "lottizzeranno"

anche i palinsesti

I direttori di rete saranno retrocessi a semplici passacarte

Michele Santoro, conduttore

Michele Santoro, conduttore

Invece di fare il fatidico passo indietro, come richiesto da più parti, la politica si appresta ancora una volta a fare un passo avanti per il completo controllo della Rai. Ai partiti non basta nominare il Cda, indicare il direttore generale e i direttori di rete, entrare nel merito della scelta di uomini e programmi; no, bisogna fare di più, qualcosa che assomiglia molto a una censura preventiva.

L'onorevole Alessio Butti del Pdl ha redatto un testo per la commissione di Vigilanza che, se venisse approvato, cambierebbe il volto della nostra tv pubblica. L'idea di fondo è questa: la commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi (l'organo che vigila sulla spartizione del bottino) diventa, di fatto, un politburo che dà indicazioni sulla compilazione dei palinsesti, sulla fattura dei programmi, sui modi e sui tempi con cui devono andare in onda. Non solo: il direttore generale viene elevato a direttore editoriale di tutta la Rai esautorando completamente i direttori di rete, retrocessi a semplici passacarte.

Non contenta, la commissione mette il becco anche nei generi. Per esempio, nel nome di quella ridicola pratica del contraddittorio (ridicola per come dovrebbe essere sistematicamente attuata), non ci sarà più spazio per programmi come "Report", "Annozero", "Parla con me" e tanti altri. L'obiettivo sembra chiaro: spazzare via tutti i programmi considerati ostili all'attuale maggioranza. Il linguaggio con cui è redatto il testo, come tutti i testi vagamente totalitari, è sinistramente grottesco: "Tutti i partiti devono trovare, in proporzione al proprio consenso, opportuni spazi nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico", "il servizio pubblico deve rappresentare il Paese reale, non le élites culturali né i cosiddetti poteri forti", "la Rai studi e sperimenti format di approfondimento giornalistico innovativi che prevedano anche la presenza in studio di due conduttori di diversa estrazione culturale", "per garantire l'originalità dei palinsesti è opportuno, in linea generale, che i temi prevalenti trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi, anche di altre reti, almeno nell'arco degli otto giorni successivi alla loro messa in onda".

Manca solo la lunghezza delle gonne per le annunciatrici e il colore della tinta dei capelli per gli speaker e poi c'è tutto: i dirigenti Rai possono anche andarsene a casa. Quello che maggiormente offende non è la logica spartitoria - il fondo stupido e cieco della politica - ma che queste direttive vengano proposte in assenza di una qualsiasi ridefinizione del ruolo del servizio pubblico. L'equivoco di fondo (alimentato purtroppo anche dalla sinistra) è che il servizio pubblico esiste in quanto garanzia del pluralismo, il volto nobile della lottizzazione. È proprio in nome del pluralismo che ogni partito ha reclamato e continua a reclamare la sua quota di Rai, i suoi uomini, i suoi "lotti".

Senza enfasi retoriche, senza esibizioni di "schienadrittismo", ma la battaglia da fare non è quella per il pluralismo e il contraddittorio ma per un'indipendenza strutturale della Rai. Bisogna lottare perché il servizio pubblico sia tutelato dalla competenza dei dirigenti e da una governance scelta per autorevolezza e capacità professionale. E per l'abolizione della commissione di Vigilanza.

Aldo Grasso

11 febbraio 2011

 

 

 

2011-02-05

[Esplora il significato del termine: Berlinguer: "Grave scorrettezza, atto di falsificazione". Minzolini: "Non vedo lo scandalo" Interviste "sdraiate", guerra Tg1-Tg3 Garimberti sbotta: "No al fuoco amico" Il telegiornale di Minzolini, criticato per lo spazio dato al premier, ripesca un’intervista del 2007 a Prodi * NOTIZIE CORRELATE * SCHEDA - Domande a confronto, così le due interviste ai presidenti Berlinguer: "Grave scorrettezza, atto di falsificazione". Minzolini: "Non vedo lo scandalo" Interviste "sdraiate", guerra Tg1-Tg3 Garimberti sbotta: "No al fuoco amico" Il telegiornale di Minzolini, criticato per lo spazio dato al premier, ripesca un’intervista del 2007 a Prodi Augusto Minzolini, direttore del Tg1 (Ansa) Augusto Minzolini, direttore del Tg1 (Ansa) MILANO - Il Tg1 finisce nella bufera per l’intervista "sdraiata" a Silvio Berlusconi, andata in onda mercoledì sera, nel corso della quale il giornalista Michele Renzulli ha posto al presidente del Consiglio alcune domande che sono apparse più che altro come degli assist all’interlocutore. Per respingere le accuse di servilismo, mosse da diversi esponenti dell’opposizione e sottolineate dal quotidiano il Fatto Quotidiano, il telegiornale diretto da Augusto Minzolini ha pensato bene, nell’edizione delle 13,30 di venerdì, di recuperare un brevissimo spezzone di un’intervista fatta nel luglio 2007 a Romano Prodi, allora premier, dal vicedirettore del Tg3, Pierluca Terzulli. Anche in quel caso il giornalista pose una domanda tutt’altro che insidiosa al potente di turno. "Ma nessuno ebbe nulla da dire" commenta oggi il tg della prima rete. Bianca Berlinguer, direttore del Tg3 (Lapresse) Bianca Berlinguer, direttore del Tg3 (Lapresse) "GRAVE SCORRETTEZZA" - Non lo avesse mai fatto. Il Tg3 non ha gradito l’essere stato chiamato in causa e per bocca del proprio direttore, Bianca Berlinguer, parla di "grave scorrettezza" e di "una battuta estrapolata" "nel tentativo di dimostrare che ] Berlinguer: "Grave scorrettezza, atto di falsificazione". Minzolini: "Non vedo lo scandalo"

Interviste "sdraiate", guerra Tg1-Tg3

Garimberti sbotta: "No al fuoco amico"

Il telegiornale di Minzolini, criticato per lo spazio dato al premier, ripesca un'intervista del 2007 a Prodi

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SCHEDA - Domande a confronto, così le due interviste ai presidenti

Berlinguer: "Grave scorrettezza, atto di falsificazione". Minzolini: "Non vedo lo scandalo"

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Garimberti sbotta: "No al fuoco amico"

Il telegiornale di Minzolini, criticato per lo spazio dato al premier, ripesca un'intervista del 2007 a Prodi

Augusto Minzolini, direttore del Tg1 (Ansa)

Augusto Minzolini, direttore del Tg1 (Ansa)

MILANO - Il Tg1 finisce nella bufera per l'intervista "sdraiata" a Silvio Berlusconi, andata in onda mercoledì sera, nel corso della quale il giornalista Michele Renzulli ha posto al presidente del Consiglio alcune domande che sono apparse più che altro come degli assist all'interlocutore. Per respingere le accuse di servilismo, mosse da diversi esponenti dell'opposizione e sottolineate dal quotidiano il Fatto Quotidiano, il telegiornale diretto da Augusto Minzolini ha pensato bene, nell'edizione delle 13,30 di venerdì, di recuperare un brevissimo spezzone di un'intervista fatta nel luglio 2007 a Romano Prodi, allora premier, dal vicedirettore del Tg3, Pierluca Terzulli. Anche in quel caso il giornalista pose una domanda tutt'altro che insidiosa al potente di turno. "Ma nessuno ebbe nulla da dire" commenta oggi il tg della prima rete.

Bianca Berlinguer, direttore del Tg3 (Lapresse)

Bianca Berlinguer, direttore del Tg3 (Lapresse)

"GRAVE SCORRETTEZZA" - Non lo avesse mai fatto. Il Tg3 non ha gradito l'essere stato chiamato in causa e per bocca del proprio direttore, Bianca Berlinguer, parla di "grave scorrettezza" e di "una battuta estrapolata" "nel tentativo di dimostrare che "siamo tutti uguali", cioè incapaci di fare i giornalisti, di porre domande vere ai membri dell'esecutivo". "Un comportamento a dir poco sleale - puntualizza Berlinguer - perchè rischia di scatenare un conflitto intestino tra testate della stessa azienda e perchè fondato sull'estrapolazione di un frammento di pochi secondi da un contesto di un'intervista ben più ampia, compiendo così un atto di vera e propria falsificazione". Sul sito del Tg3 viene oggi anche riportato il testo integrale dell'intervista a Prodi del 2007. Anche il Cdr della testata della terza rete prende posizione sottolineando che "mai un telegiornale, tantomeno appartenente alla stessa azienda (e pagato con gli stessi soldi dei cittadini, trattandosi di servizio pubblico) si è scagliato con tanta sottile violenza contro un altro tg andando a ripescare un'intervista di anni fa, tagliandone 10 secondi da un totale di tre minuti di domande "vere", per argomentare: il Berlusconi del TG1 di oggi è come il Prodi del TG3 di tanti anni fa".

Duello in casa Rai

"NESSUN KILLERAGGIO" - La segreteria di redazione del Tg1, dal canto suo, ha replicato spiegando che non era sua intenzione fare "killeraggio mediatico" contro Terzulli ma che il servizio voleva essere un "esempio delle decine di volte in cui un tg Rai ha intervistato il capo del governo. O forse - aggiunge il tg della rete ammiraglia - il Tg3 si vergogna delle interviste che ha fatto?". Inoltre, fa notare il Tg1, il servizio nasceva proprio come risposta alle critiche del Fatto e non era un attacco diretto al telegiornale "cugino".

IL CONFRONTO - Le domande ai due premier nelle interviste di Tg1 e Tg3

"NO AL FUOCO AMICO" - Lo scontro intestino alle testate della tv pubblica non piace al presidente della Rai, Paolo Garimberti, che parla di "totale assenza di buona creanza aziendale". "Trovo inaccettabile il "fuoco amico" di una testata su un'altra. Da giornalista e presidente di un'azienda di servizio pubblico, credo che sia mio dovere richiamare tutti al rispetto della buona creanza. Parafrasando un testo sacro mi verrebbe da dire: sarebbe opportuno pensare di più alla trave che è nel proprio occhio. Meglio preoccuparsi dei risultati piuttosto che delle polemiche".

"NON VEDO LO SCANDALO" "Ad essere precisi i colleghi Francesca Oliva e Mario Prignano, a cui va tutta la mia stima, non hanno attaccato il Tg3, ma solo citato un'intervista dell'ottimo collega Terzulli a Romano Prodi. Non vedo lo scandalo" dice poi lo stesso Augusto Minzolini che replica indirettamente a Garimberti. "Semmai lo scandalo - aggiunge Minzolini - è che per il Tg1, da mesi sottoposto ad attacchi concentrici fuori e dentro l'azienda il presidente della Rai non abbia mai speso una parola".

Redazione online

04 febbraio 2011

 

 

 

IL CASO

Domande a confronto

L'intervista del Tg1 a Berlusconi del 2 febbraio 2011 e quella del Tg3 a Prodi del 5 luglio 2007

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NOTIZIE CORRELATE

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Interviste "sdraiate", guerra Tg1-Tg3 Garimberti sbotta: "No al fuoco amico" (4 febbraio 2011)

IL CASO

Domande a confronto

L'intervista del Tg1 a Berlusconi del 2 febbraio 2011 e quella del Tg3 a Prodi del 5 luglio 2007

Michele Renzulli intervista Berlusconi al Tg1 del 2 febbraio 2011

Michele Renzulli intervista Berlusconi al Tg1 del 2 febbraio 2011

Le domande di Michele Renzulli a Berlusconi nel Tg1 del 2 febbraio 2011

- "Presidente, negli ultimi due anni l’Italia ha tenuto alto l'argine della stabilità e dei conti, come hanno riconosciuto l’Europa e il Fmi. Ora è il momento di tornare a crescere, in che modo?"

- "Molti analisti sostengono che l'Italia è ancora un Gulliver, ovvero un gigante bloccato da lacci e lacciuoli. Lei è sceso in politica nel 1994 promettendo la rivoluzione liberale. Per dare una scossa alla nostra economia è arrivato il momento di andare fino in fondo?"

- "Proprio su questi temi lei ha fatto una proposta di collaborazione con l’opposizione che ha risposto che non è credibile. Ma dietro questo rifiuto secondo lei aleggia il partito della patrimoniale, la vecchia ricetta che per risolvere i nodi della nostra economia punta sempre sulla scorciatoia dell’aumento della pressione fiscale?".

Pierluca Terzulli intervista Prodi nel Tg3 del 5 luglio 2007, nel frame riproposto oggi dal Tg1

Pierluca Terzulli intervista Prodi nel Tg3 del 5 luglio 2007, nel frame riproposto oggi dal Tg1

Le domande di Pierluca Terzulli a Prodi nel Tg3 del 5 luglio 2007

- "Presidente Prodi, la scorsa settimana avete presentato il documento di programmazione economica, per altro contestato da Bruxelles e dal Fondo Monetario, si può dire che volete passare dalla fase dei sacrifici a quella dell’abbassamento delle tasse? "

- "Sul suo tavolo ora c’è anche la questione scottante della riforma del sistema previdenziale, D’Alema: "dice non ci sono soldi per abolire lo scalone", lei condivide?"

- "Sulle pensioni però è in atto un braccio di ferro nella sua maggioranza con minacce di crisi e polemiche ad oltranza, non teme che tutto ciò a lungo andare possa indebolire il suo Governo?"

- "Berlusconi sostiene che ci sono molti senatori pronti ad abbandonare la maggioranza. Lei è preoccupato?"

- "Tra i fatti nuovi di questi giorni c’è la candidatura di Veltroni alla guida del Partito Democratico. E’ un fatto che secondo lei rafforza il Governo o avvicina la data delle elezioni?"

- "Lei conosce bene Veltroni e gli uomini che dovrà guidare. Che consiglio gli darebbe?"

04 febbraio 2011

 

2011-02-03

palinsensti primaverili

Sgarbi e Vespa in prima serata

Via libera dal Cda della Rai. Per il critico d'arte cinque prime serate il venerdì

palinsensti primaverili

Sgarbi e Vespa in prima serata

Via libera dal Cda della Rai. Per il critico d'arte cinque prime serate il venerdì

Vittorio Sgarbi (Eidon)

Vittorio Sgarbi (Eidon)

MILANO - Via libera, dal Cda della Rai ancora in corso, ai palinsesti primaverili. Tra le novità, l'informazione anche nel prime time di Raiuno, con uno spazio affidato a Bruno Vespa dopo le puntate sui 150 anni dell'Unità d'Italia condotte con Pippo Baudo. In arrivo anche Vittorio Sgarbi con cinque prime serate il venerdì.

LUCIA ANNUNZIATA - Nei palinsesti approvati anche un nuovo programma per Lucia Annunziata su Rai3. Annunziata (già conduttrice di "In mezz'ora" la domenica pomeriggio), da fine marzo si aggiudicherà una trasmissione in seconda serata sulla terza rete dedicata ai "poteri". Spazio in seconda serata su Rai2 e Rai3 alle trasmissioni dedicate all'Unità d'Italia firmate da Giovanni Minoli: a fare spazio sulla terza rete sarà Parla con Me di Serena Dandini, che perderà complessivamente otto puntate del venerdì. Tra le novità anche un programma per Maurizio Costanzo su Rai2 in access prime time.

Redazione online

03 febbraio 2011

 

2011-01-05

La sentenza di reintegro della Ferrario?: "Faremo ricorso"

Tg1, Minzolini lancia la nuova rubrica

"Monitorerà la faziosità dei colleghi"

"Agli attacchi vari risponderemo con Media, finestra di un minuto all'interno del tg, al via da metà gennaio"

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Augusto Minzolini

Augusto Minzolini

MILANO - Ricorso contro il reintegro di Tiziana Ferrario, querele sulle false rivelazioni relative all'inchiesta di Trani e e una nuova rubrica che farà "le pulci" ai colleghi giornalisti. Dagli Stati Uniti, dove ha trascorso un periodo di vacanza, un Augusto Minzolini assai determinato rilascia un'intervista a Panorama (in edicola venerdì 7 gennaio) lanciando la sua nuova rubrica. "Sulle mie note spese - spiega il direttore del Tg1 - non c'è alcuna inchiesta interna e comunque sono disposto a dimostrare che le mie spese sono sempre state in ordine. E contrattaccherò - aggiunge - anche sugli altri fronti. A Minzoparade (rubrica del Fatto che prende di mira il direttore del Tg1, ndr.) e attacchi vari risponderemo con Media, una rubrica di un minuto che da metà gennaio, all`interno del tg, monitorerà cantonate e faziosità dei colleghi". "Minzolini farà del Tg1 una sorta di clava mediatica? È questo il compito del principale tg del servizio pubblico?" critica l'associazione di telespettatori cattolici Aiart.

"FERRARIO? FAREMO RICORSO" - Quanto al reintegro alla conduzione di Tiziana Ferrario, "ovviamente faremo ricorso", annuncia Minzolini. "La sentenza - sostiene - è il frutto di un intreccio perverso fra politica, magistratura e baronati tv. Susanna Petruni e Francesco Giorgino, rimossi dalla conduzione da Giulio Borrelli e Clemente Mimun, non andarono dall'avvocato".

Redazione online

05 gennaio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

2011-01-01

dopo la sentenza del tribunale del lavoro che l'ha reintegrata alla conduzione del Tg1

Ferrario: la Rai ricorrerà contro di me

Lettera aperta della giornalista ai colleghi: "Io umiliata anche come donna, accusata di essere vecchia"

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Tiziana Ferrario (Imagoeconomica)

Tiziana Ferrario (Imagoeconomica)

MILANO - "Nessuna lesa autonomia del direttore, nessun trionfo della gerontocrazia, nessun baronato, nessuna inamovibilità del conduttore", scrive la giornalista del Tg1 Tiziana Ferrario in una lettera a tutti i colleghi, da lei affissa oggi in bacheca alla Rai. "L'ordinanza con la quale sono stata reintegrata nei ruoli che svolgevo al Tg1 prima della mia brutale rimozione - scrive la Ferrario - ha semplicemente stabilito che non posso stare senza lavorare e che mi devono essere assegnate mansioni adeguate alle mie professionalità di cui la conduzione è una componente molto importante". La giornalista ha deciso di risponde così alle polemiche scatenatesi in seguito alla decisione del giudice del tribunale del lavoro di Roma che ha ordinato all'azienda il suo reintegro alla conduzione del tg della rete ammiraglia e come inviata per i grandi eventi. Un'ordinanza, annuncia, contro la quale "per il momento la Rai ha annunciato ricorso". "Speravo non accadesse - sottolinea la giornalista - perché preferirei concentrarmi sulle notizie e non sulle carte giudiziarie".

"DOLOROSA UMILIAZIONE" - Nella lettera Tiziana Ferrario precisa ancora come in un anno e mezzo di direzione Minzolini la Rai non abbia "potuto mostrare al giudice alcun documento che provasse il mio indirizzo, nessuna trasferta tranne quella ordinatemi in fretta e furia a novembre quando la direzione - solo dopo essere venuta a conoscenza della mia causa e dell'udienza fissata per il 26 novembre scorso - mi ha chiesto di sostituire per 15 giorni il corrispondente di New York". Quelli passati, dice ancora, "sono stati mesi di grande solitudine e di dolorosa umiliazione che ancora continua a causa delle dichiarazioni del direttore Minzolini. Umiliazione come giornalista, che si è vista all'improvviso estromessa senza una ragione professionale del lavoro quotidiano e umiliazione come donna accusata pubblicamente sui giornali di essere vecchia e colpevole solo di avere lavorato oltre 30 anni, in più ruoli nella stessa testata giornalistica".

"IL PUBBLICO HA ABBANDONATO IL TG1" - "A differenza di Minzolini, io - scrive ancora Tiziana Ferrario nella sua lettera ai colleghi del Tg1 - ho lavorato al fianco dei colleghi illustri che cita in continuazione in questi giorni, quando mi offende dalle pagine dei giornali, accusandomi di ostacolare il ringiovanimento. Vorrei ricordargli che Bruno Vespa ha smesso di condurre il Tg1 perché ne è diventato il direttore e continua ad andare in video quattro sere alla settimana ancora oggi; che Paolo Frajese, grande professionista purtroppo morto troppo presto, lasciò la conduzione quando fu nominato capo della sede di Parigi; che Angela Buttiglione diventò direttore di Rai International, che Borrelli fu anche lui nominato direttore del Tg1. Nessuno di loro è stato umiliato, offeso sui giornali e messo dietro una scrivania a fare niente quando ha lasciato la conduzione. Nessuno di loro è stato avvisato all’improvviso con una telefonata, mentre si trovava in vacanza, che non avrebbe più svolto le stesse mansioni senza che altre fossero concordate prima". Secondo Ferrario "ci vuole più rispetto delle storie personali e meno arroganza. Più confronto e meno emarginazione di tanti ottimi professionisti. Il Tg1 ha bisogno di ritrovare quella credibilità che ha perso e recuperare quel pubblico che lo ha abbandonato. Serve però un cambio di rotta, come ha detto l’Agcom e non è con le sole esibizioni muscolari che si dirige una redazione e si fa buon giornalismo. Grazie - conclude la giornalista - a tutti i colleghi che mi hanno espresso la loro solidarietà".

Redazione online

31 dicembre 2010

 

 

 

2010-12-29

LO ha decisio il giudice del lavoro

Tiziana Ferrario reintegrata

alla conduzione del Tg1

"Lesione della sua professionalità per discriminazione politica": non condivideva la linea del direttore Minzolini

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Tiziana Ferrario (Emblema)

Tiziana Ferrario (Emblema)

MILANO - Tiziana Ferrario è stata reintegrata alla conduzione del Tg1. Lo ha deciso il tribunale di Roma sezione lavoro. Il giudice ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi. Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell'incarico di conduttrice del Tg1 una "grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell'opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini.

MINZOLINI - "Paolo Frajese ha condotto il Tg per sette anni, Bruno Vespa per cinque. Tiziana Ferrario lo ha condotto per 30 anni", è stato il commento di Minzolini. "Quale spazio possono avere le nuove generazioni in un'azienda in cui i ruoli si danno a vita?". Minzolini precisa anche di aver proposto alla Ferrario, "collega stimabile e brava", il ruolo "di super-inviato per il mondo". Secondo il direttore del Tg1 fa decisione del giudice "è assurda perchè interviene in decisioni di fatto del direttore. Quello che è normale negli altri Paesi, qui non lo è e resta il concetto che un ruolo rimane acquisito". Ma il giudice nella sua sentenza ritiene che non c'entri nulla nel caso di Ferrario la tesi di Minzolini di aver voluto dare spazio ai giovani. Infatti "risulta che identica decisione non ha coinvolto due giornalisti coetanei della ricorrente (Petruni e Romita), i quali invece avevano sottoscritto il documento di sostegno alla linea editoriale".

POLITICA - La sentenza del giudice ha scatenato anche reazioni politiche. "La magistratura al servizio della sinistra comanda alla Rai", ha detto Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato. "Ora i togati vorrebbero decidere anche chi deve condurre i telegiornali in studio. Spero che questa decisione venga considerata dalla Rai un proclama scritto su carta straccia. A quando sentenze che dicano quali notizie divulgare e quali no? In altri casi, il ministro della Giustizia Alfano ha inviato ispezioni: qui servirebbe un controllo medico". Leoluca Orlando, portavoce dell'Idv, giudica "gravissime e fuori luogo" le affermazioni di Gasparri, per le quali "si dovrebbe vergognare. Impari a rispettare le sentenze e il lavoro dei magistrati". Matteo Orfini, responsabile cultura e informazione del Pd: "La sentenza certifica ciò era già evidente: al Tg1 ci sono discriminazioni politiche per chi la pensa diversamente dal direttore. È normale e accettabile nella Rai di Berlusconi?". L'associazione di telespettatori cattolici Aiart ritiene che si tratti di "una grave bocciatura" di Minzolini. "Il Tg1 fa soprattutto gossip e nasconde le vere notizie". Carlo Verna, segretario dell'Usigrai, sindacato dei giornalisti Rai: "La sentenza è un grande successo di chi crede nei diritti di libertà e una secca sconfitta di Masi e Minzolini. Ora se ne vadano entrambi".

Redazione online

29 dicembre 2010

 

 

 

2010-12-22

impedire che partecipi alla gara per l'assegnazione delle frequenze

Telecom e Mediset: causa contro Sky per impedire l'assegnazione dei canali del dtt

I principali competitor sono ricorsi alla Corte di giustizia contro la decisione della Commissione Ue

impedire che partecipi alla gara per l'assegnazione delle frequenze

Telecom e Mediset: causa contro Sky per impedire l'assegnazione dei canali del dtt

I principali competitor sono ricorsi alla Corte di giustizia contro la decisione della Commissione Ue

MILANO - È partita una richiesta alla Corte di giustizia Ue di annullare la decisione con cui, il 20 luglio scorso, la Commissione europea ha autorizzato Sky a partecipare alla prossima gara per l'assegnazione delle frequenze per il digitale terrestre. Lo segnala la stessa Corte precisando che la causa è stata introdotta presso il Tribunale Ue. È quanto hanno chiesto i principali competitor di Sky con tre ricorsi presentati contemporaneamente al Tribunale Ue del Lussemburgo, sezione della Corte di giustizia europea. A impugnare la decisione di Bruxelles del 20 luglio scorso con cause ora iscritte a ruolo sono stati Rti-Elettronica Industriale, Telecom Italia Broadcasting-Telecom Italia Media e Prima tv, emittente controllata dal finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar.

ERRORI - I ricorrenti, in base a quanto si legge nei documenti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione, accusano la Commissione europea di aver commesso diversi errori, non solo di valutazione, nell'arrivare a decidere che Sky Italia poteva partecipare alla gara. Per Rti, TI e Prima tv, il via libera dato al canale satellitare di Rupert Murdoch dal commissario Ue alla concorrenza Joaquin Almunia presenta vizi di "sviamento di potere", e difetta di motivazioni e di istruttoria. Inoltre, la Commissione avrebbe violato le forme procedurali essenziali e, travisando i fatti, avrebbe erroneamente individuato le circostanze eccezionali idonee a giustificare la modifica degli obblighi imposti a Sky Italia nel 2003, quando lo stesso esecutivo comunitario diede luce verde alla nascita della società, dichiarandola compatibile con le regole del mercato unico, a condizione che non entrasse nel digitale terrestre fino al 31 dicembre 2011. Con una decisione sofferta presa nonostante le divisioni registrate in seno all'esecutivo comunitario, il 20 luglio scorso Bruxelles ha invece deciso di permettere a Sky Italia di partecipare alla gara per il digitale terrestre approvando una modifica della delibera del 2003. Per Almunia le mutate condizioni di mercato, affiancate dal nuovo obbligo imposto a Sky di trasmettere in chiaro per almeno cinque anni sul digitale terrestre, hanno giustificato la modifica della precedente decisione. Scelta che già all'epoca era stata fortemente contestata dal governo italiano. Ma anche dai concorrenti che avevano preannunciato l'avvio di azioni legali per chiedere l'annullamento della decisione di Bruxelles.

Redazione online

22 dicembre 2010

 

 

 

2010-12-17

Sotto accusa un servizio su tre auto ritenuto "denigratorio dell'immagine della società"

La Fiat punta al mega risarcimento

"Venti milioni da Annozero"

A tanto ammonterebbe la richiesta di risarcimento danni contro la trasmissione di Santoro

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Un frame del servizio di Annozero finito nel mirino del Lingotto (IPP)

Un frame del servizio di Annozero finito nel mirino del Lingotto (IPP)

MILANO - Venti milioni: a tanto ammonterebbe la richiesta di risarcimento danni presentata dalla Fiat contro la trasmissione Annozero di Michele Santoro, per la puntata del 2 dicembre. In particolare, nel mirino del Lingotto erano finite le affermazioni contenute in un servizio su tre autovetture, tra le quali l'Alfa Romeo MiTo, ritenute "fortemente denigratorie e lesive dell'immagine e dell'onorabilità della società, dei suoi prodotti e dei suoi dipendenti".

RICAVATO IN BENEFICENZA - In particolare, la Fiat aveva spiegato che "in modo del tutto strumentale" Annozero aveva "illustrato le prestazioni di tre autovetture, fra cui una Alfa Romeo MiTo, impegnate in un test apparentemente eseguito nella stagione autunnale, per concludere, sulla sola base dei dati relativi alla velocità, che i risultati di questa "prova" avrebbero dimostrato una asserita inferiorità tecnica complessiva dell'Alfa Romeo MiTo. Si trattava di una ripresa televisiva che è stata artificialmente collegata ad una prova comparativa condotta nella stagione primaverile, non con le stesse vetture, dal mensile Quattroruote e poi pubblicata nel numero dello scorso mese di giugno di questa rivista". "Quello che, incredibilmente, la trasmissione non ha raccontato - aveva spiegato ancora il Lingotto - è che la valutazione globale di Quattroruote, risultante dalla comparazione dei dati relativi alle prestazioni tecniche, alla sicurezza e al confort ha attribuito all'Alfa Romeo MiTo in versione Quadrifoglio (1.368 cc) una votazione superiore a quella della Citroen DS3 THP (1.598 cc) e della Mini Cooper S (1.598 cc). Fiat, anche a tutela delle migliaia di lavoratori che quotidianamente danno il loro contributo alla realizzazione di prodotti sicuri e tecnologicamente avanzati, intende pertanto intraprendere un'azione di risarcimento danni (il cui ricavato sarà interamente devoluto in beneficenza) - aveva concluso l'azienda - come forma di difesa a fronte di una condotta tanto ingiustificata quanto lesiva della verità". In quella occasione Michele Santoro si era limitato a dire: "Quando arriverà la richiesta di risarcimento danni la valuteremo e ci difenderemo nelle sedi opportune come abbiamo sempre fatto". (Fonte Ansa)

16 dicembre 2010

 

 

 

2010-12-12

E IL TITOLARE DELL'ECONOMIA CONTRO IL SERVIZIO DELLO SCORSO 24 OTTOBRE

Esposto di Tremonti contro ReportGabanelli: "Io avvertita tardi, perché?"

La denuncia della giornalista in tv, dopo l'iniziativa del ministro presso l'Agcom contro la puntata sulla manovra

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MILANO - "Perché mi è stato comunicato così in ritardo dell'esposto del ministro Tremonti contro Report e su mia richiesta?". Milena Gabanelli apre la puntata del 12 dicembre con questo interrogativo, lamentando di essere venuta a conoscenza solo due giorni fa dell'iniziativa del titolare del dicastero dell'Economia, che è stata invece notificata alla Rai lo scorso 29 novembre. La Rai, spiega la giornalista, come da prassi, ha 30 giorni di tempo, fino al 29 dicembre, per predisporre le sue memorie difensive. "Io sono entrata in possesso dell'esposto solo il 10 dicembre, quindi 12 giorni dopo la notifica, e su mia richiesta: mi sono rivolta all'ufficio legale attraverso il direttore di Raitre Ruffini".

IL SERVIZIO - "Conti, sconti e Tremonti", il servizio oggetto dell'esposto del ministro andato in onda lo scorso 24 ottobre, passava al setaccio la manovra economica varata dal governo, tagli compresi, ma anche l'ascesa del tributarista Tremonti e il ruolo che ancora il ministro ricoprirebbe, secondo Report, nel suo ex studio (oggi Studio Vitali, Romagnoli, Piccardi). Il ministro ha chiesto all'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni di sanzionare il programma, ritenendo la ricostruzione giornalistica in questione lesiva dei principi di imparzialità e correttezza dell'informazione. "Il 14 novembre - aggiunge la conduttrice - Report ha proposto una puntata sulle Authority, Agcom compresa, puntando tra l'altro il dito sulla questione della loro indipendenza dalla politica. Il 23 novembre Tremonti ha presentato l'esposto all'Agcom, che è stato notificato all'azienda il 29: la Rai, come da prassi, ha 30 giorni di tempo, fino al 29 dicembre, per predisporre le sue memorie difensive. Io sono entrata in possesso dell'esposto solo il 10 dicembre".

"NOI CORRETTI" - "Tremonti, da noi più volte sollecitato, non ha mai risposto" spiega ora la Gabanelli, dicendosi convinta della correttezza di Report: "Il ministro invoca il contraddittorio? Ma chi più di lui era titolato a garantirlo? Tremonti - sottolinea - è libero di intraprendere le iniziative che vuole, anche se normalmente chi si sente diffamato si rivolge alla magistratura o chiede l'obbligo di rettifica. Ma il diritto di critica è sacrosanto. E la nostra critica si basa sui fatti". A questo punto, conclude la giornalista, "stiamo predisponendo la corposissima documentazione sulle fonti, sui curriculum dei personaggi intervistati, sulle richieste di intervista alle quali non abbiamo ricevuto risposta".

LA REPLICA DELLA RAI - La direzione Affari Legali della Rai tuttavia ha poi precisato che "non c'è stato nessun ritardo di alcun tipo nella comunicazione a Raitre, relativamente al programma Report. "Il provvedimento dell'Autorità dell'avvio del procedimento su segnalazione del ministro Tremonti - spiega la direzione Affari legali di Viale Mazzini, replicando a Milena Gabanelli - è stato infatti notificato alla Rai in data 2 dicembre e inviato dalla direzione Affari Legali alla Segreteria del direttore di Raitre, Paolo Ruffini, il giorno 3 dicembre e poi formalmente trasmesso il 10 dicembre con le rituali osservazioni ai fini della predisponenda attività difensiva che evidentemente verrà espletata nella piena osservanza dei termini di legge".

Redazione online

12 dicembre 2010

 

 

 

2010-10-26

masi incontra i sindacati: taglio degli appalti e blocco del turn over

Tg1, cala la raccolta pubblicitaria Minzolini: "Scemenze dal Pd"

I dati Sipra: persi 3 milioni in 3 mesi. Il Tg2 cresce, tiene il Tg3. Vita (Pd): "Come influiscono gli ascolti?"

masi incontra i sindacati: taglio degli appalti e blocco del turn over

Tg1, cala la raccolta pubblicitaria Minzolini: "Scemenze dal Pd"

I dati Sipra: persi 3 milioni in 3 mesi. Il Tg2 cresce, tiene il Tg3. Vita (Pd): "Come influiscono gli ascolti?"

Augusto Minzolini (Milestone)

Augusto Minzolini (Milestone)

MILANO - La raccolta pubblicitaria attorno al Tg1 ha perso quasi il 20% (una percentuale pari a circa tre milioni) nel trimestre luglio-settembre rispetto allo stesso perioso dell'anno precedente. "A quanto ci risulta - spiega in una nota Matteo Orfini, responsabile Cultura e Informazione del Pd - la raccolta pubblicitaria legata all'edizione principale del Tg1 è caduta, in un anno, di quasi il 20% in termini di investimenti netti, cosa che non è accaduta per Tg2 e Tg3 che invece registrano una crescita (sarebbero rispettivamente a +9% e a +1%, ndr). E tutto ciò avviene in una situazione di grande preoccupazione per i conti dell'azienda". Orfini cita i dati non ufficiali della Sipra, la concessionaria per la pubblicità commerciale sulla Rai.

"LA SIPRA VENGA IN VIGILANZA" - "Piacerebbe sapere come il conclamato calo di ascolti del Tg1 abbia influito sulle entrate pubblicitarie raccolta dalla Sipra per la Rai" rileva ora il senatore del Pd Vincenzo Vita della commissione di Vigilanza, annunciando che chiederà l'audizione dei vertici della concessionaria pubblicitaria pubblica in commissione di Vigilanza.

LA REPLICA DI MINZOLINI - Non si fa attendere però la replica di Minzolini alle parole di Orfini e Vita: "Leggo le dichiarazioni degli onorevoli Orfini e Vita, un cumulo di scemenze. Li inviterei a leggere bene i dati prima di prendere lucciole per lanterne".

IL PIANO INDUSTRIALE - Nel pomeriggio, intanto, riprende il confronto sul piano industriale della Rai tra azienda e sindacati. Durante l'incontro di lunedì il direttore generale Mauro Masi ha annunciato ai sindacati una serie di misure per razionalizzare costi e spese. Subito un taglio del 20% degli appalti esterni, delle consulenze, delle trasferte, delle auto blu. Sarà inoltre attuato il blocco del turn over e delle retribuzioni.

Redazione online

26 ottobre 2010

 

 

 

2010-10-22

LA SCHEDA

Telegiornali e pluralismo, ecco i dati

Il tempo dedicato da Tg1, Tg4 a Studio Aperto alle diverse forze politiche nel periodo luglio-settembre

LA SCHEDA

Telegiornali e pluralismo, ecco i dati

Il tempo dedicato da Tg1, Tg4 a Studio Aperto alle diverse forze politiche nel periodo luglio-settembre

La diffida al Tg1 e il richiamo al Tg4 e a Studio Aperto per "il forte squilibrio" a favore della maggioranza e del governo sono stati decisi dalla Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dopo l'analisi dei dati del monitoraggio sul pluralismo per il periodo luglio-agosto-settembre 2010 rilevati dall'Isimm. I dati sono relativi al tempo di antenna, cioè il tempo complessivamente dedicato a ciascun soggetto politico-istituzionale (è la somma del tempo di parola, in cui il soggetto parla direttamente in voce, e di quello di notizia, in cui il giornalista illustra un argomento-evento relativo al soggetto politico-istituzionale).

TG1 - A luglio il Pdl occupa il 24% del tempo di antenna relativo al Tg1, il Pd il 9.95%, il presidente del Consiglio il 15.3%, il governo il 24.62%, la Lega Nord il 3.50%, l'Idv il 2.25%, l'Udc il 3.09%. Ad agosto il Pdl è al 25.17%, il Pd all'11.23%, il premier al 5.18%, il governo al 12.76%, la Lega al 7.98%, l'Idv al 2.97%, l'Udc al 5.17%. A settembre il Pdl è al 22.61, il Pd al 10.95%, il premier al 9.18%, il governo al 14.02%, la Lega al 6.51%, l'Idv al 2.69%, l'Udc al 4.97%. Da agosto si rileva anche un tempo autonomo per Futuro e Libertà, pari al 9.08%, che a settembre sale al 10.95%.

TG4 - A luglio il tempo di antenna dedicato dal Tg4 al Pdl è pari al 37.27%, il Pd all'1.76%, il premier al 35.42%, il governo all'11.41%, la Lega al 2.24%, l'Idv allo 0.47%, l'Udc allo 0.38%. Ad agosto il Pdl occupa il 44.80%, il Pd il 5.81%, il premier il 18.10%, il governo il 10.34%, la Lega il 3.08%, l'Idv lo 0.54%, l'Udc lo 0.68%. A settembre il Pdl è al 33.32%, il Pd al 6.69%, il premier al 27.19%, il governo all'8.92%, la Lega al 2.29%, l'Idv allo 0.74%, l'Udc all'1.93%. Futuro e Libertà passa dal 4.12% di agosto al 9.85% di settembre.

STUDIO APERTO - Quanto a Studio Aperto, a luglio per il Pdl è stato rilevato un tempo di antenna del 18.51%, Pd 4.21%, premier 39.63%, governo 17.29%, Lega 0.95%, Idv 1.83%, Udc 0.29%. Queste le percentuali di agosto: Pdl 29.20%, Pd 2.90%, premier 11.46%, governo 13.98%, Lega 12.92%, Idv 0.30%, Udc 0.67%. A settembre per il Pdl 22.92%, per il Pd 10.06%, per il premier 18.39%, per il governo 13.99%, per la Lega 8.72%, per l'Idv 0.75%, per l'Udc 5.42%. Per Futuro e Libertà 6.19% ad agosto, 8.74% a settembre. (Fonte Ansa)

21 ottobre 2010

 

 

 

La decisione basata sui dati del monitoraggio sul pluralismo relativi agli ultimi tre mesi

Dall'Agcom arriva la diffida al Tg1

"Forte squilibrio a favore del governo"

Richiamo al Tg4 e a Studio Aperto. E l'Autorità: "Se tale situazione perdura, adotteremo ulteriori provvedimenti"

La decisione basata sui dati del monitoraggio sul pluralismo relativi agli ultimi tre mesi

Dall'Agcom arriva la diffida al Tg1

"Forte squilibrio a favore del governo"

Richiamo al Tg4 e a Studio Aperto. E l'Autorità: "Se tale situazione perdura, adotteremo ulteriori provvedimenti"

Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini (Ansa)

Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini (Ansa)

ROMA - "Forte squilibrio" a favore della maggioranza e del governo: è questa la motivazione alla base della diffida al Tg1 e del richiamo al Tg4 e a Studio Aperto decisi dalla commissione Servizi e Prodotti dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Una decisione, quella dell'Agcom, adottata dopo l'analisi dei dati relativi al monitoraggio sul pluralismo per il periodo luglio-agosto-settembre 2010 e in particolare al tempo dedicato dai tiggì alle diverse forze politiche. "Qualora tale squilibrio perdurasse - è l'avvertimento dell'Autorità - verranno adottati ulteriori provvedimenti".

"NON MI RISULTA" - "Dai dati che ho disposizione, non risulta questa disparità di trattamento che rileva l'Agcom. Rai e Autorità dovrebbero mettersi per prima cosa d'accordo sui dati da utilizzare" ha detto il direttore del Tg1 Augusto Minzolini. "In secondo luogo - ha aggiunto Minzolini - nell'ultimo periodo le vicende politiche hanno riguardato prevalentemente la maggioranza e il governo ed il criterio di notiziabilità va comunque considerato. Infine, in estate il governo resta presente, mentre i politici vanno in vacanza e c'è un problema di reperibilità. Io ad esempio non ho potuto realizzare uno speciale Tg1 ad agosto sulla crisi della maggioranza perché non siamo riusciti a raccogliere voci sufficienti per chiudere i servizi". "Anche se più che il richiamo dell'Agcom sento il richiamo della foresta - ha prontamente commentato il direttore del Tg4, Emilio Fede -, risponderò che ho sempre agito nel rispetto delle regole dell'equilibro ma soprattutto dell'onestà professionale. La norma della quale sono più rispettoso è quella della deontologia". "Sarebbe opportuno tenere sempre presente oltre al mero dato numerico anche le priorità giornalistiche imposte dalla cronaca politica" ha sottolineato dal canto suo il direttore di Studio Aperto, Giovanni Toti.

PD E PDL - "Il Tg1 non rispetta neanche le regole formali" è l'opinione di Paolo Gentiloni, responsabile comunicazioni del Partito democratico, ha commentato a caldo la decisione dell'Agcom. "La diffida - secondo l'esponente del Pd - conferma che, anche sul piano formale, il Tg1 è ormai diventato una voce della maggioranza, e anche tra le più faziose". "La testata che aveva sempre rappresentato la voce dell'informazione istituzionale - ha aggiunto Gentiloni è stata ridotta alla stregua di un organo militante e di parte". "Le reazioni strumentali del Pd - recita una nota di Daniele Capezzone, portavoce Pdl - fanno pensare che i dirigenti di quel partito siano appena arrivati sulla Terra dalla Luna o da Marte, o quanto meno che siano improvvisamente vittime di un'amnesia che impedisce a lor signori di ricordare i lustri in cui il Tg1 era clamorosamente schiacciato a sinistra, con tanto di firme di punta di quel telegiornale poi transitate nelle liste elettorali della sinistra".

RIZZO NERVO - Commenta ironicamente la decisione dell'Agcom il consigliere d'amministrazione della Rai Nino Rizzo Nervo. "Potrei con una battuta dire che l'allievo ha superato il maestro visto che il Tg1 ha ricevuto una diffida e il Tg4 solo un richiamo" ha detto Rizzo Nervo. "La decisione adottata dall'Autorità per le comunicazioni - ha spiegato, tornando serio, Rizzo Nervo - conferma quanto ho più volte denunciato in consiglio di amministrazione senza ottenere alcun riscontro da parte del direttore generale".

Redazione online

21 ottobre 2010(ultima modifica: 22 ottobre 2010)

 

 

 

ad annozero

Saviano: "I vertici Rai cercano di delegittimare il nostro lavoro"

Nota di Masi: "Parole prive di fondamento"

ad annozero

Saviano: "I vertici Rai cercano di delegittimare il nostro lavoro"

Nota di Masi: "Parole prive di fondamento"

MILANO - Intervistato ad Annozero Roberto Saviano ha lanciato un duro atto d’accusa al vertice Rai. Argomento: i problemi incontrati nella realizzazione di Vieni via con me, il programma che sta preparando con Fabio Fazio per la Rai. "E’ ingiusto, hanno chiesto prezzi - spiega - sotto il livello del mercato. E non sono soldi che rubano ma vengono dalla pubblicità che questo programma ha generato". Poi ha aggiunto, a proposito delle voci che sono circolate sui compensi altissimi destinati agli ospiti e a lui stesso: "È solo un’opera di delegittimazione - accusa - far uscire queste cifre, tra l’altro quasi tutte false. È un modo per dire al telespettatore: vedete, fanno i soldi per dire queste cose. Ma essere pagato significa essere professionale, significa essere libero. Altrimenti se vieni gratis vuol dire che non è che pensi quelle cose ma c’è qualcuno che ti paga per farti andare gratis a dirle". Secondo Saviano "svelare il compenso degli ospiti è un favore alla concorrenza, che magari offre di più e ti sottrae l’ospite. La Rai è l’unica azienda che lavora contro se stessa".

LA RISPOSTA DI MASI - La direzione generale della Rai ha diramato una nota nella quale definisce "prive di fondamento" alcune affermazioni fatte questa sera da Roberto Saviano ad Annozero. "In merito ad alcune dichiarazioni rilasciate nel corso del programma Annozero, nel ribadire che non esistono e non sono mai esistite difficoltà amministrative relative al programma Vieni via con me, sottolinea che le affermazioni del signor Roberto Saviano sulla presunta consegna delle scalette e su banali questioni logistiche riguardanti gli ospiti sono completamente prive di ogni fondamento", si legge nel comunicato.

Redazione online

21 ottobre 2010

 

 

 

IL PROVVEDIMENTO

L'Antitrust indaga sul televoto

L'Authority vuole fare chiarezza sulla trasparenza

dei meccanismi nei confronti dei consumatori

IL PROVVEDIMENTO

L'Antitrust indaga sul televoto

L'Authority vuole fare chiarezza sulla trasparenza

dei meccanismi nei confronti dei consumatori

MILANO - L'Antitrust ha avviato due distinte istruttorie nei confronti di Rai e Rti per verificare se il meccanismo del televoto sia trasparente o se, invece, costituisca una pratica commerciale scorretta a danno dei consumatori.

"MORAL SUASION" - "La decisione - ricorda l'Autorità in una nota - è stata presa dopo che l'Autorità aveva tentato la via della moral suasion nei confronti delle due aziende radiotelevisive, chiedendo l'introduzione di "filtri" in grado di escludere le utenze business dal meccanismo del televoto: secondo l'Autorità, si sarebbe così eliminato a monte il rischio di chiamate "di massa" da parte di call-center appositamente organizzati". "In mancanza di atteggiamenti collaborativi da parte di Rai e Rti - prosegue ancora la nota - sono stati avviati i procedimenti che dovranno verificare se il sistema delle telefonate presenti anomalie tali da indurre i telespettatori a chiamare durante le trasmissioni, spendendo soldi, senza che però il loro voto incida sui risultati delle selezioni di artisti, cantanti o personaggi dello spettacolo".

PACCHETTI - Secondo quanto ricostruito dall'Autorità, "l'attuale meccanismo rende infatti possibile, da parte di operatori specializzati del settore, l'effettuazione di un numero molto rilevante di telefonate, per esprimere preferenze già predeterminate su specifiche scelte. Queste preferenze, quindi, potrebbero non essere una manifestazione delle simpatie del pubblico dei telespettatori, ma espressione di accordi di acquisto di interi pacchetti di televoto. L'intero meccanismo di voto, in sostanza, potrebbe essere alterato senza che la comunicazione sul punto sia chiara, completa e trasparente". Le due istruttorie sono state avviate anche nei confronti di Telecom, in quanto società operante nella fornitura di servizi di telefonia fissa e internet in Italia e di Polymedia e Neo Network, in quanto società specializzate nella progettazione e nello sviluppo di prodotti per la realizzazione di televisione interattiva, che operano rispettivamente con Rti, spa del gruppo Mediaset, e Rai. (fonte: Ansa)

 

21 ottobre 2010IL PROVVEDIMENTO

L'Antitrust indaga sul televoto

L'Authority vuole fare chiarezza sulla trasparenza

dei meccanismi nei confronti dei consumatori

IL PROVVEDIMENTO

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MILANO - L'Antitrust ha avviato due distinte istruttorie nei confronti di Rai e Rti per verificare se il meccanismo del televoto sia trasparente o se, invece, costituisca una pratica commerciale scorretta a danno dei consumatori.

"MORAL SUASION" - "La decisione - ricorda l'Autorità in una nota - è stata presa dopo che l'Autorità aveva tentato la via della moral suasion nei confronti delle due aziende radiotelevisive, chiedendo l'introduzione di "filtri" in grado di escludere le utenze business dal meccanismo del televoto: secondo l'Autorità, si sarebbe così eliminato a monte il rischio di chiamate "di massa" da parte di call-center appositamente organizzati". "In mancanza di atteggiamenti collaborativi da parte di Rai e Rti - prosegue ancora la nota - sono stati avviati i procedimenti che dovranno verificare se il sistema delle telefonate presenti anomalie tali da indurre i telespettatori a chiamare durante le trasmissioni, spendendo soldi, senza che però il loro voto incida sui risultati delle selezioni di artisti, cantanti o personaggi dello spettacolo".

PACCHETTI - Secondo quanto ricostruito dall'Autorità, "l'attuale meccanismo rende infatti possibile, da parte di operatori specializzati del settore, l'effettuazione di un numero molto rilevante di telefonate, per esprimere preferenze già predeterminate su specifiche scelte. Queste preferenze, quindi, potrebbero non essere una manifestazione delle simpatie del pubblico dei telespettatori, ma espressione di accordi di acquisto di interi pacchetti di televoto. L'intero meccanismo di voto, in sostanza, potrebbe essere alterato senza che la comunicazione sul punto sia chiara, completa e trasparente". Le due istruttorie sono state avviate anche nei confronti di Telecom, in quanto società operante nella fornitura di servizi di telefonia fissa e internet in Italia e di Polymedia e Neo Network, in quanto società specializzate nella progettazione e nello sviluppo di prodotti per la realizzazione di televisione interattiva, che operano rispettivamente con Rti, spa del gruppo Mediaset, e Rai. (fonte: Ansa)

21 ottobre 2010

 

2010-10-21

Il bilancio Tra due anni il rosso rischia di superare il capitale sociale

Esplode il deficit, è emergenza

L'azienda venderà i suoi palazzi

Dirigenti all'attacco sulla gestione, domani vertice con il dg Il piano di risanamento

Il bilancio Tra due anni il rosso rischia di superare il capitale sociale

Esplode il deficit, è emergenza

L'azienda venderà i suoi palazzi

Dirigenti all'attacco sulla gestione, domani vertice con il dg Il piano di risanamento

Palazzo Rai di Viale Mazzini (Ansa)

Palazzo Rai di Viale Mazzini (Ansa)

ROMA - No, i conti Rai non vanno bene. E oggi se ne parlerà in Consiglio di amministrazione, con una voce messa proprio ieri all'ordine del giorno. Tutto il management dell'azienda è da giorni in fibrillazione. I dirigenti, che ieri hanno polemicamente chiesto un confronto con la direzione generale esprimendo "massima preoccupazione" e un immediato confronto con la direzione generale accusata di gestione verticistica (che ha replicato piccata: il confronto c'è già). I consiglieri di amministrazione della Rai e delle consociate. I direttori di rete e di testata. I quattro vicedirettori generali, di diversi orientamenti politici ma accomunati dalla stessa questione. Perché uno spettro si aggira al settimo piano di viale Mazzini. Un deficit alla fine del 2012 di 600 milioni di euro, più del capitale sociale della Rai, 550 milioni. Il che significherebbe la fine non virtuale dell'azienda, l'impossibilità di chiedere altri prestiti agli istituti di credito e quindi di pagare materialmente gli stipendi.

Il quadro allarma. Secondo gli appunti in possesso del top management, la previsione di deficit per il 2010, fissato in 116 milioni di euro, lieviterà a 120 se non a 130. Colpa delle difficoltà economiche, soprattutto di una raccolta pubblicitaria che stranamente non decolla. La Rai non ha mai avuto tanti ascolti come in questo periodo grazie a 13 canali, di cui 10 tematici: 44% di ascolti contro il 38% di Mediaset e l'8% attestato di Sky (primi dieci mesi 2010). Eppure la raccolta della pubblicità da parte della Sipra misteriosamente arranca: un avaro + 4% rispetto al disastroso 2009 che cozza contro il + 8% di Publitalia per una Mediaset che, invece, non cresce in ascolti. Per di più, e ancora peggio: l'ottobre è addirittura inspiegabilmente in calo rispetto all'ottobre dell'annus horribilis 2009. Anche per questo oggi è prevista un'audizione della Sipra.

I dirigenti premono sul direttore generale Mauro Masi perché metta mano al piano industriale e abbia la forza di spiegare ai sindacati che si aprirà una stagione dura e ben poco prodiga di soddisfazioni economiche. Non muoversi significherebbe raggiungere quei 600 milioni di euro. Infatti i quattro vicedirettori generali erano pronti a consegnare a Masi una lettera per sollecitare soluzioni immediate. Domani il direttore generale li incontrerà: ha saputo in tempo del malcontento, perciò il messaggio non è mai partito.

Ma cosa prevede il piano industriale e perché Masi rinvia? Le linee sono già state immaginate a maggio e hanno avuto un aggiornamento il 13 ottobre scorso, come risulta nel documento che circola al settimo piano. Dieci punti principali. 1-Revisione del modello organizzativo: definizione di un macro-assetto al passo con l'offerta digitale e, nell'area informazione, aggregazione di Rai News 24, Televideo e parte di Rai International. 2-Assetti societari: fusione per incorporazione nella Rai di Raitrade e Rainet (fine dei Consigli di amministrazione) e della società di distribuzione 01 in Rai cinema. 3-Rai Internazionale: fine delle attività produttive per Rai Corporation (l'attuale presidente Massimo Magliaro dovrà affrontare un'indagine interna e una esterna della Corte dei Conti per la gestione economica). 4- Affidamento a società esterne dell'ufficio abbonamenti e dei servizi generali. 5- Ristrutturazione della produzione: affidamento a società esterne delle riprese, dei trucchi e dei costumi. 6- Cessione delle 1500 torri di trasmissione di Raiway (con annessi terreni e fabbricati) con un prevedibile incasso di 300 milioni di euro. 7- Riduzione delle spese per tutti gli uffici di corrispondenza e revisione delle aree "coperte" (leggi: chiusura di alcune sedi). 8- Questione immobiliare, delicatissima. A Roma si immagina l'accorpamento di tutta la Rai in una sola sede, probabilmente a Saxa Rubra con la costruzione di una Saxa-2 con la conseguente vendita delle sedi storiche di viale Mazzini, via Teulada, via Asiago (aree pregiatissime nel quartiere Prati). A Torino vendita della storica sede di via Cernaia e accorpamento in corso Giambone. A Venezia vendita del meraviglioso palazzo Labia affrescato dal Tiepolo. 9- Progetto operativo da sottoporre al governo per il recupero del canone evaso (500 milioni di euro annui) agganciandolo alla bolletta elettrica. 10- Ridisegno del modello organizzativo e produttivo della radiofonia.

I sindacati temono soprattutto l'outsourcing, ovvero l'uscita dall'azienda di alcune mansioni (proprio ciò che è contenuto nel piano). Secondo i calcoli del settimo piano, tra incentivi all'uscita (prepensionamenti), outsourcing e blocco del turn-over, la Rai potrebbe "alleggerirsi" di mille dipendenti.

Paolo Conti

20 ottobre 2010

 

 

 

 

Parla il presidente della tv pubblica

Garimberti risponde a Saviano

"Mi faccio garante della libertà in Rai"

"Questo andazzo ci fa finire sui giornali e danneggia l'immagine della Rai". Masi: "Nessun ritardo"

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Rai, via libera in tv a Fazio-Saviano. Ma lo scrittore: "Così non si va in onda" (18 ottobre 2010)

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Paolo Garimberti e Mauro Masi (Emblema)

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ROMA - "Io sulla libertà non tratto": così il presidente della Rai, Paolo Garimberti, risponde all'appello di Roberto Saviano sul futuro del programma Vieni via con mein una lettera che verrà pubblicata giovedì su Repubblica. "Di questa libertà - sottolinea tra l'altro Garimberti - mi faccio garante e per questo confido che, superati i problemi, Lei e Fabio Fazio saprete liberamente confezionare un programma di qualità rispettoso dei principi cardine del Servizio Pubblico che sono, tra gli altri, imparzialità, pluralismo e rispetto della persona".

LA LETTERA - Nella lettera a Roberto Saviano, rispondendo alle osservazioni dello scrittore "sui problemi avuti e gli ostacoli incontrati" nella messa a punto del programma Vieni via con me, il presidente della Rai Paolo Garimberti auspica che "siano solo lo specchio di una tendenza al ritardo che, lo dico senza mezzi termini, non mi piace per niente". "È chiaro a tutti, perché è scritto nella legge e nello statuto Rai, che né il presidente né i consiglieri di amministrazione - afferma ancora Garimberti - possono intervenire direttamente nella gestione operativa dell'azienda che è demandata al direttore generale. Ma di questa tendenza al ritardo, di questo andazzo, ho già parlato in Cda perché finisce per generare polemiche a lettura politica che ci fanno finire sui giornali e danneggiano l'immagine della Rai. Quando non rischia addirittura di incidere economicamente".

MASI - Sulla vicenda torna anche il direttore generale Mauro Masi in Cda parlando della trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano: "Nella vicenda Vieni via con me non c'è alcun ritardo né tantomeno alcuna censura preventiva. Chi parla dell'uno e dell'altra dimostra grande superficialità o perché non conosce nel dettaglio i fatti o, sicuramente in buona fede, si fa fuorviare da chi persegue interessi estranei alla trasmissione e alla Rai".

Redazione online

20 ottobre 2010(ultima modifica: 21 ottobre 2010)

 

 

Considerato eccessivo il cachet del comico toscano. L'agente: "va anche senza compenso"

Rai, via libera in tv a Fazio-Saviano

Ma lo scrittore: "Così non si va in onda"

Saviano: "Messi in condizioni terribili" Le aperture di Masi: "Nessun veto, contenti se Benigni viene gratis"

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Fabio Fazio

Fabio Fazio

MILANO - Colpo di scena su Vieni Via con me, il nuovo programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Nonostante le aperture del direttore generale della Rai Mauro Masi ("Nessun veto") e la disponibilità di Roberto Benigni a intervenire gratis (Masi si era opposto al cachet eccessivo, 250 mila euro, chiesto dal comico premio Oscar), per Roberto Saviano "così non si può andare in onda, non c'è sufficiente serenità". "Ci hanno messo veramente in condizioni terribili - ha detto lo scrittore al Tg de La7 - aspetto una risposta forte dalla Rai, che dica che ci crede in questa trasmissione. Non perché io devo andare a tutti i costi in televisione, ma mi sia detto "così non va". Me lo si dica, visto che sono stato chiamato, loro hanno chiesto questa trasmissione. Hanno cercato in tutti i modi di renderci la vita impossibile, tutto è cambiato quando ho presentato la scaletta".

GIORNATA DIFFICILE - Quella di martedì è stata una giornata difficile per la trasmissione di Fazio e Saviano, la cui partenza è stata messa a rischio dal mancato perfezionamento dei contratti per Roberto Benigni, Paolo Rossi e Antonio Albanese, previsti come ospiti alla prima puntata. Ma dalla direzione generale della Rai si sono affrettati a dire che era tutto a posto, salvo il contratto per Benigni: i 250 mila euro di cachet per l'attore toscano sarebbero stati giudicati eccessivi. Sulla cifra è tuttavia giallo: il manager di Benigni ha fatto sapere che non c'è stata alcuna pretesa da parte di Benigni che si sarebbe limitato ad accettare quanto proposto da Viale Mazzini. Lo stesso manager aveva detto che l'attore avrebbe anche potuto esibirsi gratuitamente, sollevando poi la replica della direzione generale della tv pubblica: se Benigni vuole partecipare a titolo gratuito, la Rai ne sarà lietissima. La vicenda ha scatenato un nuovo dibattito politico, con accuse di censura preventiva a Viale Mazzini arrivate da più parti. Il centrodestra ha però difeso l'operato del dg Mauro Masi, sostenendo che in tempi di crisi non sono accettabili richieste come quella attribuita a Benigni.

LA DENUNCIA DI FAZIO - A sollevare il caso era stato lo stesso Fazio: "A tre settimane dalla messa in onda - aveva detto - Endemol Italia non ha ancora il contratto, gli ospiti non hanno ancora il contratto e giustamente Saviano dice: "Così non vado in onda". E io sottoscrivo pienamente". A giudizio del conduttore "non ci sono giustificazioni di natura economica: evidentemente è un momento in cui la tv non può permettersi di raccontare la realtà ".

LA REPLICA DI MASI - Dopo Annozero, Report, Parla con me sembra dunque essersi aperto un nuovo braccio di ferro tra il direttore generale Masi e la messa in onda di un programma Rai. "Smentiamo nella maniera più ferma e decisa" la notizia sul contratto degli ospiti di Vieni via con me. "Non c'è alcuno stop", spiega il direttore generale Mauro Masi, "ma soltanto un doveroso approfondimento portato avanti dagli uffici competenti, come giusto che sia, in merito a richieste economiche per la Rai molto significative (in un caso 250 mila euro per una sola puntata). Al riguardo c`è più che il sospetto che alcune notizie vengano fatte filtrare accampando inesistenti motivazioni politiche per "forzare" la trattativa economica. Si è comunque fiduciosi nel recupero di ragionevolezza e quindi nel buon esito della trattativa stessa". Ma chi ha chiesto il compenso di 250mila euro? Secondo l'Agi è la richiesta di Roberto Benigni per prendere parte a una puntata, quasi certamente la prima, di Vieni via con me. L

IL MANAGER DI BENIGNI - Ma la versione di Masi non convince Benigni. Lo spiega il manager del premio Oscar, Lucio Presta, sottolineando che quello pattuito era un cachet "molto al di sotto di quello abituale" per l'attore e regista, di cui all'improvviso l'azienda ha chiesto una ulteriore, forte decurtazione. Una posizione che Presta legge come "una scusa" per mettere i bastoni fra le ruote al programma. "Quando sono andato in Rai per aprire la trattativa sulla partecipazione di Benigni a Vieni via con me - sottolinea Presta - per la prima volta nella mia vita non ho chiesto una cifra, ma mi sono limitato a chiedere quale fosse l'offerta dell'azienda per la presenza di Roberto. Mi è stata fatta un'offerta e io l'ho accettata subito, senza discutere. Poi ho chiesto se potevano essere conservate le clausole, diritti compresi, che abitualmente vengono inserite nei contratti per Benigni. Mi è stato risposto: ti faremo sapere. Poi mi hanno dato il via libera, fatta eccezione per i diritti su quel passaggio tv che sarebbero rimasti alla Rai. E io ho accettato ancora una volta, dando l'ok alla stipula del contratto". Lunedì pomeriggio la "sorpresa": "Ho chiamato in Rai per sapere a che punto fosse il contratto - racconta ancora Presta - e ho riscontrato imbarazzo. Poi mi ha chiamato un importante responsabile dell'ufficio scritture per comunicarmi un'offerta pari a un decimo di quella pattuita, prendere o lasciare: una decurtazione, mi è stato spiegato, chiesta dalla direzione generale".

REBUS CONTRATTI - Ma Fazio rincara: "Lo abbiamo già detto prima dell'estate: i programmi - sottolinea Fabio Fazio - o si fanno bene o non si fanno, le vie di mezzo non esistono. Ci siamo messi a lavorare e abbiamo raccontato per filo e per segno all'azienda la trasmissione, nella quale Saviano avrebbe voluto parlare di mafia e politica, di emergenza rifiuti, di carceri, di ricostruzione all'Aquila, di delegittimazione e macchina del fango. Capisco che sono argomenti che fanno paura". Fazio esclude che dietro i ritardi nell'approvazione dei contratti ci siano ragioni di carattere economico: "Benigni ha accettato tutte le condizioni poste dalla Rai", e a quanto si apprende il premio Oscar avrebbe garantito la sua presenza alla prima puntata per un cachet decisamente inferiore a quello percepito per la sua ultima apparizione in Rai, lasciando all'azienda tutti i diritti. "Ma a tre settimane - ribadisce Fazio - praticamente non ha il contratto nessuno. E per di più oggi abbiamo saputo da Raitre che son stati rimandati indietro contratti sui quali erano già stati presi accordi. Ora basta. Senza ospiti il programma non si può fare, c'è un limite oltre il quale non si può andare". Quanto a Saviano, "sono convinto - sottolinea Fazio - che abbia il diritto di essere trattato benissimo dalla tv di stato. Per quello che rappresenta, deve essere protetto da tutti i punti di vista, anche da quello mediatico".

Redazione online

18 ottobre 2010(ultima modifica: 20 ottobre 2010)

 

REPUBBLICA

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http://www.repubblica.it/

2011-08-02

LA LEGGE

Giornalisti, primo si alla Camera

Necessaria la laurea

Dopo 48 anni, approvato il testo per la riforma dell'Ordine con nuove modalità di accesso alla professione e snellimento del Consiglio Nazionale. Nella Commissione Cultura, tutti a favore a parte un astenuto. Ora la proposta di legge approderà al Senato

Giornalisti, primo si alla Camera Necessaria la laurea

ROMA - La commissione cultura della Camera ha dato il via libera alla riforma dell'Ordine dei giornalisti. Tutti a favore con un solo astenuto, il deputato del Pdl Renato Farina. Le modifiche principali riguardano le modalità dell'accesso alla professione, con la necessità della laurea triennale, oltre allo snellimento del Consiglio Nazionale con la riduzione del numero dei consiglieri. Adesso la proposta approderà al Senato, dove seguirà lo stesso iter.

"Sono soddisfatto per il voto bipartisan", ha dichiarato a caldo Giancarlo Mazzuca (Pdl), relatore del provvedimento. "Rende più efficiente il Consiglio e fissa regole chiare per chi vuol diventare giornalista. Ma è solo un primo passo, un primo passo importante perché compiuto in modo cosi corale".

La riforma, in accordo con l'Ordine, fa salvi i principi generali stabiliti dalla legge numero 69 del 1963. Ovvero il diritto all'informazione e i doveri del giornalista, tra i quali il rispetto della verità sostanziale dei fatti. In merito all'accesso alla professione invece, per diventare professionisti bisognerà avere almeno una laurea triennale. Gli aspiranti pubblicisti al contrario dovranno superare un esame di cultura generale che attesti, tra l’altro, la conoscenza dei principi di deontologia professionale. Norme che contribuiranno, secondo la commissione, alla crescita di qualità dell’informazione e ad una maggiore consapevolezza dei doveri nei confronti dei cittadini.

Lo snellimento del Consiglio Nazionale prevede un tetto di 90 membri, dai 150 di oggi, e un rapporto di due a uno tra professionisti e pubblicisti. La riforma non istituisce però, come auspicato da alcuni, una Commissione Deontologica nazionale alla quale ricorrere contro le decisioni in materia disciplinare dei consigli regionali. Né è prevista la creazione di un Giurì per la tutela di soggetti terzi e per svolgere le conciliazioni per evitare il ricorso al giudizio civile o penale.

Non tutti i commenti infatti sono positivi. O, quantomeno, non lo sono al cento per cento. "Alcuni aspetti sono un passo avanti", commenta Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine. "'Resta qualche amarezza e un profondo disagio. Tra le prime il fatto che siano state cancellate sia la proposta per una Commissione Deontologica Nazionale, sia quella per il Giurì. L'una e l'altro - continua Iacopino - avrebbero consentito di dare risposte in tempi più rapidi ai cittadini riguardo comportamenti ritenuti scorretti di giornalisti. Il disagio invece è legato all'introduzione di un rapporto tra professionisti e pubblicisti che penalizza fortemente i secondi. Avevamo invitato la Camera a lasciare all'Ordine la ripartizione proporzionale in base alla realtà in evoluzione della professione. L'auspicio è che ora il Senato corregga questi aspetti".

(02 agosto 2011)

 

 

2011-07-28

Digitale terrestre

Mediaset, la Corte Ue conferma:

"Rimborsi gli aiuti per i decoder"

I giudici del Lussemburgo: i contributi italiani per l'acquisto dei dispositivi nel 2004 e 2005 costituiscono aiuti di Stato e quindi vanno rimborsati

Mediaset, la Corte Ue conferma: "Rimborsi gli aiuti per i decoder" Piersilvio Berlusconi, vicepresidente del Gruppo Mediaset

BRUXELLES - Tutto confermato. La Corte di giustizia della Ue ribadisce 1 "che i contributi italiani per l'acquisto dei decoder digitali terrestri nel 2004 e 2005 costituiscono aiuti di Stato e le emittenti radiotelevisive che ne hanno beneficiato indirettamente sono tenute a rimborsarli". Vale quindi la sentenza del tribunale di primo grado contro la quale Mediaset aveva presentato ricorso. Già nella sentenza di primo grado, i giudici europei avevano stabilito che il contributo pubblico all'acquisto dei decoder (150 euro per ogni utente previsti dalla finanziaria 2004 e 70 euro in quella del 2005), attribuiva alle emittenti digitali terrestri "un vantaggio indiretto a danno delle satellitari".

Questo perché, per ottenere il contributo, era necessario acquistare un apparecchio per la ricezione di segnali televisivi digitali terrestri e chi invece ne acquistava uno solo per la ricezione di quelli satellitari non avrebbe potuto beneficiarne. Mediaset aveva quindi fatto ricorso contro la prima sentenza, ed era stato respinto. Aveva quindi impugnato la sentenza di fronte alla Corte Ue (secondo e ultimo grado di giudizio), che oggi ha respinto le sue motivazioni, confermando che gli aiuti di cui hanno beneficiato alcuni operatori economici comportano una "distorsione della concorrenza" e gli Stati devono provvedere a recuperarli.

La Corte ha anche respinto gli argomenti di Mediaset secondo cui la Commissione Ue non avrebbe consentito di stabilire una metodologia adeguata per calcolare le somme che Mediaset deve rimborsare: per la Corte, il diritto dell'Unione non impone alla Commissione di fissare l'importo esatto dell'aiuto da restituire, che deve invece essere stabilito dalle autorità nazionali.

Per David Sassoli, capogruppo PD al Parlamento Europeo, "respingendo il ricorso di Mediaset, i giudici europei confermano definitivamente la decisione della Commissione Europea che aveva contestato al governo Berlusconi di avere avvantaggiato le TV del Biscione incentivando con soldi pubblici l'acquisto di decoder digitali terrestri. Si tratta di una sentenza largamente annunciata vista la palese violazione - da sempre denunciata dagli esponenti del PD - della normativa europea in materia di concorrenza. Ancora una volta questa sentenza dimostra come il conflitto di interessi di Berlusconi abbia causato all'Italia anni di malgoverno e di sprechi economici"

(28 luglio 2011)

 

 

 

 

RAI

Fumata bianca per "Report"

Il cda concede la tutela legale

Viale Mazzini scioglie il nodo. La trasmissione d'inchiesta di Michela Gabanelli si farà

Fumata bianca per "Report" Il cda concede la tutela legale Milena Gabanelli

ROMA - Via libera alla tutela legale, Report si farà. Il consiglio d'amministrazione della Rai ha sciolto oggi uno dei nodi più complicati dei mesi recenti, quello cioè della concessione della tutela legale per il programma d'inchiesta curato e condotto su RaiTre da Milena Gabanelli. Alla giornalista era stata già proposta un'ipotesi di rinnovo ma senza la tutela, e lei aveva giudicato irricevibile il testo.

Ieri, sulla questione, il Cda era finito con un nulla di fatto. Il punto era sempre il solito: ovvero l'assunzione collettiva di responsabilità civile da parte dell'azienda di viale Mazzini per dipendenti e collaboratori, senza eccezione alcuna.

Su questo punto il dg Lorenza Lei avrebbe proposto di chiedere un parere a un avvocato esterno. Ma il presidente Paolo Garimberti avrebbe chiesto di firmare "rapidamente il contratto" di Milena Gabanelli "con reciproca soddisfazione". Poi si era fatto vivo anche l'Usigrai che aveva chiesto "certezza" per Report: "La tutela legale è un'indispensabile garanzia che la Rai, come ogni azienda editoriale, deve dare ai propri giornalisti se davvero vuole offrire un'informazione libera, indipendente, pluralista, al servizio dei cittadini e non dei poteri forti".

Oggi la svolta. E la certezza che la trasmissione di inchieste in onda su RaiTre andrà in onda anche nella prossima

stagione.

(28 luglio 2011)

 

 

 

2011-07-20

RAI-AGCOM

Berlusconi indagato

per le pressioni contro Santoro

L'ipotesi di acusa è quella di abuso d'ufficio. Insieme al premier iscritti nel registro anche l'ex commissario dell'Agcom, Giancarlo Innocenzi e l'ex Dg della Rai, Mauro Masi

Berlusconi indagato per le pressioni contro Santoro

ROMA - Il premier Silvio Berlusconi è indagato dalla Procura di Roma per abuso di ufficio in relazione alle presunte pressioni esercitate nel 2009 per sospendere la trasmissione 'Annozero' di Michele Santoro.

Con il presidente del Consiglio sono iscritti, anche loro per abuso di ufficio, l'ex commissario Agcom Giancarlo Innocenzi e l'ex direttore generale della Rai, Mauro Masi. L'atto istruttorio deciso dal procuratore Giovanni Ferrara giunge dopo che il tribunale dei ministri ha restituito a piazzale Clodio il fascicolo di indagine, nato a Trani, dichiarandosi incompetente a giudicare il caso. Per i giudici, in sostanze, le 18 telefonate a Innocenzi e Masi al centro dell'inchiesta sono state effettuate da Berlusconi non nella sua veste di presidente del Consiglio.

L'iscrizione nel registro degli indagati arriva dopo la decisione del Tribunale dei Ministri di restituire il fascicolo alla Procura di Roma.

Gli inquirenti capitolini hanno preso atto della decisione (non vincolante) del tribunale del ministri: secondo il collegio speciale per reati ministeriali nella condotta di Berlusconi non è prefigurabile la concussione ai danni dell'ex commissario Agcom Giancarlo Innocenzi, né le minacce ai danni dell'Autorità Garante delle Comunicazioni per far chiudere Annozero, come ipotizzato a Trani. Su queste due fattispecie il tribunale ha archiviato la posizione del premier.

Per il tribunale dei Ministri è, invece, configurabile l'ipotesi di abuso d'ufficio per tutti e tre i protagonisti della vicenda. A questo punto i pm romani dovranno decidere se concludere l'attività istruttoria con il deposito degli atti, attività che prelude la richiesta di rinvio a giudizio, o formalizzare al gip una richiesta di archiviazione.

Le reazioni. Niccolò Ghedini, parlamentare Pdl e avvocato del premier ricorda che "il Tribunale dei Ministri ha già archiviato tutte le accuse originariamente mosse proprio al Presidente Berlusconi". Dicendosi sicuro che anche la Procura seguirà la stessa strada. Per il segretario dell'Usigrai Carlo Verna, si apre adesso "una sorta di possibile processo al sistema del conflitto di interessi, che sta strangolando la Rai e la democrazia. Laddove possibile l'Usigrai chiederà la costituzione di parte civile. Ma mentre la giustizia farà il suo corso, occorreranno comportamenti limpidi dei vertici aziendali ai quali fin d'ora facciamo sapere che l'Usigrai non sottoscriverà la transazione con cui si accompagna Michele Santoro alla porta".

La vicenda. Diciotto telefonate per 'bloccare' Annozero. La bufera delle intercettazioni del caso Rai-Agcom, scoppiato a marzo 2010 con la pubblicazione dei primi stralci, e il braccio di ferro con Michele Santoro è stato uno dei capitoli più spinosi della gestione dell'ex dg Rai Mauro Masi a Viale Mazzini. Ma ha sollevato polemiche anche sull'indipendenza dell'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, fino alle dimissioni del commissario Giancarlo Innocenzi, arrivate il 24 giugno dello scorso anno.

"Questa volta nessun editto bulgaro ci fermerà", tuonava Michele Santoro il 18 marzo sul divano rosso di Serena Dandini a Parla con me. Si era nel pieno del caos intercettazioni e solo due giorni prima il conduttore di Annozero aveva parlato per due ore davanti ai pubblici ministeri di Trani delle presunte pressioni per fermare il suo programma. Il 26 marzo, in un clima da stadio al Paladozza di Bologna, nel corso di Raiperunanotte Santoro avrebbe 'messo in scena' con le voci di attori i colloqui di Berlusconi, Innocenzi e Masi facendo 'prendere corpo' al disegno di chiudere il programma di Rai2.

Intanto il vertice dell'azienda non stava a guardare: il 24 marzo Viale Mazzini annunciò l'intenzione di chiedere alla procura di Trani gli atti dell'inchiesta Rai-Agcom, ma anche di non avviare nessun audit su Masi che, forte del sostegno della maggioranza, ribadì la volontà di "andare avanti": "Per me contano gli atti e i fatti aziendali. Mi sono sempre comportato nel pieno rispetto delle regole. Ho mandato in onda tutte le trasmissioni cercando soltanto di garantire la loro conformità alle normative vigenti".

Il 18 maggio il colpo di scena, con l'annuncio dell'accordo consensuale tra Santoro e l'azienda al quale mancava solo la firma. Una firma che non sarebbe arrivata mai. A fine luglio il Cda stabilì che dal 23 settembre Annozero sarebbe stato ancora in palinsesto. Si preparava una nuova stagione di battaglie e polemiche: nell'anteprima della prima puntata, Santoro pronunciò il celebre 'vaffa...nbicchiere'". Tre settimane dopo, la decisione del dg di sospendere il giornalista. Nella puntata successiva, la contromossa del conduttore: il ricorso al collegio arbitrale per ottenere l'immediata sospensione della sanzione. Lo scontro avrebbe toccato il culmine nel botta e risposta in diretta nella puntata del 27 gennaio scorso, quando Masi chiamò Annozero per 'dissociarsi' in diretta dalla puntata sul caso Ruby e il conduttore gli rispose a brutto muso.

L'ultima frecciata il 28 aprile scorso, quando Santoro ha annunciato al pubblico l'addio di Masi alla Rai facendo "un forte, fortissimo, ancora più forte in bocca a lupo" alla Consap, di cui l'ex dg Rai è diventato amministratore delegato.

A giugno, poi, sarebbe arrivato il divorzio tra lo stesso giornalista e la tv pubblica.

(19 luglio 2011)

 

ECONOMIA

Istat, l'export tiene a galla l'industria

a maggio crescono gli ordinativi

Secondo i dati diffusi dall'Istat a maggio si registra un aumento del 4,1% sul mese precedente per effetto di un calo dello 0,8% degli ordinativi interni e di un incremento del 12,2% di quelli esteri. In calo invece il fatturato che maggio ha registrato una decrescita dell'1,7%

Istat, l'export tiene a galla l'industria a maggio crescono gli ordinativi

ROMA - L'export traina gli ordinativi all'industria italiana. Secondo i dati diffusi dall'Istat a maggio gli ordinativi registrano una crescita del 4,1% sul mese precedente per effetto di un calo dello 0,8% degli ordinativi interni e di un incremento del 12,2% di quelli esteri. Nella media degli ultimi tre mesi gli ordinativi totali sono aumentati del 6,1% rispetto al trimestre precedente.

In calo invece il fatturato che maggio ha registrato una decrescita dell'1,7% (dato destagionalizzato) rispetto ad aprile e una crescita del 10,8% (dato corretto effetto per gli effetti di calendario) su base annua. Il rialzo tendenziale risulta trainato dal mercato estero (+15,4%).

Ordinativi. Nel confronto con il mese di maggio 2010, gli ordinativi grezzi segnano una crescita del 13,6%. Per gli ordinativi, gli aumenti tendenziali maggiori si osservano per la fabbricazione di macchinari (+48,5%) e le fabbricazioni di prodotti chimici (+42,5%). In flessione invece il fatturato sempre a maggio con un -1,7% congiunturale per effetto di un calo del 2,9% sul mercato interno e un aumento dello 0,9% su quello estero. Nella media degli ultimi tre mesi (marzo-maggio), l'indice è cresciuto del 3,8% rispetto ai tre mesi precedenti (dicembre-febbraio). Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 21 di maggio 2010) il fatturato cresce in termini tendenziali del 10,8%.

Nel confronto tendenziale, il contributo più ampio alla crescita del fatturato viene dalla componente estera relativa

ai beni intermedi. I settori di attività economica per i quali si registrano, rispetto a maggio 2010, gli incrementi maggiori del fatturato totale sono quelli delle fabbricazioni di prodotti chimici (+38,3%) e delle attività estrattive (+18,0%).

(20 luglio 2011)

 

 

 

 

 

 

 

 

2011-07-03

QUESTA INCHIESTA

LA STRUTTURA DELTA IN RAI

Questa inchiesta nasce da una querela che Walter Galbiati e Emilio Randacio rimediano per aver pubblicato su "Repubblica" nel 2007 una serie di articoli che raccontano, sulla base dei brogliacci delle intercettazioni dell'inchiesta Hdc (anno 2005), le manovre a cavallo tra Rai e Mediaset di un gruppo di manager e giornalisti per assicurare a Berlusconi un'informazione "antiguai". Solo che la condizione di querelati consente di avere accesso ai materiali dell'inchiesta, comprese centinaia di intercettazioni nella versione audio. Un materiale ricchissimo e esemplare di cui qui presentiamo una parte, la più interessante, che ci fa capire i meccanismi di funzionamento di quella che successivamente è stata battezzata la "Struttura Delta". Una struttura preposta per conto del premier al controllo e alla manipolazione dell'informazione televisiva, e non solo. Una struttura che, come raccontano gli articoli di Massimo Giannini e di Aldo Fontanarosa, da allora non ha smesso di lavorare e continua a farlo anche nell'anno 2011.

 

 

 

IL MODELLO RAISET di WALTER GALBIATI, montaggio LEONARDO SORREGOTTI

Tutti gli uomini del Presidente

La fabbrica del consenso in azione

Deborah Bergamini nel 2005 è in Rai. L'ex segretaria del Cavaliere, promossa ai piani alti di viale Mazzini nel 2002 sulla poltrona di vice direttore marketing strategico, è il 'capitano' della squadra che provvede ai bisogni di Silvio Berlusconi. Organizza i palinsesti Rai ma anche quelli Mediaset, provvede a piazzare i 'raccomandati' e fa in modo che tutto fili liscio. Con lei Alessio Gorla, consigliere Rai della maggioranza, Clemente Mimum, direttore del Tg1, Fabrizio del Noce, direttore di Rai Uno, e Gianfranco Comanducci, responsabile delle Risorse umane dell'azienda televisiva di Stato

 

 

LO SCHEMA di WALTER GALBIATI e EMILIO RANDACIO

La "Struttura Delta" in azione

Così il Cavaliere controlla la Rai

La "Struttura Delta" in azione Così il Cavaliere controlla la Rai

Deborah Bergamini, dal marketing Rai al Parlamento

Dalle intercettazioni dell'inchiesta Hdc emerge un quadro preoccupante. Nel 2005, una vera e propria task force di fedelissimi di Berlusconi, governava la tv pubblica facendo gli interessi di Mediaset e di Forza Italia. E anche pochi giorni fa, a Palazzo Grazioli...

MILANO - Sullo scacchiere della Rai, Silvio Berlusconi ha messo suoi uomini nei posti chiave. Una vera militarizzazione, che gli ha permesso, durante la sua permanenza a Palazzo Chigi, di controllare l'informazione capillarmente, disinformare, conoscere in anticipo mosse che potevano tornargli utili per la sua immagine pubblica.

Non sappiamo con certezza se oggi le cose stiano ancora così. Coincidenza vuole, però, che proprio nelle scorse settimane, all'indomani della debacle elettorale delle amministrative del Pdl, il leader dell'opposizione Pier Luigi Bersani abbia denunciato l'organizzazione di una "cena fra Berlusconi e i consiglieri della Rai", convocata per martedì primo giugno a Palazzo Grazioli. Secondo la denuncia del segretario del Pd, a quel vertice erano stati convocati i cinque consiglieri Rai della maggioranza: Giovanna Bianchi Clerici (Lega), Antonio Verro e Alessio Gorla (Pdl), Guglielmo Rositani (Pdl, ex area An). Non ci sono cronache su quanto avvenuto durante quella cena, dichiarazioni ufficiali. Si può, dunque, solo ipotizzare, dedurre, fare ipotesi. E di certo, lo schema non è nuovo.

Esattamente sei anni fa, durante il secondo mandato di Berlusconi a Palazzo Chigi, i contatti tra la presidenza del Consiglio e i vertici della Rai, sono stati costanti, quasi quotidiani nei momenti caldi. Lo schema emerge nitido, lampante, dalle intercettazioni telefoniche depositate al processo milanese sul fallimento del sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi e della sua società demoscopica, Hdc. L'inventore del "contratto con gli italiani" firmato in diretta televisiva a Porta a Porta dal Cavaliere nel 2001, prima di finire in carcere per bancarotta, al telefono parlava. E nei rivoli dell'indagine dei pm Laura Pedio e Roberto Pellicano, tra le sue interlocutrici spicca Deborah Bergamini, attuale parlamentare del Pdl, ex assistente personale di Berlusconi, promossa ai piani alti di Viale Mazzini nel 2002, sulla poltrona di vice direttore del marketing strategico. Bergamini è una amica di vecchia data di Crespi, e visti i suoi contatti con l'indagato, la procura nel 2005, per un mese e mezzo, decide di mettere sotto controllo anche il suo cellulare. Questi dialoghi, è utile ricordarlo, non sono serviti all'indagine sul crac Hdc. Il loro contenuto era racchiuso solo nei brogliacci dell'inchiesta. La loro pubblicazione su Repubblica, nel novembre 2007 aveva portato all'apertura di due distinte indagini concluse con altrettante archiviazioni, ma anche all'allontanamento dalla Rai della Bergamini. Ora, con la pubblicazione delle telefonate integrali, si scopre un metodo con cui Silvio Berlusconi avrebbe esercitato controllo capillare sui canali della televisione di Stato.

Il cellulare della Bergamini è sotto il controllo della Guardia di Finanza in un periodo politico molto caldo. Tra la fine di marzo e gli inizi di aprile 2005 si stanno consumando gli ultimi giorni di vita di Giovanni Paolo II. Domenica 4 aprile e il giorno successivo gli italiani sono chiamati a rinnovare le amministrazioni di 13 Regioni. E in quei giorni, gli uomini messi nello scacchiere Rai da Silvio Berlusconi, usano il loro potere per avvantaggiare il loro "Capo", o più semplicemente "il Dottore", come ossequiosamente lo chiamano.

29 giugno 2011

 

 

L'ANALISI MASSIMO GIANNINI

Un palinsesto unico delle notizie

E' il governo del Grande Fratello

Un palinsesto unico delle notizie E' il governo del Grande Fratello

Mauro Masi, ex dg Rai

Una centrale capace di addomesticare l'informazione per renderla funzionale al berlusconismo al potere, una squadra di professionisti segreta e incistata dentro le istituzioni per condurre una guerra di propaganda al servizio del Capo. In questo caso la "macchina" produce il "pongo" per deformare ogni cosa e il "fango" per stroncare gli avversari

La "centrale unica" di un'informazione omologata e addomesticata, al servizio sordo e cieco del berlusconismo al potere. E' questo il vero Grande Fratello, pervasivo e tecnicamente eversivo, che si affaccia in Italia nell'autunno del 2007, quando la Procura di Milano scoperchia il vaso di Pandora dell'inchiesta sul fallimento della Hdc, la holding di Luigi Crespi, ex sondaggista ed ex spin doctor di Berlusconi. Da quel filone di indagine si dipana un groviglio velenoso e incestuoso di rapporti, personali e istituzionali, il cui obiettivo è uno solo: piegare Rai e Mediaset, insieme, dentro una logica di guerra da propaganda unilaterale, dove le informazioni negative e sconvenienti per il Cavaliere vengono filtrate e neutralizzate, e dove le informazioni "diversive" vengono invece sparate come armi di distrazione di massa.

Centinaia di intercettazioni telefoniche, attivate dalla primavera del 2005 in poi, squarciano il velo di un unico, blindato e artefatto "palinsesto" che un gruppo ristretto di donne e di uomini, di provata fede berlusconiana, propina ogni giorno al Paese. Dirigenti del servizio pubblico al soldo effettivo o informativo del premier (da Deborah Bergamini a Gianfranco Comanducci o Fabrizio Del Noce). Manager incardinati nel cuore dell'impero privato del Cavaliere (da Mauro Crippa a Niccolò Querci o Giampiero Cantoni). Giornalisti buoni per tutte le stagioni e per tutte le occasioni (da Bruno Vespa a Clemente Mimun o Francesco Pionati). La "rete" che si attiva, alla vigilia e a cavallo delle elezioni amministrative dell'aprile 2005, è impressionante. La "regia comune" (secondo la definzione dell'Agcom) ha un obiettivo preciso: nascondere all'opinione pubblica i numeri della debacle elettorale di Forza Italia. Le parole contano, in questo brogliaccio della "disinformatsia organizzata" che squalifica la nostra democrazia.

"L'informazione deve essere un presidio anti-guai", esige Berlusconi. E allora: "La Rai così com'è non gli serve" (Bergamini). C'è "un piccolo raggruppamento da realizzare" (Alessio Gorla, responsabile risorse di Viale Mazzini). "Fatti capo di una squadra che si ripropone al presidente" (Pionati). "Fategli mettere in programmazione Carol, parlaci tu, mettessero Carol, noi mettiamo chi se ne frega" (Bergamini a Carlo Nardello, direttore Strategia della Rai, perché convinca Mediaset a mandare un documentario su Wojtyla e non approfondimenti sulle elezioni). "Abbiamo fatto uno sforzo della madonna per far passare il messaggio dell'anticomunismo" (Mimun, dopo la morte di Giovanni Paolo II). "Abbiamo costruito questa roba apposta" (Benito Benasi, a proposito dei sondaggi manipolati che nascondono l'11 a 2 che si profila come risultato delle regionali favorevole al centrosinistra). "Non date ancora questi risultati a Porta a Porta" (Flavio Cattaneo, direttore generale Rai). E poi, degna conclusione della tragica farsa: "Bene, basta saperlo" (Bruno Vespa).

Sono solo alcune delle tante "perle" intercettate dalla Guardia di Finanza e agli atti di questa inchiesta. Rispetto alla quale si ripeterà la solita solfa autoassolutoria: tutto è stato archiviato. Ed è vero. Ma quello che emerge dalla vicenda è un "paradigma", un "metodo di governo" che non necessariamente ha a che vedere con la rilevanza penale, ma che rimanda inequivocabilmente a una questione morale. Che oggi, come dimostra ciò che è accaduto a Michele Santoro e come conferma la nuova inchiesta della procura di Napoli, è più viva che mai. Una questione che ripropone alla pubblica opinione l'esistenza di una "intercapedine del potere", collocata tra la politica, l'informazione e la magistratura. Sofisticata, capillare e onnipotente. Capace di manovrare dietro le quinte, nella zona grigia in cui le "notizie" da nascondere sono merce preziosa, ma le "non notizie" da diffondere, a volte, lo sono ancora di più.

Dunque un'organizzazione non istituzionale, ma saldamente incistata dentro le istituzioni. E perciò per sua natura occulta, come fu la P2. Per questa via, da quella Loggia torbida guidata dal Grande Burattinaio Licio Gelli, si transita negli anni successivi per la loggia Rai-Set, si passa per la P3 di Anemone e Balducci e si arriva oggi alla P4 di Bisignani. Con un filo rosso di continuità ideologica e "programmatica", che lega la Prima alla Seconda Repubblica e che si dipana intorno all'unico uomo capace davvero di attraversarle entrambe: da imprenditore beneficiario dei decreti televisivi e dei favori di Craxi, e poi da presidente del Consiglio proprietario del duopolio tv, ideatore iniziale del partito-azienda e utilizzatore finale delle leggi ad personam.

E' quella che abbiamo ribattezzato la "Struttura Delta", che allora fece sul campo la sua prova di esistenza in vita, e che oggi continua ad operare, nelle pieghe di un sistema ambiguo e protervo, costruito intorno al conflitto di interessi berlusconiano, e che si occupa e si preoccupa di imprimere lo "spin" della fase. Dirottando l'attenzione sui temi neutri, e depistandola da quelli più "sensibili". La più grande agenzia di newsmaker della nazione, cioè il governo, punta così a dettare i "titoli" della giornata all'intero network politico-mediatico. E continua a riunirsi, talvolta persino alla luce del sole. Come è capitato lo scorso inverno, quando in piena crisi con Fini e con la magistratura il Cavaliere ha riunito a Palazzo Grazioli, sotto la regia dell'onnipresente Crippa e del direttore delle relazioni esterne Fininvest Franco Currò, i suoi direttori d'area, da Giuliano Ferrara ad Alessandro Sallusti, da Maurizio Belpietro a Giorgio Mulè. Come è capitato due settimane fa, quando in piena crisi su "Annozero" il premier ha riunito a Palazzo Grazioli i consiglieri Rai di osservanza forzaleghista, Giovanni Bianchi Clerici, Antonio Verro, Alessio Gorla e Guglielmo Rositani.

La Struttura Delta lavora sulla diversione, come "macchina del pongo". Maneggia e plasma numeri e fatti, alterandoli, che il circuito di riferimento (Transatlantico, telegiornali, quotidiani e riviste) frulla e rimette in circolo per orientare o disorientare i cittadini-utenti-elettori. Ma la Struttura Delta lavora anche sulla distruzione, come "macchina del fango". E' il cosiddetto "metodo Boffo", che attinge alla peggiore scuola americana. Lo spiega Stephen Marks (spin doctor dei repubblicani ai tempi di Bush) nel suo "Confessioni di un killer politico": si tratta di mettere in piedi una "squadra di rat-fuckers" che rovistano nelle pattumiere dei nemici politici, cercano nel passato documenti, dichiarazioni, episodi biografici, problemi familiari, investimenti, fotografie. Tutto è buono, tutto torna utile per fabbricare fango. Vero, verosimile, falso: non importa, purché si sporchi un'immagine, si offuschi una reputazione, si macchi una credibilità.

Oggi, a distanza di sei anni dall'inchiesta Hdc, la squadra dei "topi-fottitori" si è evoluta. Ha perfezionato il suo know-how. Ha raffinato le sue tecniche. Ma è ancora tra noi. Alle dipendenze del Capo di sempre, che resiste e lotta a dispetto del suo stesso declino. E che per questo è più pericoloso. Il Pdl non c'è più, o forse non c'è mai stato. La Struttura Delta c'è stata, e c'è ancora. E' uno scandalo della democrazia.

m.giannini@repubblica.it

29 giugno 2011

 

 

LA SCHEDA di ALDO FONTANAROSA

Dal terremoto alle bestemmie

gli omissis dei telegiornali

Dal terremoto alle bestemmie gli omissis dei telegiornali

Il Presidente del Consiglio durante una registrazione di una puntata di Porta a porta

I dissensi clamorosi dentro la redazione del Tg1, le multe del Garante per la propaganda del Premier "a reti unificate", i confronti sconfortanti tra l'informazione politica delle nostre reti e quella delle televisioni straniere. Ecco un breve pro memoria delle polemiche più recenti

ROMA - Quando Silvio Berlusconi interviene su Tg1, Tg2, Tg5 e Tg4 - è il 20 maggio 2011, vigilia del ballottaggio a Napoli e Milano - il simbolo del Pdl è sempre ben visibile alle sue spalle. In tutti gli schermi televisivi e a reti unificate. Il dettaglio non sfugge al Garante per le Comunicazioni, che aggiunge: i giornalisti intervistatori assumono un "ruolo marginale" rinunciando a incalzare il Cavaliere come invece dovrebbero. E dunque le interviste - tutte incentrate sul voto, indifferenti agli altri temi dell'attualità - assumono il carattere della "comunicazione politica", più che dell'informazione. Si è trattato - insiste il Garante - di spazi elettorali autogestiti dal Cavaliere, di videomessaggi senza contraddittorio e senza pubblica utilità.

Una regìa comune. Il Garante - che multerà il Tg1, il Tg2, il Tg5, il Tg4 - intravede dunque una regìa dietro le esternazioni del premier: una regìa comune che parte da Mediaset e si estende alla televisione di Stato, preoccupata di mettere l'intervistato nelle migliori condizioni, sotto lo scudo protettivo del simbolo elettorale.

Lo stesso minestrone. Un anno prima, ad aprile del 2010, in occasione delle Regionali, il Garante ha già sanzionato Tg1 e Tg5 (con 100mila euro a testa) per aver dato troppa voce ai soliti noti, molto meno o anche niente agli altri. I due telegiornali dovrebbero essere entità distinte, eppure cucinano lo stesso minestrone quasi appartenessero alla stessa catena informativa. Dal 7 al 13 marzo, Tg1 e Tg5 premiano entrambi il Pdl, trascurano la Lega, ridimensionano il Pd, concedendo infine "zero secondi" ai terzi incomodi Grillo e Alleanza per l'Italia.

Il test del terremoto. Sulla sciagura dell'Aquila, dice la sua una protagonista del giornalismo italiano. Nel suo libro "Brutte notizie", Maria Luisa Busi individua come una missione unitaria per il Tg5 (Mediaset) e il suo Tg1 (Rai): celebrare gli interventi del governo all'Aquila come un esempio, come un paradigma della buona amministrazione. Ai cittadini abruzzesi che contestano il telegiornale della Prima Rete diretto da Minzolini, la Busi - inviata in Abruzzo - risponde con le sue scuse: è vero - ammette - non abbiamo raccontato la realtà come avremmo dovuto. Parole che le procureranno un vero e proprio "processo" per mano di 20 colleghi del Tg1 che la contestano in assemblea. Se il Tg1 è omissivo sul terremoto, a volte il Tg5 lo segue a ruota. Denuncia la Busi che il telegiornale di Mediaset presenta come un evento ordinario una riunione all'aperto del Consiglio comunale, convocata invece in segno di protesta per i ritardi nella ricostruzione.

Barzelletta con bestemmia. Ottobre 2010. Il presidente Berlusconi racconta la solita barzelletta su Rosi Bindi: stavolta però condita da una bestemmia. Circostanza che non fa piacere agli elettori cattolici: quelli informati della cosa, però. In pochi giorni il video - svelato dal sito dell'Espresso e rilanciato da Youtube - supera le 700mila visualizzazioni. Tg1 e Tg5 raccontano della polemica politica che segue la barzelletta blasfema, certo, ma non fanno cenno esplicito alla bestemmia.

Tg più leggeri. Gli esempi di piccole e grandi omissioni potrebbero continuare (ad esempio sui sexy gate che investono il Cavaliere). Ma un altro fenomeno - di tipo generale - investe, poco alla volta, i telegiornali: in particolare quelli della Rai e lo stesso Tg1. Alitalia, Fiat, morti sul lavoro, disoccupazione giovanile, terremoto. Sempre la Busi denuncia che tutti i temi veri sono stati ridimensionati dal telegiornale della prima rete. Si preferisce, semmai, un'informazione leggera e spensierata (molto più simile a quella dei notiziari del gruppo Mediaset, specialista nel genere con Studio Aperto). La tesi della Busi viene confermata dall'istituto di indagine Isimm (2009), secondo cui il telegiornale di Minzolini premia molto gli eventi di cronaca, facendosi sempre più "popolare".

Più polemiche, meno fatti. La mutazione dei telegiornali di Stato investe anche l'informazione politica, fatta sempre più di vuoti contenitori di parole. Già nel 2008, l'Osservatorio di Pavia si chiede che cosa muova i cronisti della televisione di Stato, che cosa ci sia dietro e dentro i servizi dei tg di Stato. Nel 76 per cento dei casi, risponde la ricerca in riferimento all'anno 2007, il pezzo giornalistico ha preso spunto da "reazioni polemiche, critiche generiche, prese di posizione che esprimono mera intenzionalità". Chiacchiere, insomma. Solo 20 anni prima, nel 1987, il rapporto era inverso. La maggioranza dei servizi, il 53 per cento, era dedicata a fatti concreti: cioè a leggi, regolamenti, riunioni di segreterie politiche, incontri tra leader.

La ricerca. Intitolata "Politica e giornalismo nei telegiornali Rai", confronta i notiziari della Rai e quelli delle consorelle europee, l'inglese Bbc, la francese France 2, la tedesca Ard, la spagnola Tve. E' la prova del nove. Mentre i telegiornali esteri privilegiano i fatti, quelli italiani adottano lo stile "controversiale", del tipo: il ministro ha detto, il deputato ha replicato, il sottosegretario ha aggiunto. Chiacchiere, appunto. Pastoni, come quelli in voga - tutto sommato - anche dalle parti di Mediaset...

29 giugno 2011

 

RAISET di WALTER GALBIATI

Tra Charlize Theron e il Papa morente

I "concorrenti" fanno comunella

Tra Charlize Theron e il Papa morente I "concorrenti" fanno comunella

L'attrice sudafricana Charlize Theron

Mauro Crippa (del Biscione) chiama la Bergamini. Vuol sapere cosa ha in programmazione la Rai per la serata. Motivo: non perdere neanche un punto di share. E lei non si sottrae. Anzi: racconta, spiega e ipotizza

MILANO - Nessuno, entrando in un'azienda, è chiamato a un giuramento di fedeltà assoluta. Ma l'aspettativa è quanto meno che si lavori per l'interesse di quell'azienda. Eppure scorrendo le telefonate di Deborah Bergamini si percepisce che la Rai, di cui era vicedirettore generale marketing, non è proprio in cima ai suoi interessi. Il suo cuore sembra pulsare ancora per il suo "ex Capo", come lo chiama più volte nelle intercettazioni, per Silvio Berlusconi che è non solo il suo referente politico, ma anche l'azionista di riferimento di Mediaset, il principale concorrente della televisione pubblica.

Le intercettazioni: Nasce il modello Raiset

Un amore che la porta a spifferare alla concorrenza quello che i vertici della Rai decidono nelle riunioni sui palinsesti. Non c'è decisione, nel periodo delle intercettazioni, presa dal direttore generale Flavio Cattaneo sulla programmazione che non venga riferita ai dirigenti di Cologno Monzese. Le figure di riferimento della Bergamini sono Mauro Crippa e Niccolò Querci, il primo direttore centrale della Comunicazione del gruppo Mediaset e il secondo membro del cda di Mediaset e ai tempi consigliere delegato di Rti, la licenziataria delle concessioni televisive di Berlusconi. Basta una telefonata per capire come le informazioni strategiche viaggino tra la Rai e Mediaset.

È il 2 aprile 2005, sono le 17.49, ufficialmente il Papa è in agonia. Crippa deve sapere con certezza cosa metterà in onda la Rai per non perdere neanche un punto di share. Il suo dubbio è tra una fiction religiosa e un film Usa con Charlize Teron, "Sweet november". E a chi si rivolge?

Crippa: "A noi risulta che ci sia 'Sweet november', io devo saperlo con assoluta sicurezza, solo che tu sei la persona più autorevole e sicura che conosco".

Bergamini: "Io sono una poveretta solo che ho le orecchie. Ero in riunione col direttore generale".

Crippa: "Non giochiamo su questa cosa perché è delicatissima".

Bergamini: "Siamo usciti dalla riunione con San Paolo questa stasera. Abbiamo fatto una riunione straordinaria, se poi la rete fa doppio gioco io questo non te lo so dire".

Crippa: "Ecco è questa la paura. Tu mi insegni che non ci vuole niente per cambiare la programmazione e farci prendere un bagno di ascolti pauroso".

Bergamini: "Questo è l'intendimento".

Crippa: "Mi chiami se ci sono novità?".

Bergamini: "Assolutamente".

Un "assolutamente" che si concretizza qualche minuto dopo alle 18.06, quando la Bergamini, dopo l'ennesima riunione, alza la cornetta per avvisare Crippa: "Mauro? Hanno deciso ora di andare con Vespa in prima serata". Crippa: "Grazie mille".

E la tempestività è impressionante. Il disinteresse per la Rai invece è confermato in una conversazione telefonica con Carlo Nardello, direttore marketing strategico della Rai. Alla Bergamini sembra interessare solo la sua missione politica, che a due giorni dalla morte del Papa e sotto elezioni è quella di tenere meno gente possibile davanti alla televisione. Serve che si vada a votare, il timore è che l'astensionismo dei cattolici penalizzi il Centrodestra. Non importano gli ascolti della Rai.

Nardello: "Stasera basta Vespa, mettiamo un bel Orgoglio".

Bergamini: "Mediaset che mette?".

Nardello: "Mediaset metterà Carabinieri".

Bergamini: "No, fategli mettere Carol. Parlaci tu".

Nardello: "Carol? Ma se mette Carol noi non mettiamo Orgoglio?".

Bergamini: "Qual è l'obiettivo di oggi?".

Nardello: "Sì".

Bergamini: "Ecco".

Nardello: "Carol fa 50 per cento, ... tutti gli altri fanno due".

Bergamini: "Mettessero loro Carol, noi mettiamo chi se ne frega".

Nardello: "L'hanno confermato il 19, Carol. Senti il tuo amico Querci se vogliono mettere Carol. Il mio corrispondente dice che non ce lo mettono".

Non due aziende, Rai e Meidaset, ma una sola, piegata alle esigenze di Berlusconi, Raiset.

29 giugno 2011

 

 

LA DISINFORMAZIONE di EMILIO RANDACIO

"Non mostrate quei dati elettorali"

Vietato far arrabbiare il Dottore

"Non mostrate quei dati elettorali" Vietato far arrabbiare il Dottore

Clemente Mimun. quando dirigeva il Tg1

Aprile 2005, nei giorni dell'agonia di Papa Giovanni Paolo II, in Rai l'unica preoccupazione era quella di "edulcorare" i numeri delle elezioni regionali (finì 11 a 2 per l'opposizione) per non urtare il "Capo". Il lavoro di Mimun, gli ordini di Cattaneo. E Bruno Vespa... si adegua

MILANO - Giovanni Paolo II termina la sua agonia la sera di sabato 2 aprile. E in Viale Mazzini, la situazione, viene monitorata da vicino, anche per capire le possibili conseguenze politiche che può avere. Sabato 2 aprile, la Bergamini chiama Valentino Valentini, dal 2001 deputato di Forza Italia, all'epoca capo ufficio della presidenza del Consiglio, "per sapere dov'è il Dottore". La Bergamini vuole comunicargli che il presidente della Repubblica, all'epoca Carlo Azeglio Ciampi, "che fa il furbo", sta preparando un discorso a reti unificate. In una telefonata successiva, è l'attuale direttore del Tg5, all'epoca al Tg1, Clemente Mimun, a svelare come il potere di Berlusconi sull'ammiraglia di Viale Mazzini, sia spietato. "Buonaiuti (Paolo, sottosegretario e uomo ombra del Cavaliere, ndr) mi ha fatto inc... perché mi ha detto che il Capo era tutto incaz... - spiega alla Bergamini Mimun - perché abbiamo rappresentato il Papa come un no-global". E ancora, Mimun non si rassegna: "Abbiamo fatto uno sforzo della Madonna per fare passare il messaggio dell'anticomunismo".

Le intercettazioni: La disinformazione

Solo un antipasto per la macchina da guerra targata Berlusconi che si mette subito dopo in moto per le elezioni regionali. La Bergamini è il fulcro di questo potere. A lei si rivolgono politici, alti funzionari Rai, mezzibusti e perfino i sondaggisti. Così, al sabato, Benito Benassi della società Nexus informa la vice direttrice Marketing Rai che i sondaggi sono negativi per il Pdl. Due giorni dopo, quando ormai il tracollo di Forza Italia è evidente, l'accoppiata Benassi-Bergamini scende in campo per cercare di limitare i danni. Dalle intercettazioni si intuisce che sono allo studio anche i grafici da presentare nei Tg Rai e a Porta a Porta. Per evitare che emerga la sconfitta dello schieramento del premier, ecco che decidono di spezzettare le percentuali per ogni singolo partito e non presentarle per le coalizioni. Benassi dice alla Bergamini: "Abbiamo costruito questa roba apposta". I due interlocutori concordano sul fatto che bisogna mischiare le carte. Benassi suggerisce anche "di sentire qualcuno politicamente parlando". La Bergamini lo rassicura: "Io ieri ho parlato con Bondi e Cicchitto, non hanno la più pallida idea". Ma l'ex segretaria personale del premier, di una cosa è sicura: "Più casino si fa e meglio è". Più passano le ore e maggiore è la consapevolezza della disfatta politica. Benassi parla di "voti drammatici, 11 a 2 per il centro sinistra. Forza Italia sta crollando, un dramma".

E lo stesso canovaccio lo segue l'allora direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo. Alla Bergamini, l'uomo all'epoca in quota An, spiega le modalità con cui dare i sondaggi. "Ho parlato con Buonaiuti, non ho parlato con Lui che era con Piersilvio - esordisce Cattaneo -, non volevo rompergli troppo i cogl... Io sto tenendo duro - spiega Cattaneo - anche con gli altri dicendo che non è il caso, non è il caso (di rendere pubblici i sondaggi, ndr), anche se non mi sembrano drammatici". Una visione evidentemente poco lucida. La Bergamini lo interrompe: "Però il centro sinistra è al 52 per cento con il 47 nostro, e Mediaset non li manda". Cattaneo sembra traballare: "Quello che rompe i cogl... - insiste - è Follini (Marco, all'epoca con l'Udc, spina nel fianco del governo, ndr), perché lui vuole attaccare Berlusconi, ma io non glielo posso consentire, anche se prima o poi li devo dare (i sondaggi, ndr)". La macchina da guerra sa perfettamente le mosse da fare. "Berlusconi non lo chiamo - aggiunge ancora Cattaneo -. Lui è li che guarda i palinsesti, è fuso, è inutile coinvolgerlo in queste robe qui. Noi teniamo il più duro possibile". Poco dopo, il direttore generale richiama Bergamini e le comunica "che anche An non vuole che i dati vengano pubblicati prima delle 20. Li ho convinti su questa linea... loro non perdono". Quando si avvicina l'ora dell'ufficializzazione della disfatta, la tensione in Viale Mazzini, lunedì 4 aprile 2005, sale. Benassi, per Nexus, comunica all'ex braccio destro del premier che "l'unico che cala è Forza Italia", e anche che "la differenza è di quasi 8 punti a favore del centro sinistra". Ed ecco tentare la manovra disperata: "Vi sconsiglio di dare questi dati a Vespa a Porta a Porta. Io ho fatto una litigata con Losa (Maurizio, all'epoca capo redattore del Tg3, ndr), perché dice che gli ho bloccato i dati e mi ha detto che sono fazioso. Io gli ho detto che erano ballerini. Di Bella (Antonio, direttore del Tg3, ndr) non è un coglione, quindi vedo. Chiami tu Vespa? Va spiegato a Bruno...".

Pochi istanti e al telefono della Bergamini arriva la telefonata del giornalista, che si lamenta delle manovre di Nexus. Ma la fedelissima del premier lo liquida con un "è un ordine di Cattaneo", al quale il "Bruno nazionale" non osa ribellarsi. "Bene, basta saperlo, perfetto, non volevo equivoci".

29 giugno 2011

 

 

 

LA TASK FORCE di EMILIO RANDACIO

Il capo ringhiò: "Cosa non ha funzionato?"

E parte l'idea della schedatura interna

Il capo ringhiò: "Cosa non ha funzionato?" E parte l'idea della schedatura interna

Fabrizio Del Noce

Dopo il disastro delle regionali, la decisione di cambiare strategia in Rai. Un incontro segreto per definire il "Piano B". E nasce l'idea di una "struttura" che comprenda giornalisti, artisti, dirigenti. Si comincia da un elenco

MILANO - La macchina da guerra si mette in moto da subito. Appena la certezza della sconfitta elettorale raggiunge Arcore, Silvio Berlusconi alza la cornetta e chiama Deborah Bergamini. È lunedì 4 aprile 2005, sono le 19. La conversazione non è registrata dagli investigatori milanesi, il premier è tutelato dall'immunità, ma viene annotata nei brogliacci. E il contenuto lo si può intuire nelle parole che la responsabile del Marketing Rai usa nei colloqui successivi. "Ringhiava", confida a un amico descrivendogli lo stato d'animo del premier. Le 11 regioni a 2 conquistate dal centro sinistra mandano su tutte le furie il Cavaliere. Cosa non ha funzionato nella struttura che aveva messo a punto all'inizio del suo mandato? Ecco, dunque, che parte il "Piano B". Dal giorno successivo quella telefonata, gli uomini a lui più vicini vengono contattati dall'onnipresente e propositiva Bergamini. Viene organizzato un vertice. "Debby" chiama Gianfranco Comanducci, attuale vice direttore generale di Viale Mazzini, sei anni fa responsabile delle Risorse umane dell'azienda televisiva di Stato. I due parlano di "un piccolo raggruppamento da organizzare", di cui, stando sempre agli inviti telefonici partiti successivamente, farà parte anche Alessio Gorla (all'epoca direttore delle Risorse, oggi componente del Cda Rai), Clemente Mimun e Fabrizio Del Noce (allora direttore di RaiUno).

Le intercettazioni: La task force

Che la debacle dell'urna sia stata bruciante per la scuderia del Cavaliere lo si intuisce anche in una conversazione che la Bergamini ha con Riccardo Berti, diventato per volontà del dg Flavio Cattaneo l'anchor man di Batti e ribatti, la striscia più ricca di Rai Uno, quella post Tg1 che era stata di Enzo Biagi. Berti stando alle sue parole è stato componente dello staff del premier, occupandosi dei "mattinali", le rassegne stampa.

I due parlano di un sondaggio chiesto a Nexus sul premier dopo la sua comparsata a Ballarò, il martedì successivo alle elezioni. Poi, i due pensano di suggerire l'allontanamento di Paolo Buonaiuti dal posto di portavoce del Cavaliere, per sostituirlo con Joachin Navarro Valls, lo storico capo ufficio stampa del Vaticano sotto il papato di Giovanni Paolo II. I due parlano della possibilità di costituire "un gruppo di pensatori", per migliorare l'immagine del "Capo".

In Rai viene messa in pratica la nuova strategia, anche se i componenti della cabina di regia devono rimanere occulti. Lo si capisce, ancora una volta dai successivi colloqui intercettati. Gli incontri preparatori devono avvenire lontani da occhi indiscreti. Così, Comanducci suggerisce alla Bergamini di non vedersi in un noto ristorante romano, "darebbe nell'occhio", spiega l'attuale vice direttore generale. Sarebbe meglio fare la riunione "qui in Rai, che sarebbe normale". Traducendo le telefonate raccolte dall'inchiesta sul crac Hdc, si delinea anche perfettamente come all'incontro vorrebbe partecipare lo stesso premier. Marinella Brambilla, segretaria personale storica di Berlusconi, chiama "Debby" per annunciarle che la riunione si terrà "a palazzo". Non è chiaro se Chigi o Grazioli. Qualcosa però va storto, gli impegni politici di Berlusconi, probabilmente, fanno saltare l'incontro carbonaro. E in una successiva telefonata ancora la Brambilla annuncia che l'appuntamento "è spostato alle 22 a casa di Cantoni (probabilmente Gianpiero, attuale senatore del Pdl, ndr)... già mangiati".

Ma cosa si è deciso in quell'incontro strategico che doveva rimanere segreto? In una successiva conversazione sembra svelarlo uno dei partecipanti, l'attuale direttore del Tg5, all'epoca al Tg1, Clemente Mimun. La Bergamini spiega che è necessario operare una sorta di schedatura. Ai giornalisti ci penserà lui ("l'informazione deve essere un presidio antiguai", per il Cavaliere), che propone anche la strategia per controllare politicamente la Rai, mettendo gli uomini giusti nei posti chiave ("siamo in emergenza spinta... bisogna pensare a muovere quattro o cinque cose sole"). La Bergamini, dal canto suo, gli annuncia che Gorla farà la stessa cosa sugli artisti e i programmi targati Rai, e Comanducci sui dirigenti, perché "così come è la Rai non gli serve".

29 giugno 2011

 

 

LA SQUADRA di WALTER GALBIATI

Pionati e Bergamini cercano adepti

"Siamo più di quelli che crediamo"

Pionati e Bergamini cercano adepti "Siamo più di quelli che crediamo"

Deborah Bergamini, il capo della squadra che operava in Rai per favorire Berlusconi

Il notista politico del Tg1 e la responsabile Marketing della Rai discutono di come mettere insieme un gruppo di "resistenza" interno. Lui è ansioso di sapere se il Cavaliere è "ben disposto nei miei confronti". Alla risposta positiva, gongola

ROMA - "Fatti capo di una squadra che si ripropone al presidente". Sono le parole di Francesco Pionati, notista politico del Tg1 di Clemente Mimun, di cui diventa anche vicedirettore. E sono le parole che il 3 aprile 2005 Pionati suggerisce a Deborah Bergamini subito dopo la sconfitta elettorale del centrodestra, consigliando all'ex segretaria di Berlusconi di costruire una rete di "amici del presidente" all'interno della Rai per contrastare il probabile arrivo delle truppe dell'opposizione in vista di un cambio della guardia. Le Regionali sono perse e ora si teme per le imminenti elezioni politiche. Pionati, nonostante tutto, rimarrà fedele, ma vuole garanzie e sicurezza: "Una bella botta 11 a 2, dopo che ci prepariamo a un'ondata violenta sull'azienda? Mezzo terremoto". "Tu fatti capo di una squadra che si ripropone al presidente". Bergamini: "Assolutamente". Pionati: "Per vincere deve mettere in posizione tutti i pezzi di batteria". "Mi faccia un elenco di persone". "L'ho difeso sempre e comunque, fregandomi dei veleni che mi hanno sempre tirato addosso. Sondalo se è sempre ben disposto nei miei confronti, per me è fondamentale, per l'aspetto psicologico".

Le intercettazioni: La squadra

Pochi giorni dopo, il 7 aprile, Pionati torna alla carica e chiede alla Bergamini se ha parlato o no con Berlusconi. Bergamini: "Non sono ancora riuscita a parlarci. Ti dirò qualcosa di nuovo nei prossimi giorni". Pionati: "L'importante è che il presidente ci carichi, ho voglia di fare la guerra, un paracadute ce lo troverà". Bergamini: "Siamo più di quelli che crediamo".

Non ricevendo rassicurazioni, Pionati prova a battere la strada dell'estero e si propone per una sede di corrispondenza Rai: "Ho saputo da Clemente che devono essere decise le corrispondenze estere. Parigi a Capranica, Londra e Berlino sarebbero libere. Io voglio restare a combattere, ma non vorrei rimanere l'ultimo dei fessi, quando arrivano i nemici". E Pionati suggerisce la strategia da mettere in campo per presidiare la Rai: "Siamo troppo pochi, ma insieme possiamo fare un gruppo. Come ha fatto con Forza Italia dovrebbe fare con la Rai. Ci vediamo la sera e ci organizziamo". Bergamini: "Ci piacerebbe moltissimo fare questo".

Alla fine la fiducia del presidente arriva. Sono le 11 del 12 aprile: "Senti ho parlato con il nostro. Ha detto assolutamente, ho bisogno di Francesco. Ti chiamerà in giornata. No non esiste. Nessun genere di movimento fuori dai confini. Ha tutt'altro progetto". "Ti ringrazio Deborah". Ma Pionati non è l'unico. Il 14 aprile 2005 la Bergamini riceve un sms. "Mi hanno fatto fuori da Bruxelles. Puoi intervenire per una soluzione soddisfacente? Giovanni Bocco" e lei risponde. "Farò tutto il possibile".

Altre invece le indicazioni che la Bergamini impartisce a Riccardo Berti, ai tempi conduttore di "Batti e Ribatti", la striscia di informazione che nel palinsesto di Rai Uno ha preso il posto del "Fatto" di Enzo Biagi. Riccardo: "Come si va, bene?" Bergamini: "24,58", riferendosi allo share. "Bene. Ti ho visto ieri con Bondi". Bergamini: "Ci si mette la firma. Masotti ha fatto il 7 per cento in seconda serata, è un ascolto da televisione regionale". Berti: "Io faccio tutta roba leggera. Cose divertenti". Bergamini: "Secondo me, quando torni bisogna fare una strategia precisa con i temi da affrontare. Fare dei filoni, anche su cose originali, fare un lavoro un po' diverso".

I tempi sono cambiati, ora bisogna recuperare terreno, la squadra deve entrare in azione.

29 giugno 2011

 

 

 

LA STRUTTURA DELTA

Per sentire il Capo serve coraggio

Le telefonate: "Tra poco ci frigge tutti"

Per sentire il Capo serve coraggio Le telefonate: "Tra poco ci frigge tutti"

All’alba del 5 aprile del 2005, il giorno successivo alle Regionali in cui il centrodestra venne sconfitto per 11 a 2 dal centrosinistra, la task force al servizio del Cavaliere si deve riorganizzare: deve capire cosa non ha funzionato, tirare le fila del lavoro fatto e decidere del proprio futuro. La segretaria di Silvio Berlusconi, Marinella Brambilla, organizza un dopo cena per "il gruppetto". I cinque invitati sono Deborah Bergamini, Clemente Mimun, Alessio Gorla, Fabrizio Del Noce e Gianfranco Comanducci. Dalle conversazioni però si evince che tutti temono il confronto con il Dottore

01 / CLEMENTE MIMUN - DEBORAH BERGAMINI Berlusconi per Mimun è come il Fuhrer

"Dobbiamo dirgli come stanno le cose" +

02 / GIANFRANCO COMANDUCCI - DEBORAH BERGAMINI "Ho parlato con Clemente

È il momento di fare squadra" +

03 / ALESSIO GORLA - DEBORAH BERGAMINI "Il Dottore al telefono era tranquillo

Ma parlavamo del contratto di Vespa" +

04 / CLEMENTE MIMUN - DEBORAH BERGAMINI Le elezioni? Da Costanzo si festeggiava

"Quando perde dà miliardi per brindare" +

05 / CLEMENTE MIMUN - DEBORAH BERGAMINI "Hai sentito il capo?

Sarà meglio che ci vediamo" +

06 / GIANFRANCO COMANDUCCI - DEBORAH BERGAMINI "All'incontro viene anche Clemente

Meglio la Rai, non diamo nell'occhio"

+

07 / MARINELLA BRAMBILLA - DEBORAH BERGAMINI "Gorla, Mimun, del Noce e Comanducci

Mercoledì alle ore 10.00 a Palazzo" +

08 / MARINELLA BRAMBILLA - DEBORAH BERGAMINI La struttura Delta chiamata a rapporto

La segretaria: "Venite a panza piena" +

09 / GIANFRANCO COMANDUCCI - DEBORAH BERGAMINI Il comitato strategico dopo la sconfitta

"Concordiamo tutto prima noi due" +

10 / CLEMENTE MIMUN - DEBORAH BERGAMINI "La Rai così non gli serve

L'informazione? Un presidio anti-guai" +

11 / MARINELLA BRAMBILLA - DEBORAH BERGAMINI Rimandato il meeting del "gruppettino"

Stesso posto: "Siamo quei cinque" +

12 / ALESSIO GORLA - DEBORAH BERGAMINI "Dobbiamo nominare il Dg Rai"

"Non posso, mio figlio è Mediaset" +

13 / ALESSIO GORLA - DEBORAH BERGAMINI L'appuntamento è annullato:

"L'avremmo trovato stravolto" +

14 / DEBORAH BERGAMINI - GIANFRANCO COMANDUCCI "Aspettiamo di uscire dallo stallo

Ma ci sentiamo al più presto"

 

 

Bisignani: l'ordinanza del Gip

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2011/06/20/news/bisignani_e_la_p4-17962147/?ref=HRER1-1

 

 

 

 

2011-04-15

INCHIESTA ITALIANA

Il flop del digitale terrestre

le spese inutili per la tv negata

Canali spariti e decoder superati. La qualità del segnale peggiora nel nuovo Far West. Costi fino a 200 euro tra ricevitore, tecnico, antenne. In aree come Lazio, Lombardia, Piemonte e Veneto un telespettatore su due vede i programmi a singhiozzo

di AGNESE ANANASSO e ENRICO DEL MERCATO

Il flop del digitale terrestre le spese inutili per la tv negata La nuova tecnica ha tagliato fuori

milioni di telespettatori italiani

DALLE parti di Parma e Piacenza è vietato guardare Raitre. Sulla riviera romagnola, l'unico tg regionale che si riesce a vedere è quello del Veneto. In provincia di Novara chi prova a sintonizzarsi sul notiziario regionale vede le emittenti locali lombarde. Dappertutto, poi, la sintonizzazione di un canale con il telecomando è un irrisolvibile rompicapo.

È la rivoluzione incompiuta del digitale terrestre. I cui effetti pesano sulle regioni che sono già passate al nuovo sistema, dove soprattutto le fasce anziane della popolazione sono costrette a quotidiani corpo a corpo con l'apparecchio tv oltre che al pagamento di salatissimi conti agli antennisti. L'Adoc ha commissionato un sondaggio in alcune delle regioni già servite dal sistema del digitale terrestre (Lazio, Lombardia, Piemonte, Veneto e Trentino). Rivela che il 76 per cento degli intervistati ha avuto almeno un problema dopo lo switch-off. Di questi uno su due (il 53 per cento) si lamenta dello scarso segnale relativo a uno o più canali e non riesce a vedere un programma fino in fondo. Il 43 per cento addirittura non vede alcuni canali e il problema riguarda sia Rai sia Mediaset.

Ma perché il passaggio al digitale terrestre ha tagliato fuori un rilevante numero di italiani? E quanto pesa la battaglia per l'assegnazione delle frequenze sulla cattiva qualità del servizio?

LA TV NEGATA

Dalla Rai riconoscono che i problemi ci sono, ma ci tengono a sottolineare che secondo le loro indagini l'83 per cento di questi

dipende dalla cattiva manutenzione dell'impianto di ricezione domestico e nella quasi totalità dei casi la cattiva ricezione del segnale, frequente subito dopo lo switch-off, si risolve con la messa a punto dell'impianto stesso. Del resto, sempre secondo i dati Rai, l'emittente pubblica ha aumentato la platea di spettatori nel passaggio dall'analogico al digitale: nelle regioni che sono passate al digitale tra l'1 gennaio e il 7 marzo 2010 (si tratta di 16,5 milioni di utenti), gli spettatori Rai sono cresciuti di 78 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2009. Sono numeri che servono anche a giustificare l'investimento messo in campo dalla Rai tra il 2009 e il 2012 per adeguare le sue strutture e favorire il passaggio al nuovo sistema di trasmissione: 400 milioni di euro. Sono molti? Era necessario un investimento superiore? Sono soldi spesi dove serviva adeguare veramente le strutture?

Sono domande attuali nel giorno in cui la Corte dei conti sottolinea che "la Rai sta affrontando un impegnativo piano di investimenti, sempre stabilito per legge, per l'adeguamento impiantistico al digitale terrestre, per il quale la società lamenta l'insufficienza dei contributi pubblici sin qui stanziati". Proprio per questo i magistrati contabili, davanti a un aumento dell'evasione nel pagamento del canone, hanno "ribadito l'esigenza inderogabile di rigorosi interventi di contenimento dei costi".

Ma, nonostante il piano di investimenti, i punti critici segnati sulla cartina geografica sono tanti. Troppi. In Val d'Aosta, nella provincia di Trento, in ampie zone del Piemonte dove il Tg3 di quella regione è una chimera, fino all'Emilia-Romagna, regione capofila per i guai da digitale terrestre. Tocca al presidente del Corecom emiliano Gianluca Gardini raccontare: "Il 30 o 35 per cento degli emiliani non vede il Tg3 regionale e l'intera popolazione delle zone di Parma e Piacenza non vede RaiTre per niente. E' assurdo che chi paga il canone non riesca a seguire il notiziario della propria regione o addirittura un'intera rete come RaiTre. Quando siamo passati al digitale, nel dicembre scorso, la Rai ha promesso che avrebbe ristrutturato la rete, ma non lo ha fatto. L'ultima richiesta che abbiamo avanzato è di dare qualche frequenza in più alla Rai tra quelle che sono destinate alla telefonia".

IL GROVIGLIO DELLE FREQUENZE

Ecco, appunto. Dietro la tv vietata c'è l'ingarbugliata vicenda dell'assegnazione delle frequenze per la trasmissione in digitale terrestre. Di quelle che sono già andate all'asta e di quelle che dovranno andarci a breve. Per provare a orientarsi in questo groviglio conviene spostarsi proprio nella zona tra Parma e Piacenza, là dove chi si sintonizza su Raitre, se gli va bene, vede solo le trasmissioni di qualche televisione locale lombarda. In quella parte d'Italia, dopo lo switch-off, alla Rai è stato assegnato il canale 24. Su quella frequenza, insomma, dovrebbe correre solo il segnale Rai. Peccato, però, ammette Stefano Ciccotti amministratore delegato di Raiway, che "su quel canale ci siano interferenze pesantissime di emittenti locali lombarde che distruggono le nostre frequenze. Nella pianura padana, del resto, non ci sono confini di etere. E' vero che quando sono state assegnate le frequenze nulla impediva di destinare canali uguali a emittenti diverse in differenti regioni. Certo, si poteva evitare di assegnare lo stesso canale destinato alla Rai alle private in regioni limitrofe".

E, invece, è successo proprio questo. E' successo che il ministero non abbia tenuto in alcun conto le esigenze avanzate dalla Rai quando si è trattato di dividere le frequenze per il digitale terrestre tra le tv nazionali e la pletora di tv locali che, in Italia, raggiungono il numero record di 650. Il fatto è che, allo scopo di liberare il maggior numero di frequenze da assegnare alle locali o da inserire nelle prossime aste, il ministero ha chiesto alla Rai di passare dalla multi alla monofrequenza. Significa che se prima i segnali di Rai Uno, Rai Due e Rai Tre e, soprattutto, i segnali dei tg regionali potevano camminare su frequenze diverse, adesso sulla stessa frequenza devono correre più programmi. Ovvio che un adeguamento del genere alla Rai costi. Proprio per questo, nel 2010, Rai e ministero dello Sviluppo economico firmarono un verbale di intesa in forza del quale la concessionaria del servizio pubblico si impegnava ad adeguare i propri impianti in cambio dell'assicurazione che le frequenze necessarie in ogni regione venissero assegnate alla Rai "in esclusiva e senza interferenze di altre aree". Intesa che, però, è rimasta sulla carta perché le emittenti locali interferiscono con la Rai e, in molte regioni, ne oscurano i programmi. Dunque, per la Rai oltre al danno c'è la beffa: poche frequenze e per di più "disturbate".

IL GOVERNO VA ALL'INCASSO

Difficilissimo ricavare per la tv pubblica nuovi spazi nell'etere utili a cancellare i problemi di oscuramento e interferenza. Piuttosto, il numero delle frequenze da assegnare è destinato a ridursi. Dunque, se i cittadini di Emilia, Piemonte, Val d'Aosta, Trentino continueranno a non vedere o a vedere male i canali Rai, l'allarme scatterà anche per le regioni prossime allo switch-off. "Temo che i problemi possano replicarsi in zone come le Marche e l'Abruzzo", spiega l'ad di Raiway Stefano Ciccotti. Per tacere di quello che potrebbe accadere in regioni come la Sicilia dove, già oggi, intere comunità sono servite da ripetitori che con il passaggio al nuovo sistema diventerebbero inservibili e dove - spiega il presidente del Corecom Ciro Di Vuolo - c'è il record di tv locali.

E allora perché il governo vuole anticipare i tempi e completare lo switch-off nei primi mesi del 2012? A parte la tentazione di tagliare le unghie al competitor principale di Rai e Mediaset che è Sky, che sul digitale ha ancora bisogno di tempo per attrezzarsi, il primo motivo è di carattere economico. C'è bisogno di fare cassa e, dunque, di mettere in bilancio quei due miliardi e 400 milioni che si stima di incassare dalla vendita di nove frequenze per la banda larga in mobilità ai gestori della telefonia. Tradotto, significa che dal tavolo sul quale puntano gli occhi le tv, nazionali e locali, spariranno improvvisamente nove canali. A farne le spese, sarà ancora una volta la Rai. Spiega Ciccotti: "In assenza dei canali compresi tra il 61 e il 69 e dei canali riservati all'asta (beauty contest) e posto che non esistono risorse sufficienti per soddisfare le esigenze delle tv locali in modo esclusivo, qualsiasi risorsa assegnata alla Rai risulterebbe comunque interferibile". Senza contare che le nove frequenze per la telefonia dovranno essere distribuite anche nelle regioni che sono già passate al digitale. In pratica, bisognerà sottrarre canali a chi li aveva già avuti. A pagare pegno, in questo caso, saranno circa 200 tv locali.

IL NEMICO DECODER

Ma la Caporetto del digitale, per i teleutenti, prende soprattutto la forma del decoder. L'apparecchio che milioni di italiani si sono visti piombare in casa da quando sono cominciate le operazioni di switch-off. Soprattutto tra gli anziani la tv vietata è figlia del rompicapo che è diventata la sintonizzazione dei canali. Nel 2010 le famiglie italiane servite dal digitale terrestre erano 19,5 milioni. Una platea vastissima e, spesso, insoddisfatta. Spiega il presidente dell'Adoc Carlo Pileri: "Tante lamentele ci arrivano per le continue risintonizzazioni e spesso le persone, specialmente le più anziane, non sanno come fare. Molte volte salta il sistema di memorizzazione dei canali nell'ordine tipico del telecomando. C'è poi il discorso dell'antenna: talvolta va orientata e chi non riesce da solo deve chiamare l'antennista. Il contribuente deve pagare, oltre al canone, mediamente 120 euro solo per il decoder, più gli interventi dell'antennista (60 euro solo per la chiamata)".

Abbiamo dunque sbagliato a comprare decoder dal costo molto contenuto? Sul mercato esistono, in effetti, due tipi di ricevitori: quelli con il marchio Dgtvi (il consorzio che raggruppa tutti gli operatori, compresi Rai e Mediaset) che garantiscono la selezione automatica dei canali nell'ordine tradizionale previsto sul telecomando e quelli che, invece, non riconoscono automaticamente il canale, ma che hanno il "pregio" di costare di meno. Per di più anche i produttori di televisori non si sono adeguati alla direttiva del Garante (la Agcom) che suggeriva loro di fornire i televisori con il decoder integrato di un software in grado di sintonizzare automaticamente i canali. Un'ulteriore beffa per il popolo della tv negata.

(15 aprile 2011)

 

 

2011-04-12

TELEVISIONE

Rai, Garimberti richiama Masi

"Chiarisca su rinnovo contratti"

Il presidente di Viale Mazzini in campo dopo le denunce dei consiglieri di opposizione, secondo i quali il dg starebbe bloccando le nuove edizioni di "Che tempo che fa", "Report", "Ballarò" e "Parla con me". "Perdere conduttori e trasmissioni di successo sarebbe un errore"

Rai, Garimberti richiama Masi "Chiarisca su rinnovo contratti" Paolo Garimberti, presidente della Rai

ROMA - "Penso che sarebbe un grave errore per la Rai e un danno anche per il suo pubblico perdere conduttori e trasmissioni che hanno sempre dato ottimi risultati di qualità e di ascolti". Questo, secondo quanto si apprende il pensiero espresso ai suoi collaboratori dal presidente della Rai Paolo Garimberti che avrebbe aggiunto: "Farò di tutto per evitare che questo errore venga commesso. Intendo chiedere chiarimenti puntuali al Direttore Generale nel corso del prossimo Consiglio di Amministrazione".

La presa di posizione del presidente arriva in seguito alle denunce dei consiglieri di opposizione 1, secondo i quali il direttore generale di Viale Mazzini starebbe mettendo in atto una precisa strategia volta a bloccare trasmissioni di successo ma "sgradite" non avviando i colloqui per i rinnovi dei contratti. Nel mirino ci sarebbero in particolare "Che tempo che fa" di Fabio Fazio, "Ballarò" di Giovanni Floris, "Report" di Milena Gabanelli, "Parla con me" di Serena Dandini. Questa mattina il consigliere Nino Rizzo Nervo aveva scritto a Garimberti chiedendogli di affrontare il problema nel prossimo cda.

(11 aprile 2011)

 

 

TV

Masi contro i talk sgraditi alla destra

a rischio Fazio, Floris e Gabanelli

I consiglieri d'opposizione: una precisa strategia politica nei confronti di programmi molto redditizi. Il dg ha respinto la proposta di far proseguire Ballarò fino a tutto luglio. Corsie preferenziali invece per gli ingaggi di Ferrara e Sgarbi

di LEANDRO PALESTINI

Masi contro i talk sgraditi alla destra a rischio Fazio, Floris e Gabanelli Mauro Masi

ROMA - La politica strangola la Rai. Pur di penalizzare Rai3, rete poco amata dal premier, viale Mazzini non avvia le trattative per rinnovare i contratti a Fabio Fazio, Giovanni Floris e Milena Gabanelli: in scadenza tra i mesi di giugno e agosto. Mentre il direttore generale Mauro Masi apre corsie preferenziali per Giuliano Ferrara (ingaggio-blitz per "Radio Londra") e Vittorio Sgarbi (da fine aprile con "Al di là del bene e del male": 200 mila euro lorde a puntata a Sgarbi) per alcuni conduttori la Rai è matrigna (Michele Santoro viene "tollerato" per gli ascolti, ma pur sempre osteggiato). A maggio la Sipra, concessionaria della pubblicità Rai, dovrà presentare agli inserzionisti pubblicitari i suoi gioielli tv, i programmi della stagione autunno-inverno: ma ad oggi Masi non prende decisioni, rischia di sfasciare programmi di Rai3 che (piacciano o no a Berlusconi) portano milioni di euro alle casse del servizio pubblico. Poche settimane fa il quotidiano online Lettera 43 riportò voci (mai smentite) di un piano per escludere dal palinsesto autunnale "Report", "Che tempo che fa" (con annesso "Vieni via con me di Saviano") e "Parla con me" della Dandini (la cui conferma dipende dal rinnovo contrattuale tra la Rai e la società Fandango). Per alcuni di loro sarebbero già in corso dei contatti con La 7 e Sky.

Si vuole disperdere un patrimonio aziendale? I consiglieri di minoranza Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, dicono che i

programmi di Rai3 sono convenienti per l'azienda: il costo di produzione di "Ballarò" (33 puntate) è di 3 milioni e 500 mila euro, ma ricava 8 milioni in pubblicità; "Che tempo che fa" costa 10 milioni e 400 mila euro (66 puntate) e incassa 17 milioni e 600 mila euro; "Report" costa 2 milioni e 200 mila euro (20 puntate) e attira spot pubblicitari per 4 milioni e 100 mila euro. Mentre il ministro Brunetta realizza il suo sogno di vedere pubblicati i compensi dei conduttori (in un sito Rai) c'è chi fa notare che c'è un valore aggiunto dei conduttori. Masi ha problemi di budget, la Rai chiude l'anno con un rosso di 120 milioni, è suo compito fare trattative (anche serrate) per i rinnovi contrattuali. Ma poi risparmia sui compensi agli artisti sgraditi, fino al paradosso Vauro: la Rai non lo paga un solo euro per "Annozero" ma le sue vignette fanno ridere pure gli ospiti di Lega e Pdl.

Fazio, Floris e Gabanelli passeranno a tv concorrenti? A un ospite che gli chiedeva se poteva tornare a gennaio. Gli ha risposto "non so se "Che tempo che fa" andrà in onda..." si è lasciato scappare Fabio Fazio, in diretta tv, pochi giorni fa. Eppure Fazio ha una platea in crescita, la media degli spettatori è passata da 3 milioni 208mila (12.65% di share) a 3 milioni 426mila (12.93% di share), il Qualitel gli assegna 69 punti. Giovanni Floris, insieme al direttore di rete, Paolo Ruffini, chiede a Masi di non chiudere "Ballarò" a giugno, ma di proseguire fino a tutto luglio: risposta negativa. Eppure l'abbonato Rai ha gradito "Ballarò": l'anno scorso aveva 3 milioni 961mila spettatori medi (15.54% di share) quest'anno l'audience media è di 4milioni 507mila fan (16.64% di share). Ed è in forte crescita il pubblico domenicale di "Report": dai 2milioni 976mila spettatori dell'anno scorso (12.35% di share), Gabanelli è passata ai 3milioni 602mila (13.89% di share) di questa edizione.

(10 aprile 2011)

 

 

 

 

2011-04-05

RAI

Talk show senza "tribune elettorali"

durante la campagna per le amministrative

La commissione di Vigilanza approva il regolamento sulla par condicio con la riformulazione dell'articolo 8, a garanzia dell'autonomia editoriale dei programmi. Decisiva la mediazione di Zavoli: "Seguito interesse generale". Lo scorso anno la Rai impose lo stop, con la rivolta dei conduttori. Merlo (Pd): "Salvo il pluralismo"

Talk show senza "tribune elettorali" durante la campagna per le amministrative Sergio Zavoli

ROMA - Nessuna sospensione e niente formato "tribuna elettorale" per i talk show Rai durante la campagna elettorale per le amministrative, come aveva richiesto il Pdl. La commissione di Vigilanza ha approvato quasi all'unanimità (contrario solo il radicale Marco Beltrandi) il testo del regolamento sulla par condicio con una riformulazione dell'articolo 8, quello sull'informazione politica, che salvaguarda l'autonomia editoriale dei talk.

La mediazione fra maggioranza e opposizione è stata condotta con attenzione dal presidente della Commissione e relatore Sergio Zavoli. In sostanza il Pdl ha accettato di ritirare tutti i propri emendamenti in cambio di un'apertura da parte del relatore.

Apertura contenuta nel nuovo articolo 8 che di fatto, ribadendo la necessità del rispetto dei criteri di imparzialità, pluralismo e completezza, preserva comunque i talk show dall'obbligo di dover ospitare tutti i numerosi candidati coinvolti nelle elezioni amministrative. Cosa che lo scorso anno aveva poi fatto decidere alla Rai di chiudere le trasmissioni di approfondimento politico 1 per l'impossibilità di applicare questa regola.

Il regolamento, secondo Zavoli, è la risposta a quanti chiedono alle istituzioni di agire in nome di un interesse generale. "Mi sono dato, e credo di aver rispettato, la regola della mediazione in nome di ciò che ho giudicato equo", ha detto il presidente

della commissione di Vigilanza.

Pdl e Lega puntavano ad estendere, con un emendamento alla bozza di regolamento 2 in vista delle elezioni amministrative del 15 e 16 maggio, i principi della disciplina delle tribune politiche a quelli dei talk show, per un'applicazione stringente della par condicio anche nei talk. Un tentativo di blitz che aveva fatto insorgere l'opposizione, denunciando un nuovo "tentativo di spegnere le voci libere dell'informazione", e suscitato reazioni preoccupate da conduttori come Michele Santoro, di Annozero, e Giovanni Floris, di Ballarò.

Per Giorgio Merlo, Pd, vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai, l'approvazione del regolamento per le prossime elezioni amministrative "segna un punto a favore della salvaguardia del pluralismo e della libertà di informazione anche in campagna elettorale". E grazie alla mediazione di Zavoli "si è sventato il rischio di una pesante riduzione del servizio pubblico a bollettino di propaganda o a mero prolungamento dell'emittenza privata in un periodo decisivo come la campagna elettorale per il rinnovo di centinaia di comuni e di molte province".

Anche Giancarlo Mazzuca, deputato del Pdl e membro della Commissione di vigilanza Rai, ha lodato la saggezza di Zavoli, che ha reso possibile la mediazione: "Recependo con un suo emendamento la grande parte delle rilevanti osservazioni della maggioranza, ha dimostrato di agire in nome dell'istituzione che rappresenta e non di una fazione", ha detto Mazzucca.

(05 aprile 2011)

 

 

 

 

2011-04-01

IL CASO

Rai, il Cda rinvia le nomine

De Scalzi direttore ad interim al tg2

I consiglieri di amministrazione di Viale Mazzini hanno chiesto chiarimenti sui nomi e la pratica è stata rimandata. Il vice di Orfeo assumerà pro tempore la guida del telegionale della rete 2. Esultano i rappresentanti della minoranza: "Masi costretto a ritirare il pacchetto"

Rai, il Cda rinvia le nomine De Scalzi direttore ad interim al tg2 Mauro Masi

ROMA - Nomine rinviate e interim al Tg2 per il vicedirettore Mario De Scalzi. A quanto si apprende i consiglieri di amministrazione viale Mazzini hanno chiesto approfondimenti sulle nomine oggi sul tavolo del consiglio che per questo sono state rinviate alla prossima settimana. Al momento la direzione del Tg2 andrà ad interim al vicedirettore Mario De Scalzi. Nomina passata a maggioranza: hanno votato a favore i cinque consiglieri di maggioranza e il presidente Garimberti, contrari i tre dell'opposizione, con il consigliere De Laurentis che annuncia ricorso.

Soddisfatto il presidente Garimberti. "Sono particolarmente lieto - ha detto - che oggi non si sia proceduto con nomine che avrebbero lacerato il cda. E' stato un comportamento responsabile che ci consente di avere ancora tempo per giungere a scelte ampiamente condivise". I rappresentanti della minoranza esultano. "Il pacchetto di nomine del dg Masi non è stato rinviato ma ritirato, a dimostrazione che le prove di forza non servono e che bisogna trovare una soluzione condivisa, ora forse possibile". dicono Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten.

"Il ritiro, perché di ritiro si è trattato e non di rinvio - dice Rizzo Nervo - delle proposte di nomina al Tg1 e al Tg2 induca il direttore generale a capire finalmente che gli atti di forza non fanno bene alla Rai. Il tg2 si è distinto sino ad oggi per l'equilibrio che deve avere l'informazione del servizio pubblico e per non aver mai taciuto le notizie. Merito di Mario Orfeo che non a caso

era stato nominato due anni fa all'unanimità. Con Giorgio Van Straten e Rodolfo De Laurentiis avevamo chiesto un nuovo direttore con la stessa sensibilità professionale di orfeo e le stesse caratteristiche di autonomia e indipendenza. Per questo condividiamo l'auspicio del presidente Garimberti per una nomina che possa avere in consiglio se non l'unanimità la maggioranza più larga possibile. E' questa anche la richiesta della redazione del Tg2 ed un vertice responsabile non può sottrarsi ad una scelta libera ed autonoma".

(01 aprile 2011)

 

2011-01-30

RAI

Inammissibili gli emendamenti sui talk

Masi indica Petruni alla direzione del Tg2

Il presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, blocca le modifiche proposte da Pdl e Lega. Tornata di avvicendamenti e promozioni sul tavolo del cda di viale Mazzini. La giornalista del Tg1 dovrebbe sostituire Mario Orfeo. L'AgCom ordina: "Riequilibrio immediato tra governo e opposizioni per Tg1, Tg4 e Studio Aperto"

Inammissibili gli emendamenti sui talk Masi indica Petruni alla direzione del Tg2 Sergio Zavoli, presidente della Commissione di Vigilanza Rai

ROMA - Stop agli emendamenti di Pdl e Lega che avrebbero equiparato le trasmissioni di approfondimento Rai alle tribune politiche, bloccando di fatto i talk-show Rai durante la campagna elettorale per le prossime amministrative. Il presidente della Commissione di vigilanza, Sergio Zavoli, ha dichiarato "inammissibili" le modifiche in tal senso proposte dai rappresentanti della maggioranza. Si tratta di tre emendamenti e due commi di altri due che prevedono di inserire spazi di comunicazione politica nei programmi di approfondimento.

Zavoli ha sottolineato che una equiparazione tra le regole della comunicazione politica e quelle dei programmi di informazione avrebbe "effetti impropri con una pesante incidenza sull'autonomia editoriale, gestionale e operativa dell'azienda". Il presidente cita la legge 28 del 2000 sulla par condicio e anche la sentenza della Corte Costituzionale del 2002, entrambe sulla separazione tra comunicazione politica e informazione.

Dopo la pronuncia di Zavoli, la seduta è stata sospesa su richiesta del Pdl. "La dichiarazione di inammissibilità ci coglie di sorpresa. Non abbiamo intenzione di fare ostruzionismo, ma l'inammissibilità e riecheggiata già due volte negli ultimi tempi, per il regolamento e per l'atto di indirizzo, e non vorremmo che divenisse uno strumento abusato e che tutto ciò che fa la maggioranza non va mai bene", ha detto il capogruppo del Pdl in commissione di vigilanza Rai, Alessio Butti, chiedendo di interrompere la seduta per riunire

la maggioranza.

A mobilitarsi contro l'eventuale stop ai talk show si è detta oggi anche la Cgil. "Se le norme non saranno ritirate o dichiarate inammissibili è giusto fin d'ora programmare, come organizzò la Fnsi la volta precedente, una grande manifestazione di fronte a via Teulada", afferma in una nota il segretario confederale Fulvio Fammoni, il quale ricordando le rilevazioni per febbraio dell'Agcom relative ai tempo di antenna dei soggetti politici istituzionali nei Tg Rai di tutte le edizioni, rimarca come "l'insistenza per imporre emendamenti palesemente illegittimi per bloccare i talk show ha un motivo evidente: il ruolo preponderante del governo nei Tg".

E sulla vicenda degli equilibri è intervenuta l'Agcom: Un vero e proprio "ordine a Tg1, Tg4 e a Studio

Aperto di riequilibrio immediato tra tempo dedicato alla maggioranza e all'opposizione, evitando altresì la sproporzione della presenza del Governo, specie in relazione alla campagna elettorale d'imminente inizio": lo ha deciso oggi a maggioranza il Consiglio dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, presieduto da Corrado Calabrò, che ha affrontato alcune questioni in materia di pluralismo televisivo. Tra queste anche l'intimazione a Report di assicurare il diritto di replica al ministro dell'Economia Giulio Tremonti, a conclusione dell'istruttoria avviata nei confronti della trasmissione del programma di Milena Gabanelli del 24 ottobre 2010 in base a un esposto dello stesso ministro. Il Consiglio dell'Agcom "ha ribadito che deve essere assicurato il diritto di replica, già sollecitato in relazione a una precedente puntata per la quale era stato assunto dalla Rai un impegno che non è stato soddisfatto".

Intanto domani il consiglio di amministrazione di Viale Mazzini dovrà affrontare un'importante tornata di nomine, tra le quali spicca in particolare la successione di Mario Orfeo alla direzione del Tg2. La scelta cadrà molto probabilmente su Susanna Petruni. La nomina della giornalista del Tg1 è stata proposta infatti dal direttore generale Mauro Masi al cda. Masi avrebbe anche indicato Gennaro Sangiuliano vicario al Tg1 con una serie di vicedirettori: Fabio Massimo Rocchi, Filippo Gaudenzi, Fabrizio Ferragni, Claudio Fico. Come vicedirettore della testata diretta da Augusto Minzolini arriverebbe da Sky anche Franco Ferraro. Orfeo ha lasciato la direzione del Tg2 la settimana scorsa in seguito alla nomina a direttore del quotidiano romano Il Messaggero.

Anche il presidente della Rai, Paolo Garimberti, avrebbe espresso le sue perplessità sulla vicenda: "Per la successione alla direzione del Tg2 ho auspicato una soluzione ampiamente condivisa come quella che aveva portato alla scelta di Mario Orfeo. Un metodo che ha dato i suoi frutti e che dovrebbe sempre caratterizzare le decisioni del Servizio Pubblico. Non mi pare che la soluzione individuata vada in questa direzione e anzi mi sembra che anche le altre proposte siano destinate a spaccare il Consiglio. Proprio per evitare questo, mi auguro che possa esserci una ulteriore, necessaria riflessione". "Ricordo anche che - l'ho già detto a inizio mandato - sono contrario in linea di principio e non certo per questioni personali ad assunzioni di vicedirettori dall'esterno. Sono convinto che in Rai vi siano molte professionalità in grado di ricoprire, nello specifico, il ruolo di vicedirettore del Tg1", avrebbe concluso il presidente parlando ai suoi collaboratori.

Le indiscrezioni sulle scelte del direttore generale sono state accolte con una dura presa di posizione dall'Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai. "Con proposta del direttore generale Masi - denuncia in una nota il segretario Carlo Verna - sarebbe pronto un vergognoso blitz spartitorio in Rai in maniera tale che tutti coloro che fanno parte della maggioranza consigliare escano vincitori". "Tra le proposte che riguarderebbero pure la direzione del Tg2 - prosegue Verna - c'è anche la più volte tentata e contestata assunzione dall'esterno. In questo caso l'ex candidato alla direzione di Rainews, diventerebbe uno dei vice di Minzolini con chiamata diretta. E' l'ora di dire basta" e "lo faremo anche manifestando pubblicamente".

Davanti all'eventualità di un'ascesa della berlusconiana Petruni alla direzione del Tg2 protesta anche il Pd. "Qualora le indiscrezioni fossero confermate, saremmo di fronte a un fatto gravissimo. La nomina di Orfeo fu condivisa da tutti e ha garantito equilibrio alla testata, cosa che purtroppo non si può dire del Tg1", lamenta Matteo Orfini, della segreteria Pd, responsabile Cultura e informazione.

E sulla vicenda è intervenuta anche l'assemblea dei giornalisti del Tg2 : La redazione chiede "la nomina di un direttore di alto profilo e ne auspica con forza la scelta unanime all'interno del Cda, offrendo in questo modo garanzia di pluralismo. La redazione chiede una direzione che conservi e consolidi la credibilità della testata, continuando ad offrire un'informazione libera, completa e pluralista al servizio dei telespettatori".

(30 marzo 2011)

 

 

 

 

 

 

 

2011-01-18

INTERNET

Scopri la banda larga mobile

quella che c'è, quella in arrivo

Velocità che, a seconda dell'operatore, variano da 14.4 Mbps con punte a 21, 28 e persino a 42 Mbps. Il top nelle grandi città. Un quadro al quale corrisponde una grande varietà di offerte. Eccole di ALESSANDRO LONGO

Scopri la banda larga mobile quella che c'è, quella in arrivo

LA VELOCITA' più comune in Italia, su internet mobile, è ormai 14.4 Mbps, in Italia, con punte a 21, 28 e persino a 42 Mbps nelle grandi città: siamo entrati in una fase di crescita tumultuosa, in cui gli operatori fanno a gara di annunci. Al momento, sul fronte dei primati di velocità, Vodafone ha un piccolo vantaggio sugli altri, che già pianificano però di mettersi in pari nei prossimi mesi. In campo ci sono insomma reti dalle velocità molto diverse, a seconda dell'operatore e del luogo. E a ciò corrisponde pure una grande varietà di offerte, che ormai vanno ben oltre le classiche tariffe con canone mensile.

LE TABELLE 1

Ci sono anche quelle giornaliere (per chi si connette in modo molto sporadico, per esempio solo quando viaggia) e quelle senza (quasi) limiti. Bisogna scegliere poi tra quelle centrate sul volume di dati o sulle ore. Un'altra opzione è tra tariffe con o senza la chiavetta inclusa. Quelle che la comprendono nel canone hanno però contratti dalla durata biennale e sono forse una scelta poco adatta al momento. Legano infatti per due anni a un operatore e una chiavetta particolare, proprio in una fase in cui le reti crescono in fretta, verso nuove velocità. Se nella nostra zona un operatore attiva i 42 Mbps, per esempio, ci dispiacerà di esserci legati a una chiavetta o a una rete che non supera

i 14 Mbps.

La scelta è del resto molto ampia, perché tutti gli operatori seguono questa strategia di differenziare molto le tariffe. E' segno di quanto la navigazione mobile sia diventata ormai un fenomeno di massa (circa 10-12 milioni di utenti in Italia): ora le offerte devono essere ampie per riuscire a soddisfare esigenze molto diverse. Per scegliere dobbiamo contemperare due aspetti: non solo le tariffe (per le quali rimandiamo alla tabella), ma anche le caratteristiche della rete.

E' bene sapere quindi che l'Umts/Hspa di 3 Italia arriva al 90 per cento della popolazione, con 7 Mbps (a seconda delle zone). Darà i 21 Mbps al 100 per cento della popolazione e i 42 Mbps al 50 per cento, entro il 2011. "Adesso abbiamo i 21 Mbps in alcune zone", fanno sapere dall'operatore.

Vodafone estenderà i 42 Mbps a 16 città italiane questo mese (coperte almeno in parte). Ha già lanciato questa velocità a Roma e Milano a gennaio. La quasi totalità delle altre zone sotto copertura Umts/Hspa vanno a 14.4 Mbps. Wind fa sapere a Repubblica.it di coprire l'81,5 per cento della popolazione con l'Umts/Hspa, di cui a 14 Mbps nelle maggiori 64 città. Il resto del territorio, a 7 Mbps. "Copriamo l'84 per cento della popolazione con l'Umts/Hspa a 14 Mbps", spiegano da Tim. "Il servizio a 21 megabit è già disponibile a Roma e Milano ed è in fase di diffusione graduale su tutto il territorio nazionale. Entro fine 2011, inoltre, è previsto l'avvio dei servizi a 42 Mbps".

Come si vede, 3 Italia si distingue, essendo il solo a saltare la fase dei 14 Mbps e a puntare a una copertura totale a 21 Mbps entro fine anno. Tim è stato il primo a raggiungerla con i 14.4 Mbps, invece. Ricordiamo tuttavia che questi dati ci danno solo indizi sulla velocità di navigazione effettiva, che dipende molto dal numero di utenti presenti nella cella e dalle altre caratteristiche della rete dell'operatore. Insomma, vista la mancanza di garanzie, meglio provare il servizio nella zona da cui intendiamo navigare, prima di comprare una chiavetta.

(18 marzo 2011)

 

 

2011-01-15

Montalbano stravince, inizio tiepido per Ferrara

Un ritorno trionfale sul piccolo schermo per 'Il commissario Montalbano', regge il Grande Fratello, che dice addio a Guendalina. Esordio positivo per Ferrara con 'Qui Radio Londra', ma in calo rispetto al Tg1

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GF, addio Guenda, la fotocronaca della ventiduesima puntata

Zingaretti: ''Montalbano invecchia e migliora''

Il Commissario Montalbano, con Belen per l’occasione, fa registrare un boom eccezionale di ascolti. "Il campo del Vasaio", primo dei 4 tv-movie con il commissario di Vigata interpretato da Luca Zingaretti con la partecipazione della soubrette argentina, è stato seguito da 9.561.000 telespettatori, share 32,59%. Un dato straordinario ma non inatteso che conferma la popolarità del personaggio di Andrea Camilleri. L’ascolto – si legge in una nota Rai – è stato quasi sempre superiore ai 10 milioni con numerose punte di share del 38 per cento.

‘E’ un risultato strepitoso che testimonia la vitalità di un genere, quello della fiction Rai, che non teme la moltiplicazione dell’offerta dei canali satellitari". Così il direttore di Rai Fiction, Fabrizio Del Noce, sugli ascolti della serie con Luca Zingaretti. "Ieri sera – ha aggiunto – nonostante una ricca offerta televisiva ha ottenuto un risultato record con picchi di oltre 10 milioni e 800 mila spettatori, con il 38% di share. Una conferma che ci rende orgogliosi".

Regge tuttavia, nonostante l’avversario ostico, il Grande Fratello su Canale 5 per la ventiduesima puntata del reality show Grande Fratello 11, che ha visto l’eliminazione a sorpresa di Guendalina Tavassi dopo 147 giorni. La media d’ascolto è stata di 6.095.000, 25,06%, stabile rispetto alla scorsa settimana.

Nel preserale Striscia la Notizia ha vinto la serata, seguito da 7.239.000 telespettatori e il 24,08% di share mentre il nuovo programma condotto da Giuliano Ferrara Qui Radio Londra, che si è occupato del dramma nucleare del Giappone, ha visto diminuire il pubblico rispetto al Tg1, immediatamente precedente, attestandosi sui 5.915.000 di spettatori pari al 20,63%. Di seguito, in crescendo visto l’avvicinarsi dell’amatissimo Commissario, Affari Tuoi ha raccolto 6.466.000, 21,46% (%) e su Italia 1 Trasformat, 1.934.000, 6,57% (%). Su Rai 3 la soap opera Un posto al sole ha raccolto 2.347.000 telespettatori, share 7,91% mentre su La7 Otto e Mezzo, 2.076.000 6,92%.

Alle 20 il Tg1 ha raccolto 6 milioni 881 mila telespettatori con il 25.70%, il Tg5 ha avuto 5 milioni 714 mila con il 21.34% e il Tg La7 2 milioni 552 mila pari al 9.47%.

Rai1 è risultata leader nel prime time con il 27.94% di share e 8 milioni 476 mila spettatori. Canale 5 ha invece totalizzato il 21.81% di share e 6 milioni 617 mila. In totale, le reti Rai hanno vinto il prime time con 13 milioni 91 mila spettatori e uno share del 43.15%, contro gli 11 milioni 562 mila con il 38.11% di Mediaset, e l’intera giornata televisiva con una percentuale del 42.08% a fronte del 38.63% della concorrenza. In seconda serata vittoria delle reti Mediaset con il 43.25% rispetto al 37.13% della Rai.

L’edizione del telegiornale delle 13.30 ha fatto registrare il 5,24% di share media, 969 mila telespettatori, 1,6 milioni di contatti e un picco del 6,24% di share e di oltre 1,1 milioni di telespettatori. L’approfondimento notturno Prossima Fermata di Federico Guiglia ha raggiunto il 3,06% di share media e un picco del 3,49% (alle 23.37).

Grazie anche a questi risultati, il Network La7 (La7 e La7d ) ha raccolto il 4,16% di share media nel totale giornata con 13,6 milioni di contatti nelle 24 ore e il 5,25% di share media in prime time, quasi 1,6 milioni di telespettatori (1.592.975) e il 3,6% di share in seconda serata. Nell’access prime time allargato de LA7 (TG delle 20 e Otto e Mezzo), la Rete ha realizzato l’8,06% di share con un ascolto medio di oltre 2,3 milioni di telespettatori e più di 5,8 milioni di contatti complessivi.

(15 marzo 2011)

 

 

 

 

 

 

2011-03-14

IL CASO

Dopo il C-day polemiche su Ingroia

Il Pdl attacca, comizio di Ferrara al Tg1

Critiche dopo la partecipazione del procuratore alla manifestazione di Roma a favore della Costituzione, in cui ha definito quella sulla giustizia una "controriforma". Il Giornale ne chiede le dimissioni, Pd e Idv lo difendono. E Vietti: "Magistrati siano liberi di esprimere la propria opinione"

Dopo il C-day polemiche su Ingroia Il Pdl attacca, comizio di Ferrara al Tg1 Il pm Antonio Ingroia alla manifestazione di Roma in difesa della Costituzione

ROMA - Dal palco di piazza del Popolo di Roma, durante il Costituzione day 1, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia definisce "controriforma" quella della giustizia e scoppiano le polemiche. In prima pagina il Giornale ne pubblica la foto e attacca senza mezzi termini: "Questo magistrato deve dimettersi". Nessun commento da parte del premier Silvio Berlusconi, ma è eloquente l'attacco che è partito da esponenti politici a lui più vicini, come Fabrizio Cicchitto che ha parlato di "appropriazioni indebite" del giorno della Costituzione.

In serata, interviene Giuliano Ferrara, intervistato da Susanna Petruni in diretta al Tg1. L'occasione è il lancio della trasmissione "Radio Londra". Ferrara attacca Ingroia e dice: "Se i magistrati fanno i comizi, i politici potrebbero anche fare le sentenze". Un riferimento polemico a Napolitano: "E' lui il presidente del Csm, dovrebbe dire qualcosa". Lo spot per la trasmissione: "Sono schierato, non come Santoro, Lerner, Dandini, Floris" ha aggiunto ironicamente. "Dirò delle cose scomode, non dirle rende il paese più povero e anche più stupido". In tutto, oltre tre minuti e mezzo. Protesta l'Idv: "Il Tg1 si conferma tg ad personam. porteremo il caso in vigilanza".

L'INTERVENTO DI FERRARA 2

Cicchitto polemico. "Quello del procuratore Ingroia è un autentico caso. Un pm impegnato in indagini delicatissime concernenti i rapporti mafia-politica e che nel contempo partecipa a manifestazioni politiche, sviluppa attacchi politici; in sostanza è ormai un personaggio politico di prima fila e rappresenta una contraddizione devastante per l'equilibrio del sistema. Ci auguriamo che quanto prima, magari fra una pratica a tutela e l'altra, il Csm si occupi di questo caso gravissimo", attacca Cicchitto, presidente dei deputati del pdl.

Il ministro della Giustizia Alfano dice che non ci sarà alcuna richiesta di procedimento disciplinare nei confronti del pm che ieri è intervenuto dal palco alla manifestazione nella capitale. "Non ci penso proprio", spiega il Guardasigilli. "Ha partecipato ad una manifestazione contro il governo. Ci mancherebbe che la politica si mettesse a chiedere le dimissioni di un magistrato. Ma ne deve rispondere alla sua coscienza, alla legge e alla deontologia", conclude Alfano.

Vietti lo difende. A difesa del procuratore di Palermo si è espresso il vice presidente del Csm Vietti: "Si deve consentire a tutti, anche ai magistrati, di dire ciò che pensano" della riforma costituzionale della giustizia. Il vicepresidente invita però tutti ad un atteggiamento misurato: "In linea generale raccomanderei su questa materia una grande prudenza, un grande equilibrio e una grande sobrietà a tutti, sia ai magistrati sia alla politica sia ai giornalisti", in riferimento alla prima pagina del Giornale di oggi.

L'attacco ad Ingroia è indegno per il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. "Come tutti sanno è un magistrato serio e rigoroso, un allievo di Borsellino che non ha mai rinunciato alla lotta contro le mafie e per la legalità", dice Giulietti. "Per questo ha parlato ad una iniziativa per il Tricolore e la Costituzione e per questo alcuni politici della destra berlusconiana si sono indignati. Per loro è grave che un giudice ami la legge e la Costituzione invece è normale che un imputato minacci i suoi giudici e possa farlo con una videocassetta trasmessa a reti semiunificate", aggiunge.

E' la dimostrazione dell'intento punitivo della riforma, commenta dal Pd il senatore Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia: "Dopo aver approvato una riforma che compromette l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, adesso si vuole anche mettere il bavaglio ai magistrati", dice, mentre per l'Italia dei Valori l'attacco contro il pm è dimostrazione del degrado del Pdl: "Le manifestazioni di piazza del 12

marzo sono nate come iniziative in difesa della Costituzione. Considerare come una posizione di parte o addirittura una colpa la difesa della legalità, della democrazia e dei principi sanciti dalla Carta è soltanto la conferma del degrado di questa maggioranza", sottolinea il portavoce Leoluca Orlando.

(13 marzo 2011)

 

 

 

 

L'INTERVISTA

Muti: "Io ribelle dal podio

un urlo per salvare la cultura"

Il maestro che ha trionfato all'Opera di Roma racconta come è nata l'idea di far intonare "Va pensiero" al pubblico

di ERNESTO ASSANTE

Muti: "Io ribelle dal podio un urlo per salvare la cultura" Riccardo Muti

ROMA - Riccardo Muti in prima fila contro i tagli alla cultura. Contro "la riduzione al nulla" della nostra cultura. La serata di sabato, per la prima di Nabucco all'Opera di Roma, si è trasformata in una straordinaria manifestazione sulle note del "Va pensiero".

Maestro Muti, una serata davvero speciale...

"Veramente fuori dalla norma, non preparata, ci tengo molto a dirlo. Io penso che i direttori d'orchestra non dovrebbero parlare dal podio, ma ieri, dopo l'intervento del sindaco di Roma, era necessario, importante, che anche il musicista prendesse la parola. Per un musicista come me che poi ha la fortuna di girare il mondo e vedere la realtà italiana dalle altre nazioni, e quindi soffrire per la situazione. Era doveroso parlare. Ma pensavo di aver terminato lì, dopo aver detto: 'Il 9 marzo del 1842 Nabucco debuttava come opera patriottica tesa all'unità ed all'identità dell'Italia. Oggi, 12 marzo 2011 non vorrei che Nabucco fosse il canto funebre della cultura e della musica'. Perché una nazione che perde la propria cultura perde la propria identità".

Cos'è accaduto allora?

"E' chiaro che il 'Va pensiero', al di la delle assurdità che si dicono dell'inno nazionale, è un canto che esprime in maniera intensa l'animo degli italiani, una nostalgia, un senso di preghiera, una profondità mediterranea che Verdi attribuisce al popolo degli ebrei schiavi ma che gli italiani hanno scelto come bandiera del

loro Risorgimento. E quando l'ho diretto la prima volta ho sentito, quando il coro ha cantato "oh mia patria si bella e perduta", che quel momento fosse carico della situazione drammatica non solo per le istituzioni ma anche per la vita delle persone chiamate a studiare nei conservatori, nelle accademie, nelle università. Ho sentito che quel grido veniva dal profondo dell'animo, un grido vero da parte di chi sta vivendo questo dramma, uomini e donne che producono cultura nel nostro Paese. E lo fanno nel disinteresse sempre più grande da parte di chi deve preservare la cultura, non solo per rispetto del paese ma anche per il rispetto del mondo verso l'Italia. Il mondo non guarda a noi per le tecnologie, facciamo cose importanti ma quando si pensa all'Italia si pensa ai poeti, ai pittori, ai musicisti, ai nostri musei e teatri, a ciò che l'Italia rappresenta. È pieno di italiani - ricercatori, studiosi, medici - che sono nelle grandi università, come quelle americane, e fanno ben parlare di sé. Giovani che si fanno stimare fuori dall'Italia, perché da noi trovano difficoltà. Noi non possiamo vedere questa barca affondare, sabato sentivo che il 'Va pensiero' era questo grido".

E ha deciso di sorprendere tutti

"Dovevo decidere: faccio il bis come viene chiesto, una ripetizione consolidata nell'abitudine, oppure offro a questa ripetizione un carattere nuovo, aderente alla situazione? ho pensato, il coro ha cantato, 'Oh mia patria, si bella e perduta' e sicuramente se perdiamo al cultura andiamo in questa direzione, facciamo che questo grido sia contro questa operazione di riduzione al nulla della nostra cultura. Allora ho invitato, dato che il discorso doveva essere globale, tutti a cantare. Non mi aspettavo che l'intero teatro si unisse, tutti sapevano il testo. Poi, come in una situazione surreale, dal podio ho visto le persone alzarsi a piccoli gruppi, per cui tutto il teatro alla fine era in piedi, fino alle ultime gradinate. Era una specie di coralità straziata e straziante, un grido che invocava il ritorno alla luce della cultura che è la colonna portante dell'Italia, sono le nostre radici".

E il pubblico si è commosso.

"Si, ho visto nelle prime file diverse persone con le lacrime agli occhi. E' la dimostrazione di un popolo che si sente fortemente unito, al di la dei proclami. E della straordinaria attualità di Verdi, valido anche per il futuro, con la sua grande universalità. Verdi parla all'uomo dell'uomo e resterà sempre collegato alla nostra realtà, sempre assolutamente attuale".

(14 marzo 2011)

 

 

 

 

 

 

2011-03-10

POLITICA E TELEVISIONE

Ferrara: "Tremila euro al giorno

così difendo Silvio senza ipocrisie"

Da lunedì "Qui Radio Londra" su RaiUno: "Devo denunciare una crociata neo-puritana". Io a Palazzo Grazioli? Posso andare a pranzo con chi mi pare Montanelli non lo faceva con Spadolini? di GOFFREDO DE MARCHIS

Ferrara: "Tremila euro al giorno così difendo Silvio senza ipocrisie"

ROMA - Si comincia lunedì, alle 20 e 30, su Raiuno. Una breve sigla, l'inconfondibile sagoma di Giuliano Ferrara seduto alla scrivania girevole. Poi le luci si accendono e il direttore del Foglio, in splendida solitudine, parlerà agli italiani. Ogni giorno dal lunedì al venerdì un editoriale di cinque minuti. Spazio nobilissimo. Il programma si chiama Qui Radio Londra. "Spero di fare polemica, di rompere la cappa di ipocrisia, di dispiacere a certi giornali, a certi commentatori. L'Italia è occupata non da Berlusconi, ma da una mentalità, da un cultura e da un modo di essere delle élite che mi fa venire l'orticaria".

Ma quale credibilità ha un conduttore che fa anche il consigliere del premier?

"Non sono il consigliere di Berlusconi. Faccio un giornale, scrivo dei commenti e in questo senso do consigli alla politica. Sono stato consigliere di Veltroni suggerendogli la vocazione maggioritaria e il partito liquido. Sono stato consigliere della Chiesa cattolica tifando per Ratzinger. E se lavorassi per Berlusconi il mio nome sarebbe nella lista dei bonifici del ragionier Spinelli".

Lei va Palazzo Grazioli quando si riuniscono i direttori dei giornali amici, una sorta di consiglio di guerra. Questo è un fatto.

"Di che parliamo? Posso andare a pranzo con chi mi pare? Montanelli non andava a pranzo con Spadolini, con i segretari dei partiti? È assolutamente normale per un giornalista andare dal premier,

quando viene invitato".

Quanto guadagnerà?

"Tremila euro a puntata, 15 mila euro a settimana. Contratto di due anni, opzione per il terzo".

Arriviamo nel periodo in cui si decide la successione al Quirinale. Ma Berlusconi è fuori dalla corsa, no?

"Non mi sembra. Il presidente della Repubblica lo eleggono i parlamentari, saranno loro a valutare il suo senso dello Stato".

Il bunga bunga è un ostacolo insormontabile, non crede.

"Sapevamo cosa faceva Gronchi nella sua vita privata? E quello che combinava Merzagora, a lungo presidente del Senato? È già uno scandalo sapere di Berlusconi quello che sappiamo. La crociata neopuritana è la vergogna dello Stato italiano".

Sappiamo già come tratterà il processo Ruby. Ma il servizio pubblico è di tutti.

"Il Cavaliere mi darà mille occasioni per parlare male di lui. Sull'inchiesta di Milano però ho le idee chiare: è un processo stregonesco, messo in piedi da pedinatori, giornalisti e magistrati. Un boomerang per gli oppositori del premier. L'alternativa ai leader si costruisce con la politica".

Occuperà lo stesso spazio di Enzo Biagi. Si confronterà con il grande successo di pubblico del giornalista scomparso.

"Il successo di Biagi non è colpa mia. L'avrò visto due volte in tutto".

E se fa flop?

"Ferrara non fa ascolto, gli spettatori scappano. Vedo già i titoli di alcuni giornali".

I dati dei tg dicono che non c'è bisogno di un bilanciamento a favore di Berlusconi. Straripa.

"Straripa perché parlano delle sue riforme o perché è perseguitato dai magistrati? Se mi accusano di aver stuprato la Madonnina vado anch'io tutti i giorni in televisione ma preferirei non esserci".

Il tono del programma è da tv di Stato?

"Non sono Biagi, non accarezzo il pelo del gatto nel verso giusto. Ho messo in conto le critiche. E conosco l'apologo di Arbasino: brillante promessa quando lavoravo a Raitre, solito stronzo quando andai sulle tv di Berlusconi, venerato maestro a Otto e mezzo dove volevano venire tutti. Per un certo ambiente, ora, tornerò il solito stronzo".

(10 marzo 2011)

 

 

PALAZZO CHIGI

Giustizia, dal Cdm ok alla riforma

Berlusconi esulta: "Punto di svolta"

Il premier precisa che il varo del nuovo testo costituzionale "non c'entra con i processi in corso" e si mostra ottimista anche sul futuro del governo: "Siamo a quota 330". Opposizione e Anm pronte a dare battaglia: "Norme punitive fatte contro i giudici"

Giustizia, dal Cdm ok alla riforma Berlusconi esulta: "Punto di svolta" Silvio Berlusconi

ROMA - "Un punto di svolta", un cambiamento che se fosse stato introdotto 20 anni fa avrebbe evitato "l'esondazione, l'invasione della magistratura nella politica e quelle situazioni che hanno portato nel corso della storia degli ultimi venti anni a cambiamenti di governo, ad un annullamento della classe dirigente nel '93", e soprattutto avrebbe evitato "il tentativo che è in corso attualmente di far cadere il governo per via giudiziaria". Silvio Berlusconi descrive così il disegno di legge costituzionale per la riforma della giustizia varato oggi dal Consiglio dei ministri. Il governo ha salutato con un applauso l'approvazione del testo messo a punto dal ministro Angelino Alfano. Il testo varato dal Cdm è esattamente quello proposto dallo stesso Guardasigilli e discusso ieri pomeriggio nel corso di un colloquio di quasi due ore al Quirinale 1con il capo dello Stato Giorgio Napolitano.

La soddisfazione del premier per il varo del tanto agoniato provvedimento si è estesa anche al quadro politico generale. "E' dal 1994 che volevo questa riforma, è dai tempi della nostra discesa in campo, finalmente riusciamo a realizzare un punto fondamentale del nostro programma", ha commentato Berlusconi con i colleghi del governo. "Abbiamo una maggioranza solida e contiamo di arrivare a 330 deputati a Montecitorio", ha aggiunto nel corso del Consiglio dei ministri, secondo quanto

riferito da fonti governative. Il presidente del Consiglio durante la riunione avrebbe poi sottolineato che il nuovo testo è "una riforma organica, di prospettiva e di profondo cambiamento che non ha nulla a che fare con i processi in corso e non è contro nessuno".

Anzi, ai processi che lo vedono imputato, Berlusconi ha spiegato poi in conferenza stampa di voler essere presente. "Mi prenderò la soddisfazione di essere presente ai processi e credo che mi prenderò delle belle soddisfazioni e soprattutto spiegherò agli italiani come stanno veramente le cose". Il Cavaliere ha quindi ribadito che "per la prima volta nella storia della nostra Repubblica presentiamo un testo di riforma completo, organico, chiaro, convincente. Lo portiamo all'attenzione del Parlamento che lo discuterà, lo approverà e intendiamo sostenere questa riforma con una larga comunicazione. E' una riforma che va nell'interesse dei cittadini. Sono già pronte dieci leggi di attuazione, che presenteremo in successione al Parlamento". Riferendosi al ridimensionamento del ruolo del pubblico ministero, uno dei punti più a cuore del premier, Berlusconi ha sintetizzato con una battuta: "Il pm per parlare con il giudice dovrà fissare l'appuntamento e battere con il cappello in mano e possibilmente dargli del lei".

Il Ddl costituzionale contiene la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, l'estensione della responsabilità civile del giudice, nonché due Csm separati, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica, come previsto nella bozza 2anticipata ieri. Il cardine, ha illustrato in conferenza stampa Alfano, è la divisione tra giudici e pm. La riforma, ha sottolineato, "pone al centro la parità tra accusa e difesa. E' un impegno che abbiamo assunto con i cittadini. Ed è quello che stiamo sostenendo dal 1994". Il giudice, ha aggiunto, diventa colui che è davvero sopra le parti perché non è più pari al pm. Giudice e pm, ha insistito il ministro, "svolgono mestieri differenti. Il giudice deve valutare cosa gli vengono a dire accusa e difesa".

Per questo, ha detto ancora, il Guardasigilli, "giudici e pm devono avere un organismo di governance del tutto autonomo e indipendente rispetto ai giochi interni alle correnti della magistratura e alla politica". La responsabilità disciplinare dei di giudici e pm è stata però "estrapolata dal Csm", con la creazione di un'Alta Corte di disciplina "composta per metà da da magistrati e per metà da eletti da Parlamento tra coloro che abbiano competenze giuridiche consolidate". Quanto alla responsabilità civile, la riforma prevede che "il cittadino possa citare in giudizio il magistrato che ha sbagliato". "Il principio di responsabilità è un principio di libertà", ha sostenuto Alfano.

Altri punti destinati a scatenare polemiche sono sicuramente il divieto ad appellarsi ad una sentenza di assoluzione in primo grado e la revisione del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Quest'ultima sarà mantenuta, ma secondo "i criteri previsti dalla legge". "Si partirà prima dalle priorità - dice Alfano - e poi il resto. Se il giudice non potrà perseguire tutto, le priorità le definirà il parlamento". Alfano, come aveva già fatto il premier, è tornato quindi ad assicurare che la riforma non riguarderà i procedimenti in corso. "Questi principi non si applicano ai procedimenti in corso alla data dell'entrata in vigore della legge", ha ricordato il ministro. Quanto infine al processeo breve, il ministro ha ricordato che "è calendarizzato per la fine di marzo". "Mi sembra che ci sia una fase di stallo, al momento non è priorità. Ora stiamo pensando alla riforma, al ddl costituzionale", ha proseguito. Mentre il presidente del Senato Renato Schifani ha parlato di "un cantiere aperto", auspicando "punti d'intesa".

Il no dell'opposizione. L'opposizione resta comunque sulle barricate. Non è una riforma, "punta soltanto a togliere autonomia al pm e a metterlo sotto il controllo del potere politico del governo", commenta Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera. "Il pd- dice ancora- si opporrà con tutti gli strumenti parlamentari a disposizione dell'opposizione ed anche con una forte mobilitazione della società civile. Già questo sabato ci sarà una manifestazione in difesa della scuola e della Costituzione, anche lì alzeremo la voce". Per quanto riguarda la futura approvazione del parlamento, Franceschini è certo che non passerà con i due terzi (per evitare il referendum, ndr) e che "non arriverà nemmeno alla maggioranza". Durissimo anche il giudizio di Antonio Di Pietro: "E' stata proposta una riforma così antidemocratica da stravolgere lo stato di diritto" dunque "Idv presenterà un solo emendamento, completamente abrogativo di tutta la riforma e poi chiederà il referendum perché il corpo elettorale mandi a casa la riforma e chi l'ha fatta". Critico anche Fabio Granata di Fli. "Sulla riforma della giustizia - spiega - si discuterà in sede parlamentare. Mi sembra comunque che presentarla, da parte del premier, sostenendo che se fosse stata vigente non ci sarebbe stata 'mani pulite' e che il pm per parlare con il giudice dovrà fissare l'appuntamento e battere con il cappello in mano, non sia un buon inizio". Per Massimo D'Alema del Pd prima di ogni discussione sui temi della giustizia "devono arrivare le dimissioni di Berlusconi".

La reazione dei magistrati. Pesantemente negativo anche il giudizio dei magistrati. Il presidente e il segretario dell'Anm, Luca Palamara e Giuseppe Cascini, definiscono il ddl una "riforma punitiva", fatta "contro i giudici" e che "riduce le garanzie per i cittadini". In una nota i due leader del sindacato delle toghe ribasdiscono che il testo "mina l'autonomia e l'indipendenza della magistratura" e "altera sensibilmente il corretto equilibrio tra i poteri dello Stato".

Secondo un sondaggio lanciato dal 23 febbraio al 9 marzo sul sito di informazione giuridica Altalex, ai legali, invece, piace la separazione delle carriere dei magistrati

(10 marzo 2011)

 

 

 

IL CASO

Lte, a rischio l'asta da 2,4 mld

per la banda larga mobile

E' quanto il governo prevede di ricavare - come scritto nella Finanziaria - dalla vendita delle frequenze a 2,6 GHz. Sono dei militari, ma la Difesa vuole soldi. Se ne potrebbero liberare alcune a 800 MHz, finora in mano alle tv locali. Che però minacciano battaglia. E l'Italia accumula ritardi di ALESSANDRO LONGO

Lte, a rischio l'asta da 2,4 mld per la banda larga mobile

RISCHIA di saltare l'asta frequenze da cui il governo conta di ricavare 2,4 miliardi di euro. E' una brutta notizia non solo per le finanze pubbliche - quei soldi erano già messi in conto come copertura per l'attuale Legge di Stabilità 1 - ma anche per il futuro della banda larga mobile. Le frequenze per cui ci dovrebbe essere l'asta bandita dal ministero allo Sviluppo Economico, infatti, sono necessarie per dare più risorse alle reti senza fili. Principalmente all'Umts/Hspa e alla quarta generazione di banda larga mobile (l'Lte, Long term evolution). Servono quindi per consentire agli utenti di navigare più veloci su reti mobili (fino a 100 Megabit) e usare servizi internet innovativi.

Il governo deve però superare molti problemi di natura politica, prima di poter realizzare l'asta. L'ultima goccia è l'assenza delle frequenze a 2.6 GHz, tra le porzioni di spettro ad oggi disponibili per l'asta: è quanto si legge nella bozza di decreto 2 di revisione del Piano nazionale di ripartizione delle frequenze. Il motivo è che quelle frequenze sono in mano alla Difesa, che è

disposta a cederle allo Sviluppo Economico solo a fronte di un corrispettivo economico.

E' lo stesso motivo che ha fatto ritardare per mesi l'asta per il WiMax (tecnologia banda larga senza fili). Una buona notizia per le reti mobili, invece, è che, secondo la bozza di decreto, sono stati dislocati i canali dal 61 al 69 dello spettro a 800 MHz. Sono risorse preziosissime per estendere la copertura e la capacità della banda larga mobile e finora sono state in mano alle tv locali.

Già questa potrebbe essere una rivoluzione, a patto che vada in porto, nonostante i tanti bastoni tra le ruote: per la prima volta, risorse controllate dalle tv servirebbero a sostenere la banda larga. Una decisione già presa, formalmente, dai principali Paesi europei. La Germania, in particolare, ha già bandito un'asta con gli 800 MHz e i 2.6 GHz. I Paesi scandinavi hanno già fatto quella per i 2.6 GHz. Queste frequenze servono in particolare per sostenere le femtocelle, cioè celle di rete mobili personali, installabili in case e uffici per migliorare copertura e la qualità del servizio di singoli utenti.

"L'assenza dei 2.6 GHz può essere determinante per le sorti dell'asta, ma mi sembra che, in senso assoluto, questa sia minacciata di più dalla polemica sugli 800 MHz", dice Antonio Sassano, docente dell'università di Roma La Sapienza e padre dell'attuale Piano Frequenze. Le tivù locali assicurano che faranno battaglia contro la perdita dei canali 61-69. Le principali associazioni di categoria, Frt e Aeranti Corallo, saranno in audizione giovedì al ministero, ma la loro posizione è già nota: reputano che il governo stia facendo "due pesi e due misure"; a loro vuole sottrarre risorse, mentre è disposto a dare altre frequenze gratis alle tv nazionali, tramite il beauty contest del digitale terrestre (una specie di asta dedicata alle emittenti e prevista nei prossimi mesi). Insomma, in un clima già acceso dalle polemiche delle tv locali, il braccio di ferro sulle 2.6 GHz, tra Difesa e Sviluppo Economico, rischia di dare davvero il colpo finale alle ambizioni miliardarie del governo. E al futuro della banda larga mobile italiana.

(10 marzo 2011)

 

 

FINANZIARIA

Un altro schiaffo a cultura e spettacolo

congelati 27 mln dal Fus, protesta ministero

I soldi bloccati dal Fondo unico dello spettacolo, già ridotto a 258 milioni di euro. Per rimediare a mancati introiti che il ministero dell'Economia aveva previsto nella legge Finanziaria. Bondi: "Siamo sgomenti e interdetti". Il Pd: "Tremonti responsabile di una catastrofe"

Un altro schiaffo a cultura e spettacolo congelati 27 mln dal Fus, protesta ministero Dal governo ancora tagli

al Fondo unico per lo spettacolo

ROMA - Un altro brutto colpo per la cultura e gli spettacoli in Italia. Dell'attuale stanziamento del Fus, il Fondo unico per lo spettacolo, già ridotto quest'anno a 258 milioni di euro, sono stati congelati altri 27 milioni. Lo prevedono alcuni commi della Finanziaria che rinviano a provvedimenti del ministero dell'Economia riguardanti eventuali scostamenti dagli introiti preventivati dalla vendita delle frequenze del digitale terrestre alle compagnie telefoniche. Un provvedimento che non piace al ministero dei Beni culturali: "Siamo sgomenti e interdetti", si legge in una nota, "è un'amara sorpresa".

I 27 milioni - secondo quanto si è appreso - non potranno comunque essere utilizzati fino alla fine dell'anno, anche qualora la vendita delle frequenze avesse buon esito. Quindi, di fatto, non potranno essere utilmente ripartiti fra le diverse voci del Fus. "Si tratta - aggiungono dal ministero dei Beni culturali - di un altro colpo alle risorse destinate alla cultura, che è difficile da spiegare e ancor più da accettare".

Ad oggi dunque il Fondo unico per lo spettacolo assomma di fatto a 231 milioni di euro in tutto, detratti dei 27 milioni congelati. E' sulla base di questa cifra che la Consulta dello spettacolo (che già la settimana scorsa non si è riunita) sarà chiamata a dare il proprio parere per la ripartizione dei fondi Fus nelle diverse realtà: cinema, musica, danza e così via.

Duro il commento dell'opposizione. "E'

la dimostrazione definitiva della volontà di colpire una delle eccellenza del nostro Paese - afferma Matteo Orfini, responsabile Cultura e informazione della segreteria nazionale del Partito democratico - il tutto mentre il ministero dello Spettacolo è acefalo. Ci permettiamo di dare un suggerimento al governo: diano l'interim dei Beni culturali a Tremonti, così almeno uno dei principali responsabili di questa catastrode potrà rendersi conto personalmente dei danni che sta provocando".

(09 marzo 2011)

 

 

 

011-02-15

LA STAR

Benigni e il "suo" inno di Mameli

Polemica compensi, la Lega attacca

L'attore sarà al festival "per raccontare l'esegesi del canto degli italiani". L'ultima volta fu la prima serata del festival 2009, condotto da Paolo Bonolis: oltre 14 milioni di telespettatori e il 47,10% di share. Il Carroccio: "Duecentomila euro per meno di mezzora. Adesso dove sono i moralisti?"

dal nostro inviato ALESSANDRA VITALI

Benigni e il "suo" inno di Mameli Polemica compensi, la Lega attacca

Benigni con Baudo

a Sanremo 2002

SANREMO - Fino a cinque minuti prima ci si preoccupava di Luca e Paolo che stasera dovrebbero cantare una canzone che si intitola Ti processerò (e continua con "in galera andrai"). Ma quando Gianni Morandi rivela "la sorpresa", l'attenzione vira velocemente su ben altro. Roberto Benigni sarà all'Ariston. Giovedì, nella serata dedicata al 150esimo dell'Unità d'Italia, con i cantanti in gara a eseguire canzoni in qualche modo emblematiche della storia del nostro Paese. Di quella storia parlerà anche Benigni, "ma non credo per sbeffeggiare - aggiunge Morandi - anche se poi uno come lui può fare quello che gli pare". Torna, dunque, in tv il comico più amato e più temuto. A stretto giro dall'ultima apparizione, nel corso della prima puntata di Vieniviaconme, il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano in onda su RaiTre lo scorso novembre. Dove ha giganteggiato con un monologo di circa un'ora. Oltre 7 milioni e mezzo di telespettatori, saliti a 9 quando c'era lui.

Polemica cachet, la Lega attacca. Ma se per l'intervento a Vieniviaconme il premio Oscar non aveva preteso un euro, qui è cosa diversa. Si parla di unn cachet di 200 mila euro per un'apparizione della durata di circa trenta minuti. E mentre oil direttore di RaiUno spioega che "la trattativa si sta chiudendo, non c'è alcun braccio di ferro né ci sono richiesta esagerate" e anzi, "c'è la volontà di incontrarci", la Lega ne approfotta e s'indigna. Il senatore del Carroccio Cesatino Monti usa il sarcasmo e si chiede perché "il patriota Benigni, con la sua morale di trenta minuti, prende il sessanta per cento in più dell'indennità di carica di un anno di un parlamentare italiano". "Dove sono i moralisti? - continua Monti - Dove sono quelli che pagano il canone? Dove sono i ricercatori, i cassintegrati, i precari e coloro che vivono con milleduecento euro al mese? Anche nel grande contenitore di precari come la Rai - sottolinea - questo rientra nell'amor patrio?".

Il Pd: "La Rai, due pesi e due misure". Ma le polemiche sulla partecipazione di Benigni al Festival sono di segno diverso. Se la Lega chiede conto del cachet dell'attore, il Pd invece domanda alla Rai "perché su Benigni usa due pesi e due misure? Che cosa ne pensa - chiede il democratico Roberto Giachetti - il consiglio d'amministrazione?". Il riferimento è alla polemica che si agitò proprio al momento della partecipazione dell'attore a Vieniviaconme e che lo indusse, alla fine, a partecipare a titolo gratuito. Senza però risparmiare, durante il suo monologo, qualche critica al direttore generale Rai Masi che gli aveva di fatto negato qualsiasi forma di compenso. "Oggi - dice Giacchetti - si esprime addirittura felicità per averlo come ospite e si dichiara che il suo cachet non sarà un problema. Fermo restando che la presenza del comico toscano sulle reti Rai è un arricchimento - sottolinea ancora il deputato Pd - viene da chiedersi cosa sia successo la volta scorsa. Il cda Rai come spiega questo comportamento schizofrenico?".

I Sanremo di Benigni. Inseguito, corteggiato. "Cercato" e "desiderato" furono anche le parole usate da Pippo Baudo per presentarlo sul palco dell'Ariston a Sanremo 2002. Perché la sua presenza è garanzia di successo, perché non c'è nessuno che faccia quel che fa lui, come lo fa lui. A Sanremo c'è tornato pure nel 2009, edizione Bonolis, prima serata, 17 febbraio. Arrivò preceduto dalle polemiche per l'accordo che la Rai si diceva avesse stipulato con la sua società di produzione, la Melampo, 350 mila euro in cambio dell'accesso e dell'uso dei "materiali storici" realizzati per la Rai - poi viale Mazzini spiegò che la cessione riguardava "copie" del materiale, nessun "master" originale. Un lungo monologo in cui trovarono posto Veltroni e il Pd ("Rialzati, Walter") e il presidente del Consiglio, ma pure il ministro della Giustizia Angelino Alfano "che ha fatto il lodo: prima accusavano Berlusconi di fare leggi ad personam, ora le ha fatte per quattro personam, magari un giorno le farà per tuttibus...". Standing ovation e una serata da 14 milioni 173 mila spettatori col 47,10% di share.

L'Inno di Roberto. Giovedì sera "farà una cosa molto particolare - dice Morandi - farà l'esegesi del canto degli italiani, l'Inno di Mameli". Il conduttore parla di "un gesto di grandissima generosità, sono sicuro che ci ha pensato molto e ha voluto essere generoso in questo". Palpabile e scontata l'esultanza dei "sanremesi". "Avevamo questa speranza e l'abbiamo inseguito - aggiunge il direttore artistico del Festival, Giammarco Mazzi - siamo felici che ci abbia detto di sì". "Felice e orgoglioso" il direttore di RaiUno Mauro Mazza.

Luca, Paolo e la galera. Senza aspettare Benigni, già stasera l'attualità potrebbe infilarsi fra una canzone e l'altra. Luca e Paolo infatti (le Iene alle quali è stato dato il mandato di "disturbare" le serate del Festival) canteranno un brano che si intitola Ti processerò (e continua con "in galera andrai"), sulle note di In amore - la canzone che Morandi cantò con Barbara Cola a Sanremo 1995. Nel giorno in cui si è deciso per il giudizio immediato nei confronti di Silvio Berlusconi, l'idea qualche fibrillazione la provoca. Ma dall'organizzazione non si capisce bene come andrà a finire. "Durante le prove gliel'ho sentita cantare con almeno dieci titoli diversi" dice il direttore di RaiUno Mazza, che dice di essersi appellato al "senso di responsabilità" di Luca e Paolo. "Anche perché, come sapete, in diretta è difficile intervenire - aggiunge - e qualsiasi cosa dovesse accadere, ce ne occuperemo domani".

Il rischio Ballarò. Non sarà una puntata come le altre, quella del programma di Giovanni Floris in onda stasera su RaiTre. Dedicata al caso Berlusconi, il rischio che rosicchi ascolti al festival (fra l'altro comincia anche qualche minuto prima del solito) è concreto. Il direttore Mazza cita Pietro Nenni: "Fai quel che devi, accada quel che può", dice per spiegare che il competitor interno non lo preoccupa più di tanto e che "c'è spazio per tutti".

(15 febbraio 2011)

 

 

 

2011-02-11

RAI

Bavaglio ai talk, Bersani: "Inaccettabile"

Garimberti: "Cda discuta di pluralismo"

In commissione parlamentare una direttiva che potrebbe bloccare le trasmissioni sgradite. Il segretario Pd: "Non deve passare". Di Pietro: "Documento da Minculpop". Zavoli: "Ascoltare i vertici dell'azienda"

Bavaglio ai talk, Bersani: "Inaccettabile" Garimberti: "Cda discuta di pluralismo" Paolo Garimberti, presidente Rai

ROMA - "Inaccettabile". Questa la sintesi del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, sull'atto di indirizzo sul pluralismo proposto dal centrodestra 1 in commissione di vigilanza Rai. L'atto sarà votato mercoledì prossimo in commissione e secondo Bersani contiene elementi contrari alla libertà di informazione. "Se i contenuti fossero confermati ci troveremmo di fronte a una direttiva-bavaglio", dice il segretario. "Ogni tentativo di mettere camicie di forza agli spazi informativi della Rai", continua Bersani, "sarebbe oltre che una violazione del pluralismo, dell'autonomia e della libertà di informazione, un danno grave verso l'azienda anche sotto il profilo economico". Bersani lancia il suo appello agli organi politici coinvolti e all'azienda: "Mi rivolgo al presidente e ai membri della commissione di vigilanza Rai e ai vertici dell'azienda affinché, in questa fase politicamente delicata e complessa, respingano le pressioni che si sono fatte clamorose. E affinché garantiscano la possibilità a ogni giornalista e a ogni lavoratore di poter svolgere correttamente e in autonomia il proprio ruolo".

AUDIO I commenti di Gabanelli, Paragone, Annunziata 2

Di

Pietro: "Tentativo di regime". Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori, parla di "chiare prove di regime": "Siamo di fronte ad un documento da Minculpop", dice Di Pietro, "non degno di un Paese democratico e civile. Il Pdl sta attivando una macchina da guerra contro la libera informazione, stravolgendo regole e prassi. Vogliono censurare le notizie e gli spazi di vero giornalismo per dare voce solo alle veline e ai ridicoli sermoni, a reti unificate, del dittatorello e dei suoi giullari di corte. La misura è colma, non si sono mai visti tanto squallore e tanta arroganza. Ci batteremo in tutte le sedi istituzionali competenti - conclude - e scenderemo in piazza insieme ai cittadini". Sempre dall'Idv, il commento di Pancho Pardi, capogruppo in commissione di vigilanza.

Rao, Udc: "Atto irricevibile". "La bozza del Pdl per un atto di indirizzo sulla Rai, del quale stiamo discutendo in Vigilanza insieme ad un testo molto diverso della minoranza, contiene indicazioni irricevibili per il servizio pubblico". Questo il commento di Roberto Rao, capogruppo dell'Udc in Vigilanza Rai. "In particolare, la norma che prevede l'intervento di un opinionista o addirittura di un comico per ogni "sensibilità culturale", e il divieto di trasmissioni che trattino temi già affrontati in altri programmi Rai negli otto giorni precedenti, rappresentano una forzatura. L'unica soluzione sarà, come già accaduto in passato, la censura o la chiusura per tutte le trasmissioni".

Gasparri: "Solito atteggiamento dell'opposizione". Il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, risponde alle polemiche sull'atto per il pluralismo. "Confronto, ma niente veti", dice l'ex ministro delle Comunicazioni. "Meraviglia la polemica che monta da sinistra. Il presidente della commissione, Zavoli, sa benissimo come io stesso abbia auspicato un dibattito positivo nella commissione, dove però abbiamo incontrato il consueto atteggiamento negativo delle sinistre". Continua Gasparri: "I temi posti sono tutti rilevanti: squilibri ed abusi che si registrano soprattutto nell'informazione radio-televisiva pubblica non possono essere elusi". Conclude il senatore: "Se c'è buona volontà si discute. Il confronto è auspicabile, i veti non sono accettabili".

Verna, Usigrai: "Violata la Costituzione". "Se la bozza passasse, si tratterebbe di una violazione dell'articolo 21 della Costituzione e ci sarebbe una crisi istituzionale della Vigilanza Rai". Queste le parole di Carlo Verna, segretario Usigrai. "In Rai ci sono effrazioni quotidiane delle regole. Naturalmente c'è un gerarchia di norme, e se passasse l'atto di indirizzo della vigilanza di cui si legge in queste ore, ci aspetteremmo una crisi istituzionale al vertice della commissione bicamerale". Verna aggiunge: "Credo che anche il presidente Garimberti dovrebbe essere autore di un gesto forte di fronte ai comportamenti del direttore generale Masi, e del direttore del Tg1, Minzolini, costante nella faziosità. Sono certo peraltro che anche il presidente dell'Agcom Calabrò sentirà stavolta il bisogno di far sentire la sua voce".

Garimberti: "Pluralismo all'ordine del giorno". In seguito alle recenti polemiche, il presidente della Rai Paolo Garimberti ha inserito un punto specifico all'ordine del giorno del prossimo consiglio di amministrazione, per discutere di informazione e pluralismo. La riunione è prevista per mercoledì prossimo.

Zavoli: "La commissione ascolti i vertici dell'azienda". Interviene nel dibattito Sergio Zavoli, presidente della commissione di vigilanza Rai: "Poiché non mi sento di avallare una soluzione men che limpida e responsabile, ho richiesto un supplemento di dibattito. A tale proposito proporrò alla commissione anche di ascoltare i vertici dell'azienda". Continua Zavoli: "Questo in nome del prestigio della Bicamerale, per il rispetto dovuto all'oneroso compito affidatole dal Parlamento, e di tutti gli altri soggetti chiamati in causa".

(11 febbraio 2011)

 

 

 

2011-02-04

TELEVISIONE

Berlusconi non aiuta Minzolini

Il tg con l'intervista fa ascolti flop

L'edizione delle 20 del telegiornale di RaiUno, ieri sera, ha ottenuto il 23,18% di share. L'allarme del comitato di redazione: "Un'altra pagina da dimenticare". Nel mese di gennaio non era mai sceso al di sotto dei 24 punti. Tranne il 29, con un risultato inferiore al 23%

Berlusconi non aiuta Minzolini Il tg con l'intervista fa ascolti flop Berlusconi durante l'intervista al Tg1

ROMA - Il 23,18% di share con 6 milioni 272 mila telespettatori. "Un'altra pagina da dimenticare", la definisce il comitato di redazione del Tg1. Il riferimento è ai risultati del telegiornale di Minzolini, edizione delle 20 di ieri, per intenderci quella che ha ospitato l'intervista al presidente del Consiglio 1 Silvio Berlusconi. Con il suo strascico di polemiche e - sottolinea ancora il cdr del tg - "di ironie su molti giornali, e per le tante omissioni, dai dati Istat sull'impoverimento delle famiglie italiane all'inchiesta sul caso Ruby, che continuiamo a ignorare".

VIDEO Berlusconi al Tg1 2

Da tempo il comitato di redazione del telegiornale di RaiUno lancia l'allarme per "la perdita di credibilità che si ripercuote sugli ascolti". Bastano i numeri più recenti per farsi un'idea. Alcuni risultati dell'ultimo mese. Il 4 gennaio il 26,17% di share (6.376.000 spettatori), il 10 gennaio il 26,10% (6.642.000), l'11 gennaio il 25,42 (6.277.000), il 18 gennaio il 25,64% (6.511.000), il 22 gennaio il 25.40% (5.941.000). Il 28 gennaio il tg delle 20 è andato sotto il 23%, tanto che l'Usigrai - l'unione sindacale dei giornalisti della Rai - ha lanciato l'allarme per quello che ha definito "il minimo

storico". Poco lontano, insomma, dal risultato dell'edizione di ieri, 23,18%. Per nulla aiutata dalla presenza del presidente del Consiglio. Anzi.

Da considerare, anche, quante volte il Tg1 è stato al centro di polemiche. Anche qui, basta dare un'occhiata ai tempi recenti. Gli ultimi due mesi. La rimozione della giornalista Tiziana Ferrario 3 (e poi il suo reintegro); l'attacco dell'assessore regionale alla Salute 4 siciliano dopo un servizio che parlava delle nuove assunzioni; la bufera sulla proposta di Minzolini di varare una rubrica sui "giornalisti faziosi" 5, uno spazio dedicato "alle cantonate e alle faziosità" e, per lo stesso motivo, le critiche accese 6 delsettimanale Famiglia cristiana. Poi c'è la vicenda che ha visto il direttore sotto accusa per le super spese addebitate sulla carta di credito della Rai 7, ma rispetto alla quale il direttore generale di viale Mazzini, Mauro Masi, ha deciso di non avviare un'inchiesta perché - ha detto, suscitando le reazioni indignate dell'Usigrai e delle opposizioni - si tratta di "benefit".

Che il tg delle 20 non goda di buona salute lo dicono anche i risultati di un'indagine condotta dalla società Pragma fra metà ottobre e metà novembre 2010, e diffusi alla fine del 2010, che ha chiesto agli italiani di votare sulle Reti, sui programmi, sui tg. Giudicando la qualità delle trasmissioni (il loro "grado di soddisfazione rispetto alle attese"), il valore pubblico dei programmi (il "livello culturale, l'imparzialità, la capacità di essere pluralista, l'originalità"). Da quel sondaggio era emerso un preciso monito al Tg1. Nella prima rilevazione (sono state tre in tutto negli anni recenti), nell'autunno del 2009, l'edizione delle 20 del telegiornale di MInzolini aveva ottenuto un punteggio di 66 su cento (come "qualità percepita"). Il punteggio 67 significa che il pubblico ti assegna un "buono" in pagella. In primavera, teneva la posizione (quota 65). Ma in autunno - quando cioè è stato condotta l'ultima rilevazione - il calo, visibile. Il Tg1 si è fermato a 59 punti, prossimo all'insufficienza (che scatta a 55). La voce era quella della "qualità percepita". Quanto, invece, alla voce "valore pubblico", il calo è meno vistoso ma comunque esiste. Il voto degli spettatori - che era 65 nelle due precedenti rivelazioni - è risultato 60. Cinque punti in meno.

(03 febbraio 2011)

 

 

 

2011-02-03

RAI

Approvati i palinsesti primaverili

Sgarbi e Vespa in prima serata

In seconda serata previsto un nuovo programma per Lucia Annunziata su Raitre, Serena Dandini perderà complessivamente otto puntate del venerdì. Via libera anche al nuovo contratto triennale di servizio pubblico. Due gli astenuti: Nino Rizzo Nervo (Pd) e Rodolfo De Laurentiis (Udc)

Approvati i palinsesti primaverili Sgarbi e Vespa in prima serata

ROMA - Via libera dal consiglio di amministrazione della Rai ai palinsesti primaverili. Tra le novità, l'informazione anche nel prime time di Raiuno, con uno spazio affidato a Bruno Vespa dopo le puntate sui 150 anni dell'Unità d'Italia condotte con Pippo Baudo. In arrivo anche Vittorio Sgarbi con cinque prime serate il venerdì.

Previsto un nuovo programma per Lucia Annunziata su Raitre. Già conduttrice di 'In mezz'ora' la domenica pomeriggio, da fine marzo si aggiudicherà una trasmissione in seconda serata sulla terza rete dedicata ai 'poteri', con l'unica raccomandazione che il nuovo programma, che dovrebbere essere un viaggio nei poteri, non vada in onda in sovrapposizione con altri programma d'approfondimento giornalistico su altre reti come 'Porta a Porta'.

Sempre in seconda serata sia su Raidue che su Raitre approderanno le trasmissioni per la celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia, coordinate da Giovanni Minoli. A questo punto la seconda serata di Raitre sarà troppo affollata per mantenere le quattro puntate settimanali di Parla con me di Serena Dandini, che dovrebbe perdere un appuntamento a settimana per un totale di otto puntate fino a fine stagione. Novità in vista anche per Maurizio Costanzo che potrebbe guidare una nuova trasmissione nell'access prime time di Raidue.

Il Cda ha approvato il nuovo contratto triennale di servizio tra la Rai e il ministero. L'approvazione è avvenuta a maggioranza per l'assenza del consigliere d'amministrazione

Giovanna Bianchi Clerici e per l'astensione di due consiglieri vicini all'opposizione parlamentare, Rodolfo De Laurentiis e Nino Rizzo Nervo.

L'ok era atteso da tempo, tanto è vero che si è arrivati a distanza di oltre un mese dalla scadenza del vecchio contratto di servizio, e a più riprese dalla stessa commissione di vigilanza, in particolare dal presidente Sergio Zavoli, era venuta la sollecitazione per una rapida approvazione dell'importante documento che regola l'attività della Rai in chiave di servizio pubblico. Per contro, il vertice aziendale ha sempre lamentato l'insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione per ottemperare a questo obbligo di servizio pubblico, causa anche l'elevata evasione del canone di abbonamento.

La riunione di Viale Mazzini è ancora in corso e gli argomenti all'ordine del giorno sono diversi: dopo i palinsesti primaverili approvati e il contratto di servizio, sul tavolo dei consiglieri ci sono i piani di produzione e trasmissione dei canali tematici e il piano di produzione della fiction per il 2011. Ma in consiglio si parlerà anche dello scambio di lettere ai vertici della Rai sul direttore del Tg1 Augusto Minzolini.

(03 febbraio 2011)

 

 

 

POLITICA POP

Di Marco Bracconi

3

feb

2011

Vespa dopo il Tg

Hai visto mai che si vada a votare, il ticket elettorale è già pronto. Basta guardare i palinsesti primaverili appena approvati dalla Rai. Al Tg1 delle 20 seguirà, in prima serata, Bruno Vespa.

Nella campagna elettorale permanente il duo Minzolini-Vespa, con l’aggiunta di Vittorio Sgarbi anch’egli assegnato al prime time, promette benissimo. Silvio Berlusconi, che ha già tante preoccupazioni, potrà finalmente sprofondare in poltrona senza invelenirsi davanti alla televisione.

E poi, anche questo va detto, con il trasloco di Porta a Porta alle 21 tutto finisce entro le 23. Giusto in tempo per un dopo cena all’insegna dell’eleganza e del decoro.

 

 

 

 

2011-01-01

TG1

La Ferrario scrive ai colleghi

"Umiliata anche come donna"

La giornalista reintegrata allaconduzione dal giudice del lavoro risponde alle dichiarazioni del direttore Minzolini: "Mi avevano messo a far niente, e la Rai non ha potuto dimostrare il contrario. E ora mi accusano di essere vecchia" di SILVIA FUMAROLA

La Ferrario scrive ai colleghi "Umiliata anche come donna" Tiziana Ferrario

ROMA - Al Tg1 lo scontro continua. A Tiziana Ferrario, che ha vinto la sua battaglia in tribunale per tornare al suo posto, non sono piaciute le dichiarazioni del direttore 1 Augusto Minzolini "perché non ha detto la verità". Così la conduttrice del Tg1, reintegrata in redazione 2 dal giudice del lavoro, stamattina è andata a Saxa Rubra e ha appeso al muro una lettera in cui spiega ai colleghi per filo e per segno come sono andate le cose, quali sono sono state le offerte professionali di Minzolini, si dice amareggiata dalla notizia che la Rai farà ricorso contro l'ordinanza, facendo notare che quelle contro di lei e i suoi trent'anni di conduzione del telegiornale sono accuse che nascondono un atteggiamento maschilista "perché sono stata offesa come donna accusata pubblicamente sui giornali di essere vecchia". Una lettera appassionata in cui chiede rispetto per la sua storia professionale.

Il testo della lettera. "Nessuna lesa autonomia del direttore, nessun trionfo della gerontocrazia, nessun baronato, nessuna inamovibilità del conduttore". Inizia così la lettera della Ferrario ai colleghi. "L'ordinanza con la quale sono stata reintegrata nei ruoli

che svolgevo al Tg1 prima della mia brutale rimozione, ha semplicemente stabilito che non posso stare senza lavorare e che mi devono essere assegnate mansioni adeguate alle mia professionalità di cui la conduzione è una componente molto importante. In un anno e mezzo di direzione Minzolini", continua la lettera, "la Rai non ha potuto mostrare al giudice alcun documento che provasse il mio utilizzo, nessuna trasferta tranne quella ordinatami in fretta e furia a novembre quando la direzione - solo dopo essere venuta a conoscenza della mia causa e dell'udienza fissata per il 26 novembre scorso - mi ha chiesto di sostituire per 15 giorni il corrispondente di New York. Per dimostrare la mia totale disponibilità sono partita chiedendo al giudice un rinvio dell'udienza, che avevo atteso con ansia. Il foglio di viaggio a New York è stato l'unico documento esibito come prova del mio utilizzo in un anno e mezzo. Un po' poco e anche un po' troppo costoso visto che sono regolarmente pagata tutti i mesi. Il giudice", continua la Ferrario, "ha deciso che non posso stare dietro una scrivania senza fare niente. Devo lavorare e poiché dopo la rimozione dai ruoli che ricoprivo al Tg1 non mi è stata fatta alcuna proposta seria equivalente, e proprio perché i giudici non possono stabilire gli organigrammi né gli incarichi, per il momento devo tornare a svolgere quello che facevo, in attesa che la Rai mi proponga un nuovo ruolo equivalente. Chi parla di inamovibilità è in malafede".

"Umiliata come giornalista e come donna". Ferrario racconta ancora che "sono stati mesi di grande solitudine e di dolorosa umiliazione che ancora continua a causa delle dichiarazioni del direttore Minzolini. Umiliazione come giornalista, che si è vista all'improvviso estromessa senza una ragione professionale dal lavoro quotidiano, e umiliazione come donna accusata pubblicamente sui giornali di essere vecchia e colpevole solo di avere lavorato per 30 anni, in più ruoli, nella stessa testata giornalistica. Mi chiedo perché questo debba essere ritenuto una colpa. E mi chiedo anche quanto maschilismo ci sia nelle considerazioni di Minzolini sulla mia persona e quanta superficialità traspaia quando parlando della mia rimozione usa la discriminazione per età pensando che sia meno grave della discriminazione politica. Roba da far ricorrere di nuovo ad un giudice per violazione della legge sulla parità per ragioni di età, come già sperimentato in Gran Bretagna da alcune colleghe giornaliste televisive. Per il momento è la Rai che ha annunciato ricorso contro l'ordinanza. Speravo non accadesse, perché preferirei concentrarmi di nuovo sulle notizie e non sulle carte giudiziarie".

"Ci vuole meno arroganza". "A differenza di Minzolini", si legge ancora nella lettera aperta alla redazione, "io ho lavorato al fianco dei colleghi illustri che cita in continuazione in questi giorni, quando mi offende dalle pagine dei giornali, accusandomi di ostacolare il ringiovanimento. Vorrei ricordargli che Bruno Vespa ha smesso di condurre il Tg1 perché ne è diventato il direttore e continua ad andare in video quattro sere alla settimana ancora oggi, che Paolo Frajese, grande professionista purtroppo morto troppo presto, lasciò la conduzione quando fu nominato capo della sede di Parigi, che Angela Buttiglione diventò direttore di Rai International, che Borrelli fu anche lui nominato direttore del Tg1. Nessuno di loro è stato umiliato, offeso sui giornali e messo dietro una scrivania a fare niente quando ha lasciato la conduzione. Nessuno di loro è stato avvisato all'improvviso con una telefonata, mentre si trovava in vacanza, che non avrebbe più svolto le stesse mansioni senza che altre fossero concordate prima. Ci vuole più rispetto delle storie personali e meno arroganza", scrive ancora la Ferrario, ringraziando i colleghi che le hanno espresso solidarietà. "Più confronto e meno emarginazione di tanti ottimi professionisti. Il Tg1 ha bisogno di ritrovare quella credibilità che ha perso e recuperare quel pubblico che lo ha abbandonato. Serve però un cambio di rotta, come ha detto l'Agcom, e non è con le sole esibizioni muscolari che si dirige una redazione e si fa buon giornalismo".

(31 dicembre 2010)

 

 

 

2010-12-29

POLITICA E INFORMAZIONE

"Ci fu discriminazione politica"

Il Tribunale reintegra la Ferrario

Accolto il ricorso della giornalista. Che secondo i magistrati fu "punita" per la sua linea di opposizione alla linea editoriale del direttore. Il commento della ex conduttrice: "Riconosciuta ingiustizia".

"Ci fu discriminazione politica" Il Tribunale reintegra la Ferrario

ROMA - Il tribunale di Roma sezione lavoro, giudice Marrocco, accogliendo il ricorso in via d'urgenza della giornalista Tiziana Ferrario (assistita dagli avvocati Domenico e Giovanni Nicola D'Amati), ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi. Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell'incarico di conduttrice del tg della rete ammiraglia una "grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell'opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini.

Secondo il giudice Marrocco, "i provvedimenti che hanno riguardato la Ferrario sono stati adottati in contiguità temporale con la manifestazione, da parte della lavoratrice, del dissenso alla linea editoriale impressa al telegiornale dal nuovo direttore, con l'adesione da parte sua alla protesta sollevata dal cdr e diretta a far applicare nel tg i principi di completezza e pluralismo nell'informazione e, infine, con la mancata sottoscrizione da parte della stessa del documento di censura al cdr il 4 marzo scorso".

E ancora nella motivazione si legge che detti provvedimenti "sono stati antitetici rispetto a quelli adottati nei confronti dei colleghi di redazione che non avevano posto in essere le suddette condotte". In particolare, "in merito alla rimozione dell'incarico di conduzione del Tg1, dichiaratamente collegata dal direttore del telegiornale all'intento

di ringiovanire i volti del tg, risulta in atti che identica decisione non ha coinvolto due giornalisti in sostanza coetanei della ricorrente (Petruni e Romita), i quali, di contro, avevano sottoscritto il documento 4 marzo 2010 di sostegno alla linea editoriale".

Da qui l'ordine impartito alla Rai, che dovrà pagare anche le spese di giudizio, di restituire la conduzione del Tg1 delle 20 alla Ferrario oltre alla mansione di inviata speciale per i grandi eventi.

La giornalista: "Riconosciuta ingiustizia". "Da parte mia c'è grande soddisfazione perchè è stata riconosciuta un'ingiustizia professionale". Così commenta la sentenza la diretta interessata. "Voglio condividere questa soddisfazione - continua la Ferrario - con gli altri colleghi che si trovano nella stessa situazione, i primi che ho chiamato appena ho avuto questa notizia". "E' stato affermato un principio fondamentale, vale a dire che la legge non dà il diritto a nessun direttore di emarginare i colleghi che non sono d'accordo con lui e che tutti devono concorre alla buona riuscita di un telegiornale, soprattutto se si tratta del servizio pubblico".

 

Il commento di Minzolini. "Paolo Frajese ha condotto il Tg per 7 anni, Bruno Vespa per 5. Tiziana Ferrario invece lo ha condotto per 30 anni". Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini commenta così la decisione del giudice del Tribunale del Lavoro di Roma di reintegrare la giornalista. Nessuna discriminazione politica, quindi per Minzolini: "Quale spazio possono avere le nuove generazioni in un'azienda in cui i ruoli si danno a vita? Azienda per la quale il rinnovamento è fondamentale". Minzolini precisa anche di aver proposto alla Ferrario, "collega stimabile e brava", il ruolo "di super-inviato per il mondo", nessun "demansionamento".

La decisione del giudice "è assurda perchè interviene in decisioni di fatto del direttore", ma, sottolinea, "quello che è normale negli altri Paesi, qui non lo è e resta il concetto che un ruolo rimane acquisito...".

(29 dicembre 2010)

 

 

 

TELEVISIONE

Tg1 punito dai telespettatori

anche nelle pagelle della qualità

Terza rilevazione commissionata dalla Rai sugli "umori" del pubblico. Bocciata l'edizione delle 20 della rete ammiraglia, meglio quella delle 13:30. Bene il Tg3

di ALDO FONTANAROSA

Tg1 punito dai telespettatori anche nelle pagelle della qualità

ROMA - I telespettatori italiani risparmiano l'edizione delle 13:30, ancora accettabile per vivacità e per imparzialità. Si disamorano invece dell'edizione serale del Tg1 (quella della 20, un simbolo dell'informazione Rai). Il loro giudizio, il loro voto è in evidente calo quanto a "qualità percepita" ed è in flessione come coerenza ai valori del servizio pubblico.

Per la terza volta nella sua storia recente, la televisione di Stato esplora gli umori del suo pubblico. Lo fa attraverso un sondaggio della società Pragma che chiede agli italiani di votare sulle Reti, sui singoli programmi, sui telegiornali. In particolare, le persone interpellate hanno giudicato la qualità delle trasmissioni (cioè il loro "grado di soddisfazione rispetto alle attese"). Poi hanno valutato anche il valore pubblico dei programmi (dunque il "livello culturale, l'imparzialità, la capacità di essere pluralista, l'originalità"). L'ultimo sondaggio della Pragma è stato realizzato tra il 15 ottobre e il 14 novembre 2010.

Appassionati ai telegiornali (loro genere televisivo preferito), gli italiani mandano un preciso avvertimento al Tg1. Ad autunno del 2009 - in occasione del primo sondaggio - l'edizione serale del Tg1 di Minzolini aveva un punteggio di 66 su cento (come "qualità percepita"). Il punteggio 67 significa che il pubblico ti assegna un "buono" in pagella. A primavera, il telegiornale serale della prima rete teneva la

posizione (con quota 65). E invece nell'autunno 2010 - ultimo sondaggio - ecco arrivare un sinistro calo. Il Tg1 si ferma a 59 punti ed è vicinissimo allo strapiombo dell'insufficienza (che scatta a 55). Fin qui la "qualità percepita".

Le cose vanno abbastanza male anche alla voce "valore pubblico". Qui il calo dell'edizione serale del Tg1 è meno forte, ma comunque presente. Il voto dei telespettatori - che era 65 nelle due altre rivelazioni - ora è 60 (meno 5 punti, dunque).

Ha qualche motivo di soddisfazione, invece, il Tg3. Come rispetto dei valori di servizio pubblico, il telegiornale di Bianca Berlinguer ottiene un "buono" (punteggio 67) sia nell'edizione delle 14: 30 sia in quella delle 19: 30. Il "buono" è quasi nel paniere anche come "qualità percepita": il Tg3 si ferma un gradino sotto, a quota 66.

(29 dicembre 2010)

 

 

 

 

2010-12-22

TELECOMUNICAZIONI

Sky sul digitale terrestre

ricorso di Telecom a Corte Ue

Ti Media chiede l'annullamento del via libera all'azienda di Murdoch per la gara sulle nuove frequenze del Dtt. Ma la Commissione Europea risponde: "Il mercato è cambiato"

ROMA - No a Sky in gara per le frequenze del digitale terrestre. Questa la richiesta di Telecom Italia alla corte di giustizia Ue. La decisione della Corte risale allo scorso 20 luglio, e autorizzava Sky a partecipare alla prossima gara per l'assegnazione delle frequenze del 'dividendo digitale'. Lo segnala la stessa Corte, precisando che la causa è stata introdotta presso il Tribunale Ue.

A presentare il ricorso sono state le società Telecom Italia Media Broadcasting e Telecom Italia Media, di cui fa parte anche l'emittente La7. Le aziende Telecom hanno deciso di impugnare la decisione perché, secondo i ricorrenti, sarebbe viziata di "sviamento di potere", "difetto di motivazione" e di "istruttoria". Inoltre, secondo quanto emerge dai ricorsi, la Commissione avrebbe erroneamente individuato le circostanze eccezionali idonee a giustificare la modifica degli obblighi imposti a Sky nel 2003, quando Bruxelles fissò precise condizioni per dare il via libera alla nascita di Sky Italia.

Tra i vari 'paletti' fissati all'epoca, c'era anche quello che vietava a Sky di entrare nel mercato del digitale terrestre fino al 31 dicembre 2011. Ma lo scorso luglio, la Commissione, su richiesta di Sky, ha accettato di modificare la sua decisione e permettere all'emittente del gruppo di Murdoch di partecipare alla gara per l'aggiudicazione di un solo multiplex. La condizione 'sine qua no' era trasmettere in chiaro per cinque anni.

Bruxelles ha giustificato il via libera a Sky con le mutate

condizioni del mercato. A fronte di ciò Telecom e gli altri ricorrenti ricordano ora che nel 2003 la Commissione aveva obbligato Sky a dismettere frequenze analogiche e digitali e di non intraprendere alcuna attività sulla piattaforma digitale terrestre, nè come operatore di rete nè come fornitore di contenuti.

(22 dicembre 2010) © Riproduzione riservata

 

 

 

 

2010-12-17

IL CASO

Annozero, Fiat chiede maxi risarcimento

20 milioni di euro per un servizio sull'Alfa

Nel mirino del Lingotto la puntata del 2 dicembre: "In un servizio sulla MiTo affermazioni denigratorie e lesive dell'immagine della società, dei suoi prodotti e dei suoi dipendenti"

Annozero, Fiat chiede maxi risarcimento 20 milioni di euro per un servizio sull'Alfa Sergio Marchionne, amministratore delegato Fiat

ROMA - Ammonterebbe a 20 milioni di euro la richiesta di risarcimento danni presentata dalla Fiat contro la trasmissione Annozero di Michele Santoro, per la puntata del 2 dicembre. Secondo il Lingotto, alcune affermazioni contenute in un servizio sono state "fortemente denigratorie e lesive dell'immagine e dell'onorabilità della società, dei suoi prodotti e dei suoi dipendenti".

GUARDA IL SERVIZIO CONTESTATO 1

All'inizio del mese, nell'annunciare la richiesta di risarcimento, la Fiat aveva spiegato che "in modo del tutto strumentale" Annozero aveva "illustrato le prestazioni di tre autovetture, fra cui una Alfa Romeo MiTo, impegnate in un test apparentemente eseguito nella stagione autunnale, per concludere, sulla sola base dei dati relativi alla velocità, che i risultati di questa 'prova' avrebbero dimostrato una asserita inferiorità tecnica complessiva dell'Alfa Romeo MiTo. Si trattava di una ripresa televisiva che è stata artificialmente collegata ad una prova comparativa condotta nella stagione primaverile, non con le stesse vetture, dal mensile Quattroruote e poi pubblicata nel numero dello scorso mese di giugno di questa rivista".

"Quello che, incredibilmente, la trasmissione non ha raccontato - aveva spiegato ancora il Lingotto - è che la valutazione globale di Quattroruote, risultante dalla comparazione dei dati relativi alle

prestazioni tecniche, alla sicurezza e al confort ha attribuito all'Alfa Romeo MiTo in versione Quadrifoglio (1.368 cc) una votazione superiore a quella della Citroen DS3 THP (1.598 cc) e della Mini Cooper S (1.598 cc). Fiat, anche a tutela delle migliaia di lavoratori che quotidianamente danno il loro contributo alla realizzazione di prodotti sicuri e tecnologicamente avanzati, intende pertanto intraprendere un'azione di risarcimento danni (il cui ricavato sarà interamente devoluto in beneficenza) - aveva concluso l'azienda - come forma di difesa a fronte di una condotta tanto ingiustificata quanto lesiva della verità".

In quella occasione Michele Santoro si era limitato a dire: "quando arriverà la richiesta di risarcimento danni la valuteremo e ci difenderemo nelle sedi opportune come abbiamo sempre fatto".

(16 dicembre 2010)

 

 

 

2010-10-22

TELEVISIONE

Ascolti, 'Annozero' la trasmissione più vista

Oltre 6 milioni per Santoro su Raidue

Il programma ieri si è aggiudicato la prima serata con 6.199.000 telespettatori. La fascia successiva è stata invece di Vespa con Porta a Porta. Bene anche Parla con me della Dandini e La vita in diretta. Alla Rai lo scettro dello share sulla giornata

Ascolti, 'Annozero' la trasmissione più vista Oltre 6 milioni per Santoro su Raidue Michele Santoro durante 'Annozero'

ROMA - E' stato il più visto. Ancora una volta Michele Santoro con Annozero, trasmesso ieri su Rai2, ha vinto la prima serata con 6 milioni 199mila telespettatori e uno share del 22.68. La vittoria è, più in generale, della Rai che nel prime time ha catalizzato l'attenzione di 13 milioni 150mila telespettatori e uno share del 44.83, in seconda serata con il 45.10 e nell'intera giornata uno share del 43.74. Annozero e Porta a Porta, sopra tutti, si aggiudicano lo scettro delle due fasce serali. Bene anche Parla con Me di Serena Dandini e La Vita in diretta trainata, ultimamente, dalla brutta Italia del caso Sarah Scazzi.

Più nel particolare Rai1 si è piazzata in seconda posizione con il doppio appuntamento della fiction Ho sposato uno sbirro 2. Il primo episodio ha totalizzato 5 milioni 76mila telespettatori con uno share del 16.78 e il secondo 4 milioni 489mila pari al 17.23. Su Rai3 il film 007 La morte può attendere ha ottenuto 1 milione 885mila telespettatori e uno share del 6.66. E sempre su Rai1 il game show Soliti ignoti, è stato seguito da 6 milioni 654mila telespettatori pari al 23.37 di share.

La seconda serata è stata vinta da Bruno Vespa. Su Rai1 Porta a porta è stato il programma più visto con 1 milione 781mila telespettatori e uno share del 19.38. La puntata di Parla con me, su Rai3, ha realizzato il 10.05 di share con 1 milione 461mila telespettatori. Sempre grandi ascolti nel pomeriggio di Rai1 per La vita in diretta, che nella prima parte ha registrato il 32.78 di share con 2 milioni 940mila telespettatori e nella seconda 3 milioni 371mila pari al 30.57. Da segnalare su Rai2 il programma Pomeriggio sul due, visto da 2 milioni 20mila telespettatori con il 16.00 di share. Leader del preserale resta L'Eredità su Rai1, che ha ottenuto con "La sfida dei 6" il 28.14 pari a 4 milioni 993mila telespettatori e nella sfida finale 6 milioni 362mila con il 28.20.

Ma le polemiche su Annozero 1non si spengono. Durante la conferenza stampa al termine della riunione sui rifiuti una giornalista del Tg3 ha preso il microfono per fare una domanda e si è presentata, con nome e testata. Berlusconi però l'ha interrotta: "Il Tg3? quello che non esiste, secondo alcune trasmissioni Rai, giusto?". Il premier si riferiva ad Annozero che ieri sera ha fatto vedere, durante il 'Tgzero', riprendendo i dati dell'Agcom, le tabelle con i vari Tg e trasmissioni Rai, senza citare il Tg3. Particolare sottolineato dal direttore di Libero Maurizio Belpietro ospite in studio. Durante la conferenza stampa è intervenuto anche Guido Bertolaso: "Parliamo di spazzatura, quella vera, che è meglio".

(22 ottobre 2010)

 

 

 

 

 

TELEVISIONE

Saviano: "Su di noi bugie per censurare"

Berlusconi querela Report: è diffamatorio

L'autore di Gomorra: "Rai lavora contro se stessa". Dopo il servizio sulle ville di Antigua, il presidente del Consiglio cita in giudizio la trasmissione di Milena Gabanelli su Rai 3. L'Agcom diffida il Tg1: "Squilibrio a favore del governo". Il direttore del Tg1: "Il governo fa più notizia"

Saviano: "Su di noi bugie per censurare" Berlusconi querela Report: è diffamatorio

ROMA - Silvio Berlusconi querela Report, l'Agcom diffida il Tg1, Roberto Saviano accusa la Rai di usare pretesti per censurare il programma che sta preparando con Fabio Fazio. Il servizio pubblico televisivo è sempre al centro del dibattito politico e i toni tra le parti sono ormai quelli di uno scontro aperto e difficilmente ricomponibile. Ma l'ultimo messaggio di Saviano a Masi è distensivo: "Se il dg assicura appoggio, siamo pronti ad andare in onda".

Berlusconi contro Report. Il presidente del Consiglio ha dato mandato all'avvocato Fabio Lepri di citare in giudizio la trasmissione di Milena Gabanelli su Rai 3. Per il premier il servizio diffuso il 17 ottobre scorso sulle ville di Antigua, 1 sarebbe "diffamatorio". Il giudizio, viene spiegato, sarà promosso contro tutti i responsabili dell'illecito, e sarà chiesta anche la pubblicazione della futura sentenza sui principali mezzi di comunicazione. "Sarà il tribunale a ripristinare la verità dei fatti" dice il legale.

LE FOTO DELLE VILLE AD ANTIGUA

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Immediata la replica di Milena Gabanelli. "Se il premier si ritiene diffamato, è un suo diritto intraprendere tutte le azioni che crede: noi ci difenderemo nelle sedi competenti. La domanda posta nell'inchiesta -era una sola: da chi lui ha acquistato quei terreni. È una risposta che per il momento non ci pare ci sia". Poi una frecciata sul lodo Alfano: "'La differenza tra me e Berlusconi è che se io mi sento diffamata non posso tirare in tribunale lui, mentre lui può tirare in tribunale me".

 

Saviano: "Non ci arrestano, ma abbassano i decibel del volume". "La censura oggi? L'Italia resta un

paese democratico, non è la Cuba di Castro, il Venezuela di Chavez, non ci arrestano, abbassano i decibel del volume, non pagano gli ospiti, ci diffamano pensando che per il semplice fatto che facciamo il nostro lavoro non dobbiamo essere pagati". Roberto Saviano, in collegamento da Berlino con Annozero, è tornato sugli ostacoli alla realizzazione del programma Vieni via con me. La questione del compenso degli ospiti, ha detto tra l'altro lo scrittore, "è anche un favore alla concorrenza: la Rai è l'unica azienda che lavora contro se stessa". "I soldi che hanno chiesto gli ospiti - ha detto - sono al di sotto dei prezzi del mercato, sono soldi che daremo dalla pubblicità generata dal programma. Essere pagato significa essere professionale, se invece l'ospite arriva gratis lo spettatore deve accontentarsi". Saviano, poi, ha parlato anche della struttura della trasmissione: "La nostra trasmissione - ha sottolineato - è diversa da un programma politico o di inchiesta, anche perché non saprei farne, ma è un programma di narrazione: così l'abbiamo sognato con Fazio e la redazione, con un principio estetico ancor prima che etico". "Masi e la dirigenza - ha ribadito l'autore di Gomorra - ci hanno chiesto la scaletta: è giusto, è il mio editore. Ma da quando abbiamo consegnato la scaletta, tutto è cambiato". Tra i temi su cui stava preparando i monologhi, Saviano ha citato "la 'ndrangheta in Lombardia, una riflessione sul Risorgimento da uomo del Sud: volevo parlare di cosa significa il paese unito, la convenienza per il nord di avere il sud''.

Parole che il dg Rai, Masi, respinge al mittente: "Non esistono e non sono mai esistite difficoltà amministrative relative al programma 'Vieni via con me'", dichiara in una nota, e attacca: "Le affermazioni del signor Roberto Saviano sulla presunta consegna delle scalette e su banali questioni logistiche riguardanti gli ospiti sono completamente prive di ogni fondamento".

Saviano si dice comunque pronto ad andare in onda: "La voglia di fare la trasmissione è tantissima", dichiara ad Annozero. "Ma voglio anche chiedere a Masi: dimmi che mi sopporti e vorresti tanto non farmela fare, e giuro che non faccio polemiche. Se la Rai ci dice che siamo tollerati e non supportati, giuriamo che non facciamo polemiche". Insomma, ha concluso lo scrittore, "Masi si prenda le sue responsabilità e ci dica come stanno chiaramente le cose".

Agcom contro Tg1, Fede e Studio Aperto. Una diffida al Tg1 e un richiamo al Tg4 e a Studio Aperto per "il forte squilibrio" a favore della maggioranza e del governo: è la decisione adottata oggi dalla commissione servizi e prodotti dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, in base ai dati del monitoraggio sul pluralismo per il periodo luglio-agosto-settembre 2010. "Qualora tale squilibrio perdurasse - avverte l'Agcom - verranno adottati ulteriori provvedimenti". La pronuncia dell'Agcom arriva dopo le ripetute accuse al tg diretto da Minzolini sia da parte dell'opposizione, sia da parte dei finiani. Accuse che adesso vengono confermate anche dall'Autorità che punta il dito contro l'eccessivo squilibro a favore del governo. Sbilanciamento ancor più grave nel caso del principale telegiornale del servizio pubblico.

Piccata la replica di Fede: "Dopo 50 anni di giornalismo ai miei livelli non c'è agenzia che mi possa venire a dire come devo fare il mio mestiere. Rispondo alla mia coscienza non a quella di Agcom, che è un parlamentino politico dove prevalgono anche scelte ideologiche".

"Dai dati che ho disposizione, non risulta questa disparità di trattamento che rileva l'AgCom. Rai e Autorità dovrebbero mettersi per prima cosa d'accordo sui dati da utilizzare", replica invece il direttore del Tg1 Augusto Minzolini all'Ansa. "I dati dell'Osservatorio di Pavia, che abbiamo a disposizione - fa sapere Minzolini - vedono ad agosto l'istituzionale al 4,5%, il governo al 34,9%, la maggioranza al 28,7% e l'opposizione al 29,1%. A settembre l'istituzionale è al 13,7%, il governo al 36,5%, la maggioranza al 21,5% e l'opposizione al 25,6%. Come si vede i dati sono sostanzialmente in linea con la divisione 30 al governo, 30 alla maggioranza, 30 all'opposizione. E bisogna considerare che Fli è conteggiato nella maggioranza. Questa discordanza di dati è già una stranezza". "In secondo luogo - prosegue il direttore del Tg1 - nell'ultimo periodo le vicende politiche hanno riguardato prevalentemente la maggioranza e il governo ed il criterio di notiziabilità va comunque considerato. Infine, in estate il governo resta presente, mentre i politici vanno in vacanza e c'è un problema di reperibilità. Io ad esempio non ho potuto realizzare uno speciale Tg1 ad agosto sulla crisi della maggioranza perché non siamo riusciti a raccogliere voci sufficienti per chiudere i servizi".

Il consigliere d'amministrazione della Rai Nino Rizzo Nervo, ironizza: "Potrei con una battuta dire che l'allievo ha superato il maestro visto che il Tg1 ha ricevuto dall'Agcom una 'diffida' e il TG4 solo un 'richiamo', ma la decisione adottata dall'Autorità per le comunicazioni deve essere presa molto sul serio perchè conferma quanto ho più volte denunciato in consiglio di amministrazione senza ottenere alcun riscontro da parte del direttore generale".

Per Fabrizio Morri, capogruppo Pd in vigilanza, la diffida a carico del tT1, "conferma che quando l'opposizione denuncia il fatto che quello che era il più autorevole telegiornale italiano da troppo tempo ormai nasconde le notizie o le propone in modo squilibrato si afferma una cosa vera".

La replica del Tg1. "È assolutamente improprio parlare di 'forte squilibrio' a favore della maggioranza e del governo da parte del Tg1 che ha sempre raccontato e sempre continuerà a raccontare gli avvenimenti politici secondo il principio del pluralismo". Lo dichiara la direzione del telegironale riguardo la diffida dell'Agcom.

"Risulta strano - si legge - che l'Agcom entri così pesantemente nell'agone politico, parlando di violazione del pluralismo da parte della nostra testata con conseguente diffida del Tg1, senza aver mai indicato preventivamente a quale dato quantitativo ci si debba effettivamente attenere. Risulta altresì singolare che la commissione parlamentare di Vigilanza si avvalga, così come ovviamente fa la Rai, dei dati dell'Osservatorio di Pavia che vengono tempestivamente comunicati al Parlamento, mentre l'Agcom si avvale di quelli dell'Isimm pubblicati con frequenza non certa specie in assenza di competizione elettorale. La sanzione ex post è quindi difficilmente accettabile. E' auspicabile che questi problemi di ordine metodologico vengano definiti dall'Agcom".

(21 ottobre 2010)

 

 

 

2010-10-21

IL RETROSCENA

L'ultimatum di Saviano a Masi

"Contratti entro domani o salta tutto"

Se la trasmissione con Fazio va in onda, in pochi giorni bisognerà recuperare ritardi enormi. Intanto il dg rinvia i tagli a viale Mazzini: allarme nel Cda. Il deficit Rai 2010 verso i 120 milioni, quello per il 2012 rischia di toccare i 600 se non si agisce di GOFFREDO DE MARCHIS

L'ultimatum di Saviano a Masi "Contratti entro domani o salta tutto" Paolo Garimberti e Mauro Masi

ROMA - Mauro Masi incassa critiche anche sul piano industriale. Ma non si scompone. E alla fine di una lunghissima riunione con lo stato maggiore della Rai e i consiglieri di amministrazione sentenzia: "Vi ringrazio per gli appunti. Rendono più forte il mio impegno per il futuro dell'azienda".

Un incassatore, appunto. Con un deficit al 2012 (in assenza di interventi) di 600 milioni, quello dell'anno in corso che può arrivare a 120 milioni, il direttore generale viene accusato da più parti, non solo dai consiglieri di amministrazione, di ritardare l'attuazione del programma di tagli, un'operazione lacrime e sangue. Con il risultato che un piano che copre il triennio 2010-2012, non avrà alcuna applicazione quest'anno. Bisognerà fare in due anni quello che si poteva fare in tre. Ancora più lacrime e ancora più sangue. Lo inchiodano alle sue responsabilità i consiglieri del Pd Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten. Ma anche dai membri del cda vicini alla stessa maggioranza che sostiene il dg, arrivano toni preoccupati.

La forza sbandierata da Masi potrebbe essere messa in crisi già domani. Da una nuova prova di forza e di orgoglio di Roberto Saviano e dello staff che sta lavorando a "Vieni via con me", la trasmissione ideata dallo scrittore e da Fabio Fazio. Sì, è vero, la questione con Endemol, produttrice del programma, è stata risolta. Manca quasi tutto il resto. Saviano ormai ci crede a metà. E lancia un ultimatum al direttore generale. "Se tutti i contratti non vengono firmati entro venerdì, io lascio e salta tutto". In 48 ore bisogna recuperare il pasticcio fatto negli ultimi giorni. Dimostrare che era solo "un problema di gestione aziendale e non di contenuti perché io non faccio censure preventive", come ha scolpito nella pietra Masi l'altra sera. Due giorni e poi Saviano toglie il disturbo.

Lo stallo del piano industriale non appartiene direttamente alla sfera della politica. Ma c'entra, eccome. Tagliare significa scegliere, scontentare, affrontare di petto i sindacati (che a Viale Mazzini hanno un peso notevole) e con la politica azionista vera della Rai toccare perciò gli interessi dei partiti. Del progetto complessivo ieri Masi ha annunciato una prima goccia nel mare del debito: Raitrade viene accorpata alla azienda madre con abolizione del consiglio di amministrazione relativo.

Masi si rallegra anche del + 4 per cento fatto registrare rispetto allo scorso anno da Sipra, la cassaforte pubblicitaria della Rai. Però la concorrente Mediaset segna + 8. E i suoi programmi sono meno visti. Al cda sul piano industriale erano presenti anche i vicedirettori generali. Senza fiatare e senza diritto di voto c'era anche il consigliere aggiunto della Corte dei conti Luciano Calamaro. Figura silente ma personaggio chiave quando si parla di conti che non tornano.

A questo punto, con i numeri del rosso così evidenti, la vera prova di Masi è il risanamento dell'azienda. I giudizi sui programmi e sugli orientamenti politici dovrebbero venire in secondo piano. Ma c'è la scadenza di Saviano e stasera torna in onda Annozero. Masi tiene sotto schiaffo Michele Santoro: la sospensione, anche se non esecutiva, costituisce una sorta di richiamo, non sono consentiti altri errori. Il giornalista, impegnato ieri nel montaggio dei servizi, deciderà stamattina se rispondere in diretta con il suo editoriale. Ma l'intera puntata potrebbe comunque trasformarsi in un atto di accusa contro gli interventi della politica berlusconiana sui programmi Rai. Ospite principale sarà proprio Saviano, gli altri invitati sono tutti giornalisti. L'avvocato del conduttore D'Amati giudica le parole del dg "intimidatorie". "Ma non ha parlato con me, ha fatto tutto da solo - dice Santoro -. La mia risposta oggi è: no comment. Se ne parlerò in video aprendo la trasmissione lo deciderò all'ultimo minuto".

(21 ottobre 2010)

 

 

 

 

 

 

L'UNITA'

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2011-08-02

 

 

 

 

2011-07-28

Frequenze tv, dal governo

nuovo regalo a Mediaset

di Roberto Brunelli | tutti gli articoli dell'autore

tv berlusconi

L’eterno Natale di Mediaset porterà ad una strage digitale. Una strage di tv locali, per la precisione, che subiranno quello che si configura come un vero e proprio esproprio di frequenze televisive. Non solo. Alle emittenti verrà negato il diritto di ricorrere alla giustizia amministrativa: chi si ribella, si troverà in casa la polizia, con la prospettiva di tre anni di carcere.

Autore di questa nuova trovata "ad aziendam" il ministro Paolo Romani, con un meccanismo che de facto risarcisce l’azienda del premier del maxi- risarcimento dovuto alla Cir di De Benedetti con un cadeau da 300milioni di euro, il tutto a scapito dell’emittenza locale. Il meccanismo è semplice (e, a suo modo, feroce): a settembre si terranno due gare per l’ulteriore assegnazione di frequenze digitali, di cui la prima riservata agli operatori di telefonia mobile, mentre la seconda è un beauty contest (cioé un "concorso di bellezza" al posto di un’asta competitiva) per sei super- frequenze digitali, in grado di trasportare ciascuna sei canali televisivi. In pratica, saranno i concorrenti dai punteggi più alti per quel che concerne requisiti tecnici e commerciali ad accaparrarsi (gratuitamente) l’ambito premio: è del tutto evidente che si tratterà di Mediaset e Rai.

"A scapito degli editori emergenti ", rileva il deputato Pd Vinicio Peluffo, membro della commissione di vigilanza Rai. Che mette il dito nella piaga: "Le tv locali sono beffate due volte: i nove segnali destinati a essere venduti all’asta agli operatori di telecomunicazione erano stati assegnati alle tv locali solo sei mesi fa. Un regalo che vale 300 milioni. Pari alla metà della somma pagata all’Ingegner De Benedetti".

FORZE DELL’ORDINE

A fronte dell’esproprio, il ministro Giulio Tremonti - in un’ottima concertazione interna all’esecutivo - ha previsto un indennizzo che Peluffo definisce "poco più che simbolico ", ossia 240 milioni da suddividersi tra tutti. E nell’ultima manovra appena varata il responsabile dell’economia ha pure inserito una norma che blocca la possibilità delle tv di ricorrere al Tar: "E se non saranno acquiescenti - spiega Peluffo - la polizia interverrà a blindare gli impianti, con l’avvio di procedimenti penali con reclusione di tre anni, addebito di danni e interessi nonché privazione del risarcimento. Una follia. Praticamente non si trattano così nemmeno gli squatter ". Appunto.

Ora, secondo le associazioni di settore l’esproprio riguarderebbe circa 200 emittenti. Le quali, nel loro complesso, sono già duramente segnate dal passaggio alle meraviglie del digitale terrestre. La promessa era stata quella di più spazio per tutti, con la magnifica prospettiva di maggiore pluralismo. Figurarsi: Rai e Mediaset hanno occupato l’occupabile, le tv locali sono state spinte nel fondo più buio della galassia digitale, più o meno alle cifre triple del vostro telecomando. Con un conseguente calo di ascolti e, in sovrappiù, una vistosa flessione dei fatturati pubblicitari, fagocitati pur’essi da Publitalia: che, avendo molto più spazio da offrire, spalmato su più canali, evidentemente ha allargato la sua concorrenza agli ambiti che finora erano di pertinenza delle private. Unastoria di straordinaria sopraffazione. Dove ha un suo ruolo anche un ulteriore convitato di pietra: la legge italiana, che stabilisce con chiarezza che un terzo delle frequenze digitali debbano essere destinate alle tv locali. Peluffo ride amaro: "Certo, è ovvio che così si apra la strada ad una caterva di ricorsi, perché siamo di fronte ad un vero e proprio mostro giuridico. Un’ennesima dimostrazione del conflitto d’interessi e del provincialismo italiano in campo televisivo, a fronte di un’Europa che ogni giorno ci chiede di aprire il mercato, non certo di introdurre ulteriori elementi distorsivi della libera concorrenza. Per questo, come già avanzato da Paolo Gentiloni, chiediamo al governo di assegnare queste frequenze agli operatori locali, già costretti a liberare la banda destinata all’accesso a Internet".

Chissà se Paolo Romani si ricorda dei bei tempi in cui gestiva Tvl Radiotelevisione Libera, la seconda emittente libera d’Italia, e poi quando, dal 1976 al 1985 fu il direttore generale di Rete A, o quando, dopo esser passato da Telelombardia, finì a dirigere Lombardia7 fino al 1995. Oggi, che spesso viene accusato di essere un po’ troppo vicino agli interessi di Mediaset, fa parlare di sé come aspirante strangolatore delle tv libere. Che dire: forse è solo la malattia senile del berlusconismo.

28 luglio 2011

 

 

 

 

 

 

 

2011-07-20

Rai, pressioni su Annozero: Berlusconi indagato

berlusconi camera solo box

Abuso d'ufficio in concorso. Questa l'accusa per cui la Procura di Roma ha iscritto sul registro degli indagati il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, l'ex commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi e l'ex direttore generale della Rai, Mauro Masi.

Il fascicolo riguarda le pressioni che sarebbero state fatte dal premier nel 2009 affinchè venisse sospesa la trasmissione 'Annozero' di Michele Santoro. I magistrati, una volta ricevuti gli atti dal tribunale dei ministri, che nei giorni scorsi si era dichiarato incompetente, hanno deciso di formalizzare il reato. Gli accertamenti, coordinati dal procuratore capo Giovanni Ferrara, sono seguiti dai pubblici ministeri Ilaria Calò e Roberto Felici.

Il collegio dei giudici di via Triboniano ha restituito l'incartamento, nato a Trani, ed ha ritenuto che Berlusconi, quando telefonava a Innocenzi e Masi, non agiva nelle sue funzioni di presidente del Consiglio. I pm hanno anche preso atto delle conclusioni (benchè non vincolanti) del tribunale, che ha di fatto archiviato le accuse di minacce e concussione attribuite a Berlusconi, unico indagato, con Innocenzi e Masi persone offese.

Secondo il collegio, invece, dall'esame delle intercettazioni, relative a diciotto telefonate, sarebbe configurabile un'ipotesi di abuso d'ufficio per tutti e tre i protagonisti della vicenda. E da questo punto, gli inquirenti di piazzale Clodio, hanno deciso di ripartire. Nei prossimi giorni i magistrati si riuniranno per fare il punto della situazione e decidere se concludere gli accertamenti con il deposito degli atti (passo che in genere prelude a una richiesta di rinvio a giudizio) o con una richiesta di archiviazione.

L'iscrizione nel registro degli indagati arriva dopo la decisione del Tribunale dei Ministri di restituire il fascicolo alla Procura di Roma. Questo perchè secondo i giudici le 18 telefonate all'ex commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi e l'ex dg della Rai Mauro Masi Masi al centro dell'inchiesta sono state effettuate da Berlusconi non nella sua veste di presidente del Consiglio.

Gli inquirenti capitolini hanno preso atto della decisione (non vincolante) del tribunale del ministri: secondo il collegio speciale per reati ministeriali nella condotta di Berlusconi non è prefigurabile la concussione ai danni dell'ex commissario Agcom Giancarlo Innocenzi. Su queste due fattispecie il tribunale ha archiviato la posizione del premier. Per il tribunale dei Ministri è, invece, configurabile l'ipotesi di abuso d'ufficio per tutti e tre i protagonisti della vicenda. A questo punto i pm romani dovranno decidere se concludere l'attività istruttoria con il deposito degli atti, attività che prelude la richiesta di rinvio a giudizio, o formalizzare al gip una richiesta di archiviazione.

19 luglio 2011

 

 

2011-04-15

Canone, crollano le entrate

la Rai: non è vero

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RAI

Crollano nel primo bimestre del 2011 le entrate per l'imposta sui canoni di abbonamento radio e tv: l'incasso per questa voce è stato di 938 milioni di euro, 562 in meno rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente (-37,5%).

È quanto risulta dai dati diffusi dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia. Nei primi due mesi del 2011 le entrate fiscali si sono attestate a quota 58,674 miliardi di euro, in crescita del 3,8% rispetto allo stesso periodo del 2010. Nel periodo si registra una variazione positiva del 5,4% per le imposte dirette e dell'1,6% per le imposte indirette. Il gettito dell'Iva è ammontato a 13.113 milioni di euro (+6,7%).

Il crollo delle entrate sui canoni di abbonamento è contestato dalla Rai: "I dati riportati dal Bollettino del Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia sono errati. La raccolta del canone nei due mesi gennaio-febbraio 2011 ha avuto un incremento di oltre 15 milioni di euro rispetto al medesimo periodo dello stesso anno", ha precisato la Rai in un comunicato

15 aprile 2011

 

 

 

 

 

 

 

2011-04-12

Report demolito dal web: allarmisti

Milena Gabanelli replica all'Unità

di Maddalena Loy | tutti gli articoli dell'autore

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L'avrebbe mai immaginato Milena Gabanelli che la sua puntata di Report andata in onda domenica sera avrebbe alzato un polverone su Internet, provocando una rivolta dei suoi fan in rete? Il caso è scoppiato sul servizio di Stefania Rimini intitolato "Il prodotto sei tu", dedicato al marketing online di società come Google, ai social network come Facebook e Twitter e alle insidie della rete. Una puntata – a detta degli internauti "competenti" - "confusa e disfattista", ha scritto Luca Mele su Twitter, e così "superficiale" - accusano i detrattori - da beccarsi addirittura un "#fail" dai fan su Internet. Il "fail" è una parola chiave che segnala persone o argomenti negativi. Ha scritto Paolo: "Mai avrei pensato di accostare un #fail a Gabanelli, di solito lo metto accanto a Gasparri". "Il presupposto era che le società che fanno business e pensano alla Borsa sono il male: era luddismo!", ha commentato Antongiulio Bua sullo stesso social network, che ha catalizzato le proteste dei telespettatori durante e dopo la messa in onda della trasmissione. E sono state le "imprecisioni e la confusione della puntata" - così le ha definite Valentina Tolomelli - a scatenare il popolo della rete, devotissimo alla conduttrice di Raitre.

A fronte del silenzio dei cittadini su altre puntate più scomode, come ad esempio quella di due settimane fa incentrata sugli insuccessi di Fiat ("...ma non è che quei Report fossero migliori, erano gli spettatori a saperne meno", spiega Calamity Jane), la ribellione della gente di Internet che si è sentita delusa da Gabanelli si è fatta sentire. Una delusione che Marco Zilberstein ha analizzato così: "Report, ovvero come rovinare un brand: mai prendere in giro la Rete".

Ecco, forse a questo la conduttrice non aveva pensato, sottovalutando l'affidabilità che il "brand Report" era riuscito a costruirsi in rete, e soprattutto "grazie" alla rete. Le abbiamo chiesto di rispondere alle domande dei lettori (GUARDA IL VIDEO).

"Noi non abbiamo fatto una puntata per la rete, che conosce benissimo e sa tutto - ha replicato a l'Unità Milena Gabanelli -noi abbiamo portato in una tv generalista un argomento che di solito viene discusso in rete tra competenti. Abbiamo dovuto ovviamente adattare il linguaggio, semplificare, ma penso che il servizio sia stato molto utile per tanti genitori e per tanti frequentatori che molte informazioni non le hanno. Mai detto che bisogna prendere le distanze dai social network, che non sono giochini, questo no – ha chiosato – io più volte ho detto che la democrazia e la libertà in rete sono valori assoluti. Ma la puntata, andata in onda su una tv , era rivolta a tutti, e non solo agli addetti ai lavori". E questo alla fine lo hanno capito anche gli internauti: "Evidentemente non eravamo l'audience di riferimento - ha notato Emiliano De Matteis – ma per i miei genitori è stata istruttiva".

Dopo la prima valanga di commenti negativi a caldo, qualcuno oggi ha cominciato a fare autocritica: "Perchè tutti contro Report??? La gente non conosce i rischi dei social network?", ha scritto marcosansalone. "Report ieri sera è stato superficiale. Ma le reazioni degli utenti assomigliano alla difesa di una casta che alimenta il Digital Divide", ha notato Daniele Lombardi. Ha dunque ragione la conduttrice quando, rispondendo alle domande de l'Unità, ha detto che "una cosa approfondita in rete, su quelli della rete, si fa in rete", e non in tv? "Mi guarda anche la Signora Cesira", ossia la vecchia casalinga di Voghera - ha sottolineato Gabanelli "e io devo essere in grado di spiegare il prodotto strutturato alla Signora Cesira. La tv generalista non è la rete, e quindi il popolo della rete deve portare pazienza se abbiamo usato un linguaggio semplice per spiegare cose da addetti ai lavori, mi sembra che dobbiamo fare questo sforzo, se no ci sono dei soggetti che parlano solo tra loro, e il resto del mondo è fuori". "Volevamo capire un po' di meccanismi – ha concluso la conduttrice - ho capito che tanta gente non li sa e abbiamo dedicato mesi a indagare su questo mondo e a raccontarlo su una tv generalista. Già il fatto che se ne discuta e la discussione non rimanga confinata in rete mi sembra una buona cosa".

Capitolo chiuso? No: la giornalista che ha curato la puntata, Stefania Rimini, ha deciso di aprire una videochat nel pomeriggio per commentare la puntata. Ma le risposte che sono state date, sempre a detta degli utenti Twitter che hanno fatto una diretta LIVE della videochat, non sono state esaurienti.

Forse è vero che il popolo della rete è esigente. Forse è anche giusto non pretendere che una televisione che ha un target non di nicchia affronti alcuni temi troppo nello specifico, sebbene siano stati in molti a ribattere che il problema non era nel linguaggio ma nei contenuti. Ciò che resta è che la puntata di Report è comunque servita a comprendere che questo "popolo di Internet", in fin dei conti, non è più una minoranza, come in molti (troppi) continuano a credere. E riesce a farsi sentire. Lo tengano a mente i giornalisti, ma soprattutto i politici, che spesso non sanno di cosa stiamo parlando.

11 aprile 2011

 

 

 

Tv Sorrisi: Fabio Fazio in fuga

La Rai sta per perderlo

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fabio fazio

Tv Sorrisi e Canzoni, in edicola domani, martedì, scrive che Fabio Fazio è in trattativa con La7 con il suo "Che tempo che fa" e potrebbe lasciare la Rai. "Stiamo perdendo Fabio Fazio, è in trattativa per passare a La7", confida al settimanale, solitamente bene informato sulle vicende interne della Rai, un alto dirigente di Viale Mazzini. Una prospettiva disastrosa per Raitre e per viale Mazzini ma risulterebbe certo gradita al premier e probabilmente al suo fidato direttore generale Mauro Masi, che ha digerito malvolentieri il conduttore, soprattutto quando ha avuto tanto successo con Saviano nel loro "Vieni via con me". La prospettiva è talmente concreta che mette in fibrillazione e allarma il presidente Paolo Garimberti: oggi ha invitato Masi a chiarire nel consiglio d'amministrazione sul rinnovo dei contratti dei programmi di Rai 3 che, inopinatamente, il dg lascerebbe decadere.

La presa di posizione di Garimberti segue l'allarme lanciato ieri dal direttore di rete Paolo Ruffini sull'incedibilità dei programmi 'Che tempo che fa", "Report" e 'Ballarò", tutti bocconi ostici per il presidente del Consiglio e i suoi insieme ad "Annozero" e la terza rete.

Sempre oggi Nino Rizzo Nervo, componente di minoranza del Cda, ha scritto al presidente di viale Mazzini invitandolo ad affrontare la questione dei contratti in scadenza in Consiglio di Amministrazione: "Dal 19 gennaio Ruffini ha sollecitato per iscritto ben otto volte alle strutture competenti e al direttore generale il rinnovo delle "esclusive" non ricevendo sino ad oggi alcun segno di riscontro. Ho infine appreso che il direttore generale ha avocato a sé la questione".

E il consigliere di maggioranza Antonio Verro si dice d'accordo con Garimberti: "Concordo pienamente con il Presidente. Mi aspetto di avere in cda informazioni in merito dal Dg. Penso che sarebbe un grave errore per la Rai e un danno anche per il suo pubblico perdere conduttori e trasmissioni che hanno sempre dato ottimi risultati di qualità e di ascolti. Farò di tutto per evitare che questo errore venga commesso. Intendo chiedere chiarimenti puntuali al direttore generale nel corso del prossimo consiglio di amministrazione".

11 aprile 2011

 

 

2011-04-02

Un gambero chiamato Italia:

a marcia indietro nel Digitale

di Luca Landò | tutti gli articoli dell'autore

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digitale

È come l’arrivo dell’elettricità nell’Ottocento: potevi farne anche meno ma restavi al buio". Metafora illuminante, verrebbe da dire, se non fosse che lo scenario dipinto da Paolo Guerriero, docente di economia alla Sapienza e vicepresidente dell'Istituto di Affari Internazionali, spegne sul nascere qualunque battuta. Perché l’interruttore che non riusciamo a premere è quello della rivoluzione digitale.

"Ci sono Paesi che in dieci anni, puntando sulla rete e su Internet, hanno capovolto ilmododi pensare l’economia, la politica, la società. Il digitale non è accendere uncomputer: vuol dire spingere un Paese a rompere con gli schemi del passato, vuol dire utilizzare le nuove tecnologie per vivere e lavorare meglio".

Quali Paesi?

"Svezia e Finlandia in particolare.Maanche Francia e Germania si stanno muovendo in quella direzione".

E l’Italia?

"Ha messo la retromarcia. Non è un mododi dire, stiamo davvero andando indietro. Chi si occupa di questi argomenti cita spesso il digital divide, quel muro invisibile che divide chi usa internet da chi non ha mai toccato un mouse. È una barriera pericolosa, perché i primi sono proiettati verso il futuro, gli altri no. Ebbene, un tempo si pensava che il digital divide avrebbe diviso sempre più i Paesi ricchi e tecnologici da quelli poveri e tecnologicamente arretrati. Non è così: l’Italia è un Paese ricco ma con gravi livelli di digital divide: e questo sia al proprio interno, sia in confronto con altri Paesi europei".

Che significa in concreto?

"Quando si parla di digital divide bisogna prendere in considerazione tre aspetti. Il primo è quello dell’infrastruttura, cioé della diffusione e della capillarità di una buona rete di connessione. Per quanto riguarda la cosiddetta banda larga, le differenze tra i Paesi occidentali non sono poi così grandi: certo si potrebbe e si dovrebbe fare meglio, però non sono queste le ragioni che ci separano dagli altri Paesi".

E quali sono?

"I guai inizianoquando prendiamo in considerazione gli altri due aspetti: l’utilizzo di internet da parte di cittadini e imprese e la qualità e quantità dei servizi offerti. Limitandoci a questi due aspetti - "come si fa" e "cosa si fa" - l’Italia fino a pochi anni fa era, era in serie B: non eccelleva ma poteva ancora passare nella categoria superiore".

E invece?

"Invece è retrocessa in serie C. E non poteva essere altrimenti: in questocampol’innovazione cammina talmente veloce che se non ti muovi, gli altri, tutti gli altri, ti passano davanti".

Che fare?

"La prima cosa è metterci davanti a uno specchio e capire cosa vogliamo. Se l’obiettivo è restare al Novecento, quello che stiamo facendo, cioè nulla, è perfetto. Se invece vogliamo guardare avanti, come sento ripetere da tutti, dobbiamo rimboccarci le maniche, perché gli enunciati non bastano: ci vogliono dei progetti e delle azioni".

Quali?

"Innanzitutto smetterla di fare i conti della spesa del mattino. Dire investo "x" solo se mi rende "x più uno" è un errore: non è così che funziona l’innovazione. Se il digitale è la direzione giusta, primamiincammino e meglio è. Non investire in quella direzionenonè unrisparmio: èun terribile spreco".

Più nel concreto?

"Ci vorrebbe un governo in grado di riconoscere le priorità su cui puntare le energie del paese. Non si può pretendere che le aziende si lancino da sole verso il futuro digitale: è tutto il sistema che deve andare in quella direzione. A cominciare dallo Stato".

Una programmazione di tipo sovietico...

"Per carità. Non sto parlando di una impostazione centralizzata, sto dicendo che se il settore pubblico si muove, si innesca un meccanismo che coinvolge tutti, dai cittadini alle imprese. Sto pensando alla Pubblica amministrazione: in questi ultimi anni abbiamo sentito parlare di grandi riforme, di innovazioni, di rivoluzioni digitali ".

E invece?

"Al di là di qualche pennetta digitale regalata nelle conferenza stampa non è successo nulla. Eppure è in questo campo si gioca una grossa battaglia per il cambiamento ".

Perché proprio la pubblica amministrazione?

"Perchè riguarda tutti, cittadini e aziende. Perché significa abbattere costi e tempi della burocrazia, aumentando l’efficienza di tutto il sistema e creando notevoli risparmi. Perché vuol dire creare nuove società specializzate nell’offerta di nuovi servizi digitali con inevitabile ricadute sull'occupazione. E infine perché si spingono cittadini e imprese a usare sempre più il computer e la rete. Si parla tanto di alfabetizzazione digitale: il modo migliore per diffonderla è cominciare a usarla".

Nell’agenda digitale proposta dal Pd si parla di definireunadata per il passaggio della pubblica amministrazione dal mondo della carta a quello del digitale.

"Sarebbe un modo per obbligarci a cambiare, un po’ come è stato fatto con il passaggio dalla tv analogica a quella digitale: a un certo punto sono arrivati i decoder e abbiamo dovuto adeguarci. Qui si tratta di imparare a fare a meno della carta: significa abituarsi a richiedere e ottenere certificati online, registrazioni commerciali via computer, l'utilizzo delle firmedigitali. Negli altri Paesi questo avviene già da tempo".

Dall’Italia di carta all’Italia digitale.

"Sarebbe un passaggio importante, ma non può essere l’unico".

Sta pensando agli investimenti.

"Certo, se si vuole cambiare la pubblica amministrazione gli investimenti sono indispensabili. Maparadossalmente lo scoglio più alto non sono i soldi".

Di questi tempi è un’affermazione ardita.

"Lo so,mase si trattasse di metteremano al portafogli sarebbe tutto più semplice: si chiudono gli occhi e si fa uno sforzo. Purtroppo non è un problema di soldi. È una questione di riorganizzazione: negli ultimi anni siamo diventati un Paese ingessato, che non sa cambiare perché non vuole cambiare. È questo il vero male dell’Italia. Ed è qui che la sfida digitale potrebbe avere effetti per noi devastanti ".

Addirittura.

"Non esagero: le tecnologie digitali sono quelle che noi economisti chiamiamo Gpt, general purpose technologies, cioè innovazioni che hanno ricadute su tutti i settori, non solo in quello specifico dell’elettronica e dell’informatica. L’energia elettrica era in fondo una di queste Gpt: certo, nacquero società specializzate nella produzione e veicolazione dell’energia elettrica, ma le ricadute e economiche, sociali, occupazionali avvennero in tutti i settori. Fuuna rivoluzione appunto".

E questo che c'entra con l’Italia.

"Il settore digitale è dinamico e in continua espansione: quello che oggi è innovativo, domani sarà obsoleto. Per questo bisogna avere una mentalità che i cambiamenti li coglie, li cerca, li produce. Questa continua evoluzione delle tecnologie digitali premia chi ha una mentalità dinamica e penalizza chi ha una visione statica. Noi apparteniamo alla seconda categoria".

Un’altra forma di digital divide.

"Il più pericoloso, perché aumenta di mese in mese. La rivoluzione digitale ècome unnuovo oleodotto: chi ha i motori pronti fa il pieno di benzina e parte; chi ha la bicicletta non si accorge di nulla. Però fa poca strada".

2 aprile 2011

 

2011-01-30

Agcom a Tg1, Studio aperto

e Tg4: riequilibrate notizie

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Un "ordine a Tg1, Tg4 e a Studio Aperto di riequilibrio immediato tra tempo dedicato alla maggioranza e all'opposizione, evitando altresì la sproporzione della presenza del Governo, specie in relazione alla campagna elettorale d'imminente inizio": lo ha deciso oggi a maggioranza il Consiglio dell'Autorità (l'Agcom) per le garanzie nelle comunicazioni, presieduto da Corrado Calabrò, che ha affrontato alcune questioni in materia di pluralismo televisivo.

30 marzo 2011

 

 

 

Rai, Susanna Petruni al Tg2

Lo dirigerà. Il premier "ringrazia"

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susanna petruni

È ufficiale: Susanna Petruni, attuale vice direttrice del Tg1, sarà la direttrice del Tg2 al posto di Mario Orfeo, che da questo lunedì dirige Il Messaggero. Una giornalista - al di là della professionalità - premiata perché gradita al premier e al direttore del Tg1 Minzolini. Quindi anche il Tg2, che negli ultimi tempi si è garantito una certa indipendenza anche perché Orfeo si è dimostrato piuttosto bravo, finisce sotto l'ombrello del centro destra. D'altronde l'ha ricordato lo stesso Berlusconi oggi a Lampedusa che Rai e Mediaset sono sue: per rassicurare gli abitanti sul flusso turistico ha detto d'aver dato incarico – parole sue, con il tono del proprietario – alle due emittenti di illustrare le bellezze dell'isola.

Il nome di Susanna Petruni, giornalista e spesso volto del Tg1, già aleggiava. Lo ha proposto - come da prassi - il direttore generale della Rai, Mauro Masi, e il cda di viale Mazzini deve pronunciarsi. Con ogni probabilità darà il responso nella seduta di venerdì mattina, visto che allora scadono le 48 ore canoniche dalla proposta. A meno che i consiglieri non decidano di anticipare il passaggio delle nomine nella seduta di domani pomeriggio dando subito il via libera a Susanna Petruni.

Ci sono anche altre nomine in cantiere. Giuseppe Ferraro, caporedattore di Sky Tg24, considerato vicino alla Lega, viene proposto come vice direttore del Tg1. Se così fosse non andrà a sostituire – come molti temevano - Corradino Mineo, attuale direttore di RaiNews. Il pacchetto nomine prevede poi la promozione di Gennaro Sangiuliano da vicedirettore del Tg1 a direttore vicario della testata ammiraglia, insomma il numero due dopo Augusto Minzolini. Filippo Gaudenzi dovrebbe diventare vice direttore del Tg1 insieme a Fabio Massimo Rocchi, attualmente nella redazione dello Speciale Tg1.

30 marzo 2011

 

 

2011-01-15

Ferrara: esordio soft-apocalittico

"Ritorno al nucleare no, sì, forse"

di Natalia Lombardo | tutti gli articoli dell'autore *

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Ha scelto un esordio soft per la prima di "Qui Radio Londra", pur nella pesantezza del nome e della mole, puntando alto sulla paura dell’apocalisse prossima ventura che si prospetta dal Sol Levante, Giuliano Ferrara.

"Io ho paura", si mette in sintonia con i telespettatori, ma con un elogio della capacità nipponica di gestire la paura, come nella voce della giornalista che pare "il ticchettio di una macchina da scrivere", impersonale. Sottilmente il giornalista insinua il dubbio sulla scelta nucleare: "Se a Fukushima va male bisogna riflettere, meglio pensarci adesso che dopo".

Ma non condanna a priori la scelta dell’atomo (si sottintende la determinazione del governo) e invita gli italiani passionali e teatrali a "tenere al guinzaglio la paura". Se il paese di Hiroshima ora "vincerà la battaglia a Fukushima, potremo dire che anche nella più grande devastazione quella fonte indispensabile di energia per i prossimi anni è relativamente al sicuro". Controllare l’emotività, lo ha detto il ministro Romani, anche se Ferrara ha tono grave nello scandire le parole sul rischio "di fusione del materiale fissile nucleare".

Parte così la prima puntata di "Qui Radio Londra", la striscia strategica di RaiUno alle 20,35, dopo il Tg1, spazio nobile che fu del Fatto di Enzo Biagi prima dell’editto bulgaro. In diretta, Ferrara inizia con una pillola addolcita dalla costruzione del testo di cinque minuti che evoca civiltà antiche e fiducia incondizionata nel potere terreno e divino. Il programma è in diretta, autore di se stesso con due redattori di supporto, l’Elefantino ha parlato prima con il direttore di RaiUno, Mauro Mazza, e con il direttore generale Mauro Masi, dell’argomento trattato. Non la catastrofe in sé ma il modello giapponese che affronta "la paura in modo più riflessivo", tecnologico ma arcaico. Loro sì credono che "l’imperatore sia un Dio in terra". E se Dio dice al Giappone "di stare al buio" ci stanno.

Lo studio 4 di via Teulada, "occupato" dall’Elefantino facendo traslocare trasmissioni in cerca di altre scenografie virtuali, è allestito in stile anni 40 come fosse la vera Radio Londra, respiro della libertà nell’occupazione nazista. Scrivania in radica, telefono e lampada d’epoca, una sveglia sulle cinque e mezza, il logo in caratteri post futuristi.

L’esordio è di un soft-apocalittico, appena potrà Ferrara si lascerà andare nelle sue "crociate" in difesa di Silvio, magari con toghe smutandate nelle campagne "antipuritane". L’ossessione del trovare voci di destra che si possano ascoltare dovrebbe aver appagato Masi, che deve vedersela col "dante causa". L’Elefantino "occupa" quello spazio per ben 3000 euro (lordi ma personali) a puntata per cinque minuti al giorno: 15mila euro a settimana, 60mila al mese, un milione e mezzo per due anni di contratto con promessa del terzo.

Mauro Mazza, riconosce che quello di Ferrara in Rai è "un ritorno pesante" in tutti i sensi, personaggio "ingombrante e scomodo, però ha il coraggio delle sue opinioni che esprime senza alcun infiocchettamento, nessuna ipocrisia", tanto da definire Berlusconi "ferrariano" e non viceversa.

L’accordo col giornalista di...peso è stato tessuto personalmente dal direttore generale, Mauro Masi, ma ora Mazza, reduce dalle frizioni sanremesi con il Dg, ci tiene a riprendere in mano la gestione dell’affair Elefantino: "Ci siamo incontrati con lui ed in pochissimi minuti si è verificata la voglia matta di mettersi in gioco. Il classico detto: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare". Appunto, il tank messo in campo dal Palazzo. Però Mazza azzarda: "Il paragone è con Enzo Biagi", un grandissimo del giornalismo che non sempre "piaceva a tutti".

15 marzo 2011

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* Ferrara: attacco alle toghe | VIDEO

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2011-03-14

Barroso: "No a tagli

scienza, istruzione e cultura"

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No a tagli a scienza, istruzione e cultura. Lo ha detto il presidente della Commissione dell'Unione europea Josè Manuel Barroso intervenendo alla Luiss a Roma. "La nostra responsabilità è ricostituire la fiducia sia nella zona euro che nell'Europa in generale" ha affermato aggiungendo che "il consolidamento finanziario è importante ma per puntare alla crescita e a una maggiore occupazione non si può tagliare in settori come scienza, istruzione e cultura".

14 marzo 2011

 

 

2011-03-10

Spettacolo, altri tagli

E il ministro Bondi fa la vittima

di Ste. Mi. | tutti gli articoli dell'autore

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Il governo ha già massacrato il Fondo unico per lo spettacolo riducendolo per questo 2011 ad appena 258 milioni di euro. Non bastava. Alcuni commi della Finanziaria hanno "congelato" altri 27 milioni. E il bello è la reazione del ministero per i beni culturali: fa la vittima. "Un'amara sorpresa", scrive il dicastero. Come se la latitanza del ministro Bondi dall'incarico e dalla sede del Collegio Romano, dove non si fa vedere da due mesi, non avesse effetti. Ma forse il commento ministeriale serve al coordinatore del Pdl: se lascia la carica ministeriale, come tutto lascia presagire, dirà d'aver mollato per dignità. Magari vestendo perfino i panni del paladino della cultura che non ha mai difeso.

Il congelamento avviene perché, informano le agenzie, gli introiti dalla vendita di frequenze del digitale terrestre alle compagnie telefoniche non sono stati esattamente quelli preventivati. Il comunicato del dicastero merita di essere ripreso testualmente: "Nelle pieghe della legge di stabilità per il 2011 si annida un'amara sorpresa che lascia sgomenti e interdetti: per effetto di alcuni commi che rinviano a provvedimenti del ministero dell'Economia riguardo eventuali scostamenti dagli introiti preventivati dalla vendita delle frequenze radioelettriche, sono stati congelati ulteriori 27 milioni di euro del Fus, già ridotto quest'anno a poco meno di 260 milioni di euro". Strazia il cuore leggere questa nota. "Risorse che comunque – continuano dai Beni culturali - non potranno essere utilizzate sino a fine anno, anche qualora la vendita delle frequenze avesse buon esito, e che quindi di fatto non potranno essere utilmente ripartite fra le diverse voci del Fus". In altre parole: un taglio per di più inutile. Vibrante è l'affondo finale: "Si tratta di un altro colpo alle risorse destinate alla cultura, che è difficile da spiegare e ancor più da accettare". Certi che Bondi non accetterà questo taglio, forse coglierà l'occasione per dimettersi.

9 marzo 2011

 

 

 

 

2011-02-19

Luca e Paolo: "I festini? Gli è andata un po' sfiga..."

luca e paolo le iene sanremo

Anche Max Pezzali scartato

Anche Max Pezzali scartato. Un "bravo" dall'Ariston. Chiusa una serata non troppo esaltante, spesso noiosa come show, è andata meglio in alcune versioni delle canzoni.

Tricarico escluso, fischi

Tricarico escluso con il suo "Tricolore". Alcuni fischi in sala.

Chi va in finale

Chi passa alla finale di sabato: i La Crus, Giusy Ferreri (una delle peggiori), Van De Sfroos, Madonia con Battiato. L'ordine è sparso, segnala Gianni. Ancora i 'promossi': Nathalie (giusto). Anna Tatangelo (peccato sia passata), Emma e i Modà (vengono accreditati come possibili vincitori). Al Bano supera il turno: monumento o mausoleo? Come la Tatangelo è stato 'ripescato'. Vecchioni salta l'ostacolo: bene (ma ricordiamo sempre che la musica italiana al meglio non passa mai o quasi di qui). Anche Luca Barbarossa con Rosario canteranno domani.

Vanno per le lunghe

Morandi & co. devono dire chi sono i due esclusi (su dodici) nella categoria cosiddetta 'big'. La 'tensione' la sentono solo sul palcoscenico. La fanno ovviamente lunga.

Raphael Gualazzi vince tra i giovani: il migliore dei giovani

Giovani, vince Raphael Gualazzi con "Follia d'amore". Poi televoto e orchestra confermano: scelgono lui. Dei quattro a nostro giudizio il migliore. Sa suonare. E con un bravo trombettista ad affiancarlo. Vince anche il premio della critica accreditata dalle radio. Ha battuto Micaela con "Fuoco e cenere", terzo Roberto Amadè con "Come pioggia" e quarta Serena Abrami con "Lontano da tutto". Sul palcoscenico salgono in tre. Micaela è minorenne e dopo mezzanotte non può.

Applausi stanchi, ma Belen ci prova

Sui tempi il festival inciampa parecchio. Per l'ingresso di Belen che ora canta 'latin' e balla c'è stato un vuoto. Ed è tardi. Lei comunque si dimostra una show girl o almeno ci prova. A differenza della Canalis.

Luca e Paolo "qualunquisti": lui non ha sbagliato, gli è andata di sfiga

Tornano i due comici, Luca e Paolo. E si va sulla politica: la vergogna! Un uomo così, con ragazze così giovani, festini tristi. Ma poi... l'harem... Poi però mi fa male - dicono - promettere ruoli istuzionali. Però, dicono, se qualcuno dà qualcosa si restituisce. Poi gli fa male l'uso del corpo della donna. E le donne hanno fatto bene a scendere in piazza. Discutono davanti a degli scacchi er un fiasco di vino. E però anche quello, sottintendono.... Il guaio è denigrare le istituzioni... Ma chi le rispetta le istituzioni? Tutti fanno la telefonata. Interpretano il qualunquismo italiano. 'Dov'è che ha sbagliato lui?' "Non ha sbagliato, stavolta gli è andata un po' di sfiga". Sono stati piuttosto morbidi. Purtroppo chissà quanti la pensano realmente così.

Applausi stanchi

Si sono esibiti i quattro giovani. Neppure il pubblico ne può più in sala: applausi stanchi.

Luca e Paolo: Berlusconi comunista per Pd, IL TESTO

Luca e Paolo hanno rielaborato il brano 'Uno su mille'. Il loro testo è questo: "Se si va al voto chi ci guiderà? Ci vuole un leader altrimenti non ci votano non ce l'abbiamo adesso, ma chissà Uno tra mille ci sarà che guidi questa opposizione ci basta un prestanome Con Bersani proprio no non puoi andare alle elezioni puoi anche vincere però ti cascano i maroni A Veltroni non mi va di aumentare il suo patema l'ha pugnalato già anche D'Alema, lui usa sempre quel sistema e Prodi già lo sa E Franceschini? Io direi di no ha più mordente un comodino in legno d'acero Di Niki Vendola io non saprei c'e questa cosa che è un pò gay e gli ex DC sono all'antica, vogliono la cara vecchia... Matteo Renzi forse si, può anche darsi che non perda però ad Arcore c'e andato e ha pestato già una merda Per guidarci sai ci serve un uomo vero e quindi..avrei pensato a Rosy Bindi ma visto come siam ridotti scongela Bertinotti Troppe correnti, serve un capo che ci tenga insieme nel partito democratico, uno che unisca le diversità Tra i nostri mille non ci sta, Per compattar le opposizioni, c'e solo Berlusconi! Allora diamo a lui il mandato! Dal 6 aprile è sul mercato, chissà che per tornare in pista lui non diventi comunista".

Ancora incertezza su Stallone. Sai che thrilling

È ancora incerta la partecipazione di Sylvester Stallone alla serata finale del festival di Sanremo. "Al momento, infatti, non è stato ancora raggiunto un accordo contrattuale", rende noto l'organizzazione del festival. Sai che thrillling... (e qualcuno o qualcuna più interessante Sanremo poteva cercarli).

Emma, Modà e Renga: accoglienza calorosa

Da registrare: Emma e i Modà con Francesco Renga hanno ricevuto una delle accoglienze più calorose di una serata senza impennate.

Addaveni' Berluscone

Per chi non è tra i nostri amici su Facebook: l'uscita dei due comici su Berlusconi comunista e l'opposizione suscita reazioni opposte. Per alcuni sono stati grandi, per altri no. Vale citare Ivo Labardi: "addavvenì berluscone!" E qualcuno scrive: per par condicio ora dovrebbero sbeffeggiare la destra.

Luca, Paolo: Berlusconi diventi comunista

Uno convince Luca e Paolo per far vincere l'opposizione: Berlusconi. Chissà che per tornare in pista non diventi comunista. Va beh, non è che abbiano graffiato tantissimo. Però strappano un sorriso...

Luca, Paolo: Renzi ha pestatato una merda ad Arcore

Per Luca e Paolo Renzi potrebbe vincere. Ma è andato ad Arcore e ha già pestato una merda. La Bindi? Non va bene nessuno, ai due... Neanche Vendola.

Luca, Paolo: uno fra mille ci sarà nel Pd

Luca e Paolo omaggiano "gli artisti del circo". Promette bene il berretto con stella rossa. Uno fra mille ci sarà. Le foto del Pd. Bersani lo escludono. Veltroni - dicono - l'ha pugnalato D'Alema.

De Sfroos porta un po' di ritmo

Van De Sfroos senza orpelli e un po' più folk. Grazie della grinta e del ritmo nel duetto con Irene Fornaciari, figlia di Zuchero. Il suo omaggio a Sandokan e Salgari in comasco non vuole essere leghista: lo ripetiamo perché la Lega vuole appropriarsi del musicista (d'altronde ha solo il "Trota, da portare sui palcoscenici).

Canalis: la banalità del festival (l'ha ammesso lei)

Domanda banale (l'ha ammesso la Canalis) ai Take That: com'è stato ritrovarsi dopo essersi lasciati? Gli autori potrebbero sforzarsi. Il ritmo latita. Robbie Williams costretto a incitare il pubblico ad applaudire. Poi spot per la band: a luglio a Milano live.

Take That ex boy band

Ora tocca ai Take That riuniti con Robbie Williams. Era una boy band, un po' matura ora per essere piena di boys. Si sente. E il loro è sempre stato un pop ipercommerciale.

Morandi: Belen, noi Elisabetta...

Senza Benigni come fanno? Morandi - come qualcuno ha scritto su Facebook - non è ubriaco, è un po' troppo emozionato. Ha chiamato la Canalis Belen.

Vecchioni: meglio con Pfm che con orchestra

Roberto Vecchioni qui con la Pfm (e Luca e Paolo ricordano De André nel presentarli): la canzone senza arrangiamento orchestrale suona molto più convincente. Ma in gara al festival il regolamento vuole per forza archi e ottoni. Il brano è sicuramente uno dei pochi meritevoli. Chissà se vincerà?

Luca e Paolo: c'è crisi, De Niro due volte

Luca e Paolo: c'è la crisi, si vede anche qui, De Niro due volte sul palco...

Morandi: come si dice "Taxi driver?"

Morandi: amo "Taxi Driver", e chiede: come si dice Taxi driver in inglese? Sembra Benigni in Daunbailò.

De Niro: Toro scatenato il film più impegnativo

Il suo film preferito? "Toro scatenato non quello preferito ma che l'ha imnpegnato di più".

De Niro: sì, voterei a Ferrazzano

Canalis insiste: vorrebbe essere italiano? Vorrebbe votare a Ferrazzano come ha detto? Mah, sì, risponde lui senza impegnarsi. E' il paesino da cui vengono i suoi antenati. Ha ragione chi, sulla nostra Facebook, chiede: ma 20 minuti sulle sue origini italiane non sono troppi? Decisamente troppi.

De Niro: Little Italy "imborghesita"

Morandi chiede com'era Little Italy. "Era come un paesino italiano oggi". Ora si è imborghesita, 'gentrified'. La Canalis non sa tradurlo.

De Niro salva - serata?

Lo show dopo ieri è moscio. Si aggrappano a di nuovo Robert De Niro, ospite in carne e ossa. Elisabetta Canalis sfoggia il suo inglese. Tanto per ricordarci che sta con George Clooney. Con Morandi, lo intervistano sulle sue origini italiane e perché ci tiene tanto rispetto ad altre terre di cui porta il sangue. Francamente a un attore con la sua storia non c'erano domande più interessanti e meno banali? Di sicuro sì. Ha fatto la storia del cinema. Gli americani hanno ante origini.

Nathalie e L'aura, meglio della Tatangelo

Dopo Belen un po' sbeffeggiata (mica tanto) perché Paolo preferirebbe la Canallis (ma si vede che è tutto finto) canta Nathalie affiancata da una delle voci emerse da Sanremo di recente, L'Aura. Anche se per alcuni critici la cantante non ha ancora confermato appieno quanto potrebbe e quanto prometteva. Le due hanno comunque una voce e un'impostazione migliore della Tatangelo, che sembra cantare solo sul filo di una singola intonazione.

Carmen, Madonia e Battiato: la Sicila canta

Tra i duetti (in senso ampio), quello tutto siciliano di Madonia e Battiato affiancato da Carmen Consoli sembra tra i più riusciti.

Salta Stallone? Sopravviveremo

Secondo un'agenzia di stampa manca l'accordo economico tra Rai e agente di Sylvester Stallone, e la prevista presenza dell'attore americano di origine italiana domani sera alla finalissima del Festival di Sanremo è ormai data per improbabile, se non impossibile. Ce ne faremo una ragione. Altre agenzie lo danno per presente. Oltre a lui arriverà Avril Lavigne, cantante canadese che va forte tra le giovanissime.

De Niro: mi piacciono donne non troppo magre

Robert De Niro, prima entrata. La star americana è ospite a ruota della Bellucci: entrambi sono nel film "Manuale d'amore 3" in uscita nelle sale italiane. L'attore ha affrontato film migliori... Non gli piacciono le donne troppo magre.

Gaffe di Morandi con Monica Bellucci

L'attrice di Città di Castello apre la carrellata degli ospiti di stasera. La Rai punta molto su di loro per gli ascolti. Morandi la intervista sull'età, sulla vecchiaia, sul suo essere mamma. Le dà dapprima del lei. Poi gaffe: avrei voglia di...

Luca e Paolo: festa d'Italia il 6 aprile

Luca e Paolo con i fiori sul palco. Li danno a Morandi, non a Belen e Canalis. Parlano del 17 marzo come festa d'Italia. I politici non erano d'accordo, alla fine hanno deciso, il 6 aprile. Insistono, con le allusioni a B.

Belen ed Elisabetta, vestiti bislacchi

Di solito non commentiamo i vestiti delle signore, ma stasera Belen ed Elisabetta sono entrade indossando abiti quanto meno bislacchi.

Facebook: bisognava proprio ripescare Anna Tatangelo?

Su Facebook la domanda s'impone: era davvero necessario ripescare la Tatangelo. Ottima domanda.

Orchestra e televoto

Stasera votano i cantanti l'orchestra e il televoto. La Rai continua ad avvisare su pericolo call center.

La formula della serata: duetti

Stasera i cantanti in gara duettano con i loro brani con artisti da loro scelti. E' che il festival deve coprire 5 serate da anni e la tirano per le lunghe.

Marcorè-Barbarossa, battute al via per la quarta serata

Con un balletto tra Belen e la Canalis e poi uno scambio di battute Luca Barbarossa - Neri Marcoré (geloso perché l'amico canta con Rosario e non con lui) è iniziata la serata numero quattro di Sanremo. Dovrà decretare i 10 (ma su 12) che domani restano in finale. "Tu a Luca devi dargli tre pilloline, altrimenti quello...E la pillola blu gliela devi dare una volta alla settimana...". È la gag finale di Neri Marcorè con Raquel Del Rosario al termine dell'esecuzione con Luca Barbarossa del brano 'Fino in fondo' che rimanda al fare l'amore di una coppia.

Lite Moranti-Williams alle prove

Discussione tra Gianni Morandi e Robbie Williams nel tardo pomeriggio alle prove al teatro Ariston in vista della performance dei Thake That, in programma stasera. La band inglese è arrivata tardi alle prove e il 'capitano' del festival, dopo aver ricordato a Robbie di aver giocato con lui a pallone, gli ha fatto notare il ritardo, provocando la sua reazione stizzita.

LA POLEMICA DIRETTORE RAI1 SU GRAMSCI

Dopo la lettura di Gramsci di Luca e Paolo, ieri, oggi Mazza ha dimostrato di non aver gradito.

Mazza, direttore Rai1, critica scelta Gramsci

Il direttore di Rai Uno Mauro Mazza critica la scelta di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu di recitare "Gli indifferenti" di Gramsci sul palco dell'Ariston: "Io non avrei scelto Gramsci, avrei preferito che sullo sfondo ci fosse l'immagine di Piero Gobetti".

Morandi: giusto leggere Gramsci

Il conduttore della kermesse, Gianni Morandi, invece sostiene i due comici genovesi: "Gramsci l'avrei citato anch'io e forse avrei citato anche De Gasperi e molti altri grandi italiani ma sono talmente tanti che non si poteva citarli tutti".

Luca & Paolo: "Chi più libero del discorso di Gramsci?"

Luca Bizzarri ribatte a Mazza: "A me che quelle parole le avesse scritte Gramsci non mi interessava per niente, mi interessava soltanto il loro valore". "Non mi viene in mente qualcosa di più libero e liberale di un discorso sulla responsabilità civile di tutti", ha aggiunto Paolo Kessisoglu: "Uno degli autori che si è fatto carico di scegliere il discorso di Gramsci è di Comunione e Liberazione".

19 febbraio 2011

 

 

 

 

Benigni, ascolti: quasi 20 milioni

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BENIGNI SFIORA 20 MILIONI DI SPETTATORI

Quando il comico entra in scena alle 22.30 sul cavallo bianco, auto omaggio a Telepatria international dei primi anni '80, su Raiuno ci sono 13-14 milioni di spettatori che al suo arrivo schizzano a 18 milioni in un crescendo fino a sfiorare i 20 milioni, ossia 19.737.803 alle 22.42, con la percentuale record del 65,32%. Tutto il monologo è sopra i 18 milioni e spesso i 19. Sugli altri canali, share ai minimi termini, con Canale 5 al 3-4%, tranne che per Annozero, 10% di share pure con Benigni.

NAPOLITANO SI COMPLIMENTA CON BENIGNI

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha telefonato ieri sera a Benigni, complimentandosi per la passione e la competenza con cui ha spiegato le parole ed il senso dell'inno

BERSANI: ROBERTO "GENIALE"

Roberto Benigni a Sanremo è stato "geniale", ha dato "un'anima" alla ricorrenza dell'unità d'Italia. Lo dice il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, conversando con i cronisti: "Mi è piaciuto, mi è piaciuto molto. È riuscito a dare un'anima a una vicenda risorgimentale, in modo tale che possa vivere nella memoria degli italiani. Soprattutto quando ha detto che quella era gente di 20 anni. Anche l'intimismo dell'inno è una chiave geniale che tira fuori la vicenda unitaria dalla retorica e la vivere nella vita quotidiana degli italiani".

ASCOLTI RECORD PER ROBERTO

Boom di ascolti ieri sera per la serata del Festival dedicato ai 150 anni dell'Unità d'Italia che ha ospitato anche il ciclone Roberto Benigni: la prima parte (20:40 - 23:21) ha tenuto davanti alla tv 15 milioni 398 mila spettatori pari ad uno share del 50.23%. La seconda parte della terza serata del Festival (23:26 - 01:09) ha totalizzato invece 7milioni 529 mila spettatori e uno share del 53.21%. La media ponderata della serata è stata di 12 milioni 363 mila spettatori pari ad uno share del 50.90%, ben al di sopra della media ponderata della terza serata del Festival 2010 targato Clerici (46%), e del Festival 2009 targato Bonolis (47,17%). Il principale competitor della serata di ieri, Annozero di Michele Santoro, ha totalizzato quattromilioni 250 mila spettatori e uno share del 14,13%.

Benigni ha fatto il suo ingresso all'Ariston alle 22,30, andando avanti fino alle 23,20. Una ulteriore conferma che per la Rai l'artista toscano è sempre una scommessa vinta a occhi chiusi.

MASI: RISULTATO STRAORDINARIO

Il dato degli ascolti della serata di ieri di Sanremo "è un risultato straordinario", ha commentato il direttore generale della Rai Mauro Masi, "e sono soddisfatto - ha aggiunto - perchè è arrivato nella serata che Rai e festival hanno organizzato per i 150 anni dell'Unità

d'Italia".

SERENA ABRAMI LA PREFERITA TRA GIOVANI

Il brano di Serena Abrami, "Lontano da tutto", è il più gettonato dalle radio tra i giovani ed è il quinto tra tutte le canzoni in gara in questa edizione del Festival di Sanremo. Il brano è inoltre al primo posto della classifica (diffusa oggi) Nielsen Music Control-NMC. Serena Abrami sarà in gara questa sera nella finale riservata ai giovani. La sua è in effetti una delle poche canzoni degne davvero d'ascolto.

 

 

 

18 febbraio 2011

 

 

2011-02-15

Il Tg5 sorpassa il Tg1

Giachetti, Pd: "Punto non ritorno"

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Il Tg1 perde il primato dei telespettatori. Lo sorpassa il Tg5. Nella edizione serale di domenica 13 febbraio, quando la testata diretta da Minzolini ha deliberatamente sottovalutato le manifestazioni delle donne in oltre 200 città, il Tg guidato da Clemente Mimun in Mediaset ha registrato uno share del 23,37% e 6 milioni di telespettatori, quello diretto dal giornalista caro al premier 22,05% di share e 5 milioni e 899 milioni di telespettatori. Per la verità, tenendo conto di quali notizie il Tg1 privilegia da tempo, non c'è molto da stupirsi. Ma non sono gli ascolti che tengono Minzolini al suo posto. Oltre tutto chi ci guadagna così? Mediaset.

E' un "punto di non ritorno", commenta Roberto Giachetti del Pd. "Il sorpasso del Tg5 ai danni del Tg1 segna un punto di non ritorno nella caduta degli ascolti del telegiornale diretto da Minzolini" Il distacco di ieri, "è un dato senza precedenti che impone una profonda riflessione alla Rai. E` impensabile - prosegue - che un patrimonio informativo come quello del primo telegiornale del servizio pubblico finisca dilapidato in una preoccupante caduta libera di ascolti. I vertici Rai intervengano con urgenza perché questa incredibile emorragia di ascolti e di credibilità possa essere tamponata",.

"Le donne ieri sera hanno denunciato censure ed omissioni, in particolare nel Tg1 diretto da Minzolini e ispirato da Berlusconi. Queste mattina è arrivata puntuale la dimostrazione di quella denuncia con l'ennesima telefonata in diretta in una trasmissione tv (Mattino 5) da parte del premier". Lo sostiene il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti aggiungendo: "le autorità e il presidente di garanzia della Rai hanno guardato il tg1 di ieri sera? Hanno nulla da dire? Ritengono che si possa informare o meglio non informare sulla manifestazione delle donne?".

Articolo21 presenterà una denuncia e invita tutte e tutti alla conferenza stampa che si svolgerà domani alle 15 a Roma davanti alla sede della Commissione di Vigilanza Rai". Chiederemo infine - conclude - a tutte le associazioni di promuovere analoghe iniziative davanti a viale Mazzini e nella sede delle Autorità. Non bisognerà dare tregua fino a quando la legalità repubblicana e il rispetto delle regole non sarà ripristinato".

Nel caso vi fossero dubbi che gli ascolti del Tg1 dipendono solo dal Tg1, è andata bene con ascolti la fiction "Fuoriclasse" con Luciana Littizzetto trasmessa ieri in prima serata sulla prima rete. Ha "vinto", come si suol dire, gli ascolti con 5 milioni 905mila telespettatori con uno share del 19.89 nel primo episodio e, nel secondo, il 21.91% pari a 5 milioni 534mila. Edè partito bene pure il nuovo ciclo di "Affari tuoi", il programma più visto con 6 milioni 57mila telespettatori e uno share del 19.80. La Rai diffonde dati lusinghieri per tutta la giornata. Il sorpasso quindi non è casuale.

14 febbraio 2011

 

 

 

2011-02-11

Tg1, uno scandalo al giorno

Minzolini ospita comizio di Ferrara

di Nat. Lom. | tutti gli articoli dell'autore

giuliano ferrara 304

La Rai continua a danneggiare se stessa: da tre anni ha speso un milione e mezzo di euro per acquistare i diritti del film Il Caimano di Nanni Moretti e non solo non l’ha ancora mandato in onda, ma mercoledì sera ha anche cercato di imporre a RaiTre di tagliare il finale del film che era stato inserito nel programma di Serena Dandini, Parla con me.

Una censura rifiutata dal regista e dagli autori. A velocità della luce il video di quel finale, così profetico con Moretti-Berlusconi che inveisce contro il "regime" dei magistrati e solleva i supportes alla rivolta, è stato rilanciato dal tam tam della rete, da Facebook ai blog. L’opposizione denuncia la "censura preventiva" e Serena Dandini ieri sera nella sua trasmissione ha lanciato un appello: "RaiUno faccia un passo indietro e il film venga trasmesso su RaiTre".

Nella giornata di polemiche il Tg1 soffia sul fuoco: in una lunghissima e accomodante intervista, Giuliano Ferrara ha accusato De Benedetti di perseguire un "disegno eversivo": "C’è una volontà dichiarata dal Dal Gruppo Espresso" di "abbattere Berlusconi con mezzi extraparlamentari", ha detto il direttore del Foglio, aiutato dall’intervistatrice Susanna Petruni: "Che peso hanno le lobby editoriali?".

Il Pd denuncia il "comizio politico di Ferrara" e chiede che il direttore del Tg1 venga convocato in vigilanza e con l’Idv si appellano all’Agcom. Il Cdr del tg chiede: "A quando le interviste agli altri direttori delle testate più importanti?". Tra l’altro quello che non è riuscito a fare i Dg Rai Masi contro Santoro e i talk show rischia di passare, a maggioranza, nell’atto di indirizzo sul pluralismo che sarà votato la prossima settimana in Vigilanza: il Pdl vuole il doppio conduttore, nessun racconto filmato sui processi, il divieto di sovrapporre temi nei talk show e, ciliegina sulla torta, il permesso per gli editoriali di "Minzo".

In questo clima, appunto, la Rai boicotta i suoi prodotti, come è avvenuto con Vieni via con me, o con la "dissociazione" di Masi da Santoro, o nel blocco dei contratti di Report l’anno scorso. Torniamo al Caimano: il film, prodotto dalla Sacher Film con la francese Bac Films e altri partners e distribuito dalla Sacher, è del 2006; in quell’anno RaiCinema, allora diretta da Giancarlo Leone fino al 2008, ne acquistò i diritti per cinque passaggi sulle reti Rai in cinque anni, a partire dal 2008 fino al marzo 2013. Il costo rientra nella media di quelli che RaiCinema chiama i "preacquisti".

Ultimamente la qualità conta poco, se il fantasmatico Goodbye Mama di Michelle Dragomira Bonev, amica di Berlusconi e protetta da Bondi, è stato pagato un milione di euro. Ma Il Caimano è rimasto, non a caso, nei cassetti Rai. Ai primi di febbraio lo aveva chiesto Paolo Ruffini direttore di RaiTre per lunedì 7, ma è stato fermato dalla direzione generale con la scusa che sarebbe andato su RaiUno, ma non si sa quando.

Ruffini è "sempre pronto a mandarlo in onda", il consigliere Nino Rizzo Nervo sollecita il direttore della rete ammiraglia a indicare una data, denunciando sia "la censura preventiva" che "la scelta autolesionista" dell’azienda. Ma il direttore di RaiUno, Mauro Mazza (piuttosto nervoso, tra le polemiche e Sanremo) ha detto che è "pronto a mandarlo in onda al momento opportuno", esclude "polemiche politiche", non gli piace tanto come film, ma da giornalista trova che "in questo particolare momento diventa interessante e di attualità".

Ma qual è il momento opportuno? Non se ne parla prima di Sanremo, e le programmazioni dei film alle reti non sono state assegnate dal vicedirettore generale, Antonio Marano. Nessun Caimano in vista su RaiUno (a parte quello in carne e ossa...).

11 febbraio 2011

 

Silvio: "Golpe da Ddr comunista"

E la Rai stravolge il palinsesto...

manifesto anti pm milano ddr 304

"Non ci avrei mai creduto. La Rai ha sempre mantenuto una forte personalità nella programmazione, al di là del giudizio di merito. Ma pare che questa volta sia stato persino inserito all'ultimo momento nella programmazione di Rai Due il Film 'Le vite degli altrì dedicato alla crudele attività della Stasi nella Ddr. Come mai?. Lo chiede Vincenzo Vita, senatore Pd e membro della Vigilanza, a proposito del film sulla Ddr e le parole di Berlusconi sul "golpe da Germania comunista". "Una semplice coincidenza tra la vera e propria ossessione del Premier per un provvedimento di legge sulle intercettazioni e le stesse intercettazioni messe in mostra dal film? Può capitare persino questo nella Rai di oggi?", aggiunge.

(Nella foto, un cartellone contro il procuratore Edmondo Bruti Liberati e il Tribunale di Milano all'esterno dell'Universita' Cattolica del capoluogo meneghino, affisso lo scorso 3 febbraio. Alcuni studenti hanno manipolato la locandina del film ''La vita degli altri'': Bruti Liberati appare nei panni dell'agente della Stasi Gerd Wiesler. Sopra la fotografia del magistrato una scritta 'Premio Oscar per la miglior sceneggiata. Prove tecniche di DDR' e sotto un'altra: 'Sceneggiato e diretto dalla Procura di Milano').

11 febbraio 2011

2011-02-03

Rai1: con Vespa e Sgarbi

controffensiva ad "Annozero"

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Se Bruno Vespa non vi basta nella seconda serata con il suo "Porta a porta", in primavera vi sazierete: arriva in prima serata su Raiuno con uno spazio dopo le puntate sui 150 anni dell'unità d'Italia condotte da Pippo Baudo. Così come sbarca sulla prima rete pubblica Vittorio Sgarbi con un programma suo, per cinque serate il venerdì. Vespa e Sgarbi in prima serata quindi. Due ingressi per "bilanciare" politicamente "Ballarò" e "Annozero", programmi invisi a qualcuno di nome Silvio.

Lo ha deciso il cda Rai stabilendo il palinsesto di primavera. Che prevede anche un nuovo programma di Lucia Annunziata sui poteri in onda da fine marzo in seconda serata su Raitre (ma non dovrà far concorrenza a "Porta a porta"). Firmerà una trasmissione a puntate su l'unità italiana su Raidue e Raitre Giovanni Minoli mentre sbarcherà in prima serata, sul secondo canale, Maurizio Costanzo. E per lasciare spazio ad altri l'ottimo "Parla con me" di Serena Dandini, che va in seconda serata sul terzo canale, si dovrà sacrificare perdendo un appuntamento settimanale.

"Se la decisione del Cda Rai sarà confermata dai palinsesti, è positivo che accanto a Floris e a Santoro la prima serata della Rai preveda anche la presenza di Vespa e Sgarbi. Almeno su questo versante il pluralismo dovrebbe reggere. Saranno poi gli ascolti a dirci se sono scelte editoriali vincenti o se rispondono solo all'equilibrio politico" commenta Giorgio Merlo, Pd, vicepresidente commissione Vigilanza Rai.

3 febbraio 2011

 

 

 

2011-01-05

Minzolini spariglia: "Adesso le pulci le faccio io"

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"Sulle false rivelazioni relative all`inchiesta di Trani e le note spese sono partite le querele". Lo dice Augusto Minzolini in un`intervista pubblicata sul numero di 'Panorama' in edicola da venerdì 7 gennaio.

"Sulle mie note spese - sottolinea - non c`è alcuna inchiesta interna e comunque sono disposto a dimostrare che le mie spese sono sempre state in ordine. E contrattaccherò anche sugli altri fronti. Agli attacchi vari risponderemo con Media, una rubrica di un minuto che da metà gennaio, all`interno del tg, monitorerà cantonate e faziosità dei colleghi".

"Sulla vicenda di Tiziana Ferrario ovviamente faremo ricorso". Lo dice in direttore del Tg1, Augusto Minzolini, in un'intervista a 'Panorama', in merito alla decisione del giudice di reintegrare la giornalista alla conduzione. "La sentenza - sostiene - è il frutto di un intreccio perverso fra politica, magistratura e baronati tv. Susanna Petruni e Francesco Giorgino, rimossi dalla conduzione da Giulio Borrelli e Clemente Mimun, non andarono dall`avvocato. Con questa logica un editorialista del Corriere della sera che non convince più il direttore potrebbe imporre la sua firma in prima pagina rivolgendosi alla magistratura".

5 gennaio 2011

 

 

 

2011-01-01

Ferrario, lettera aperta a redazione

"Discriminata anche come donna"

Tiziana Ferrario

"Nessuna lesa autonomia del direttore, nessun trionfo della gerontocrazia, nessun baronato, nessuna inamovibilità del conduttore. L'ordinanza con la quale sono stata reintegrata nei ruoli che svolgevo al Tg1 prima della mia brutale rimozione ha semplicemente stabilito che non posso stare senza lavorare e che mi devono essere assegnate mansioni adeguate alle mie professionalità di cui la conduzione è una componente molto importante". Così la giornalista del Tg1 Tiziana Ferrario in una lettera a tutti i colleghi, da lei affissa in bacheca alla Rai, risponde alle polemiche scatenatesi in seguito alla decisione del giudice del tribunale del lavoro di Roma che ha ordinato all'azienda il suo reintegro alla conduzione del tg della rete ammiraglia e come inviata per i grandi eventi. Un'ordinanza, annuncia, contro la quale "per il momento la Rai ha annunciato ricorso". "Speravo non accadesse - sottolinea la giornalista - perché preferirei concentrarmi sulle notizie e non sulle carte giudiziarie". Nella lettera Ferrario precisa ancora come in un anno e mezzo di direzione Minzolini la Rai non abbia "potuto mostrare al giudice alcun documento che provasse il mio utilizzo, nessuna trasferta tranne quella ordinatemi in fretta e furia a novembre quando la direzione - solo dopo essere venuta a conoscenza della mia causa e dell'udienza fissata per il 26 novembre scorso - mi ha chiesto di sostituire per 15 giorni il corrispondente di New York". Quelli passati, dice ancora, "sono stati mesi di grande solitudine e di dolorosa umiliazione che ancora continua a causa delle dichiarazioni del direttore Minzolini. Umiliazione come giornalista, che si è vista all'improvviso estromessa senza una ragione professionale del lavoro quotidiano e umiliazione come donna accusata pubblicamente sui giornali di essere vecchia e colpevole solo di avere lavorato 30 anni, in più ruoli nella stessa testata giornalistica".

1 gennaio 2011

 

 

 

2010-12-29

I giudici: "Ferrario discriminata"

La giornalista reintegrata al Tg1

Tiziana Ferrario

Il tribunale di Roma sezione lavoro, giudice Marrocco, accogliendo il ricorso in via d'urgenza della giornalista Tiziana Ferrario (assistita dagli avvocati Domenico e Giovanni Nicola D'Amati), ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi.

Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell'incarico di conduttrice del tg della rete ammiraglia una "grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell'opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini.

29 dicembre 2010

 

 

 

2010-12-07

Cresce l'appello sul web

"La Rai torni ai cittadini"

RAI

Prende sempre più corpo l'appello web nato dal movimento Move-On Italia per "restituire" la Rai ai cittadini. "Noi come abbonati abbiamo il diritto di esigere un maggior coinvolgimento nelle scelte di qualita’ e di controllo del servizio pubblico offerto dalla Rai – scrivono i promotori dell'appello –. Ecco la modifica che proponiamo: nel contratto di servizio andrà previsto che in caso di mancato raggiungimento di livelli di qualità del servizio prestabiliti e misurati attraverso il meccanismo del "qualitel degli abbonati", nonché al verificarsi di ogni altro inadempimento della Rai rispetto alle obbligazioni da essa assunte con il Contratto di servizio pubblico o, comunque, su di essa gravanti ex lege, una percentuale di abbonati superiore al 15%, possa esigere dalla Rai, l'esatto adempimento delle proprie obbligazioni, previo, ove necessario, ricorso alla competente Autorità giudiziaria e/o Amministrativa".

Per ora su Facebook le adesioni sono ferme ad alcune centinaia ma tanti nomi illustri stanno dando il loro sostegno per far crescere la campagna: da Libera di Don Ciotti ad Articolo 21, da Libertà e Giustizia al Popolo Viola, da Valigia Blu a Bobi boicotta il Biscione, da Loris Mazzetti a Dario Fo e Franca Rame, da Giuseppe Giulietti ad Antonio Di Pietro, da Angelo Bonelli a Vincenzo Vita, da Rossana Casale a Giulietto Chiesa e tanti altri. Presto Vincenzo Vita presenterà un'interrogazione Parlamentare chiesta dal MoveOn al Senato sul Contratto di Servizio Rai e contemporaneamente la presenterà anche Antonio Di Pietro alla Camera. Oltre all'appello c'è una lettera collettiva al ministro Romani.

IL TESTO DELL'APPELLO

La RAI è il Servizio Pubblico Radiotelevisivo italiano. Ma chi controlla che rispetti il suo operato e gli obblighi assunti nei confronti dei telespettatori? Noi crediamo che questa funzione debba essere svolta anche da noi cittadini. Siamo in una fase di attesa e di definizione di quelle che saranno le nuove regole che disciplineranno il servizio pubblico radiotelevisivo per il prossimo triennio, e che dovranno essere stabilite tramite il contratto di servizio RAI, scaduto il 31.12.2009, e che non è stato ancora firmato dal Ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani e dalla RAI. Per questo ti chiediamo di partecipare attivamente firmando la lettera e le richieste che la società civile attraverso MoveOn italiano, organizzazioni, associazioni e singoli cittadini indirizzano al Ministro Romani. Diversi parlamentari hanno già manifestato l’intenzione di proporre alla Camera e al Senato un’interrogazione rivolta al Ministro di recepire tali richieste, per dare maggiore voce a questa iniziativa. NOI COME ABBONATI ABBIAMO IL DIRITTO DI ESIGERE UN MAGGIOR COINVOLGIMENTO NELLE SCELTE DI QUALITA’ E DI CONTROLLO DEL SERVIZIO PUBBLICO OFFERTO DALLA RAI.

LA LETTERA AL MINISTRO ROMANI

LA RAI AI CITTADINI

On. Paolo Romani

Ministro dello Sviluppo Economico

SEDE

Onorevole Ministro,

l'informazione, la cultura e l'educazione costituiscono i beni pubblici più preziosi e, ad un tempo, diritti fondamentali di ogni cittadino di un Paese democratico.

L'accesso a tali beni e l'effettiva disponibilità di questi diritti, nella società del XXI secolo dipendono in larga misura dal buon funzionamento del servizio pubblico radiotelevisivo.

Recenti fatti di cronaca hanno, tuttavia, sfortunatamente evidenziato come, in Italia, il servizio pubblico radiotelevisivo affidato alla RAI, Radiotelevisione italiana, non sia stato all'altezza degli obiettivi ai quali è deputato e tale circostanza ha trovato conferma, nei giorni scorsi, in una serie di mozioni presentate dai Parlamentari facenti capo, trasversalmente, alla maggioranza ed all’opposizione.

Riteniamo, pertanto, sia indubitabile che la RAI si è, reiteratamente, resa inadempiente agli obblighi su di essa gravanti in forza della disciplina vigente e del contratto di servizio pubblico.

I meccanismi di controllo attualmente esistenti, d’altro canto, sono risultati inadeguati.

Il contratto di servizio pubblico volto a disciplinare il rapporto tra lo Stato e la Rai ed ad individuare gli obblighi della Rai nei confronti dei cittadini abbonati, come Le è noto, è scaduto lo scorso 31 dicembre 2009.

La firma del nuovo contratto è adempimento che compete al Suo Ministero ed al quale, pertanto, nei prossimi mesi sarà chiamato a provvedere.

In tale contesto, con la presente, siamo a chiederLe di prevedere espressamente nel nuovo Contratto di servizio pubblico che la RAI, nell'adempiere all'obbligo di implementazione di adeguati sistemi di controllo della qualità del servizio pubblico - obbligazione alla quale nell'ultimo quadriennio ha omesso di provvedere così come di recente accertato dall’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni - attribuisca direttamente ai propri abbonati, attraverso il ricorso ad adeguati strumenti telematici, il diritto di valutare la qualità dei propri contenuti e programmi.

Nello stesso contratto andrà, inoltre, previsto che in caso di mancato raggiungimento di livelli di qualità del servizio prestabiliti e misurati attraverso il citato meccanismo del "qualitel degli abbonati", nonché al verificarsi di ogni altro inadempimento della RAI rispetto alle obbligazioni da essa assunte con il Contratto di servizio pubblico o, comunque, su di essa gravanti ex lege, una percentuale di abbonati superiore al 15%, possa esigere dalla RAI, l'esatto adempimento delle proprie obbligazioni, previo, ove necessario, ricorso alla competente Autorità giudiziaria e/o Amministrativa.

Tale richiesta potrà essere firmata ed inoltrata alla Rai attraverso un'apposita piattaforma telematica, con procedura che identifichi gli abbonati firmatari attraverso il solo codice di abbonamento.

A seguito del riconoscimento da parte di Rai del proprio inadempimento e/o dell'accertamento di tale inadempimento dinanzi alla competente Autorità giudiziaria o amministrativa, ciascun abbonato avrà diritto di esigere da Rai il risarcimento del danno arrecatole attraverso, ove occorra, la promozione di un'azione di classe.

Convinti che converrà con i firmatari della presente circa l'opportunità e l'esigenza di restituire ai cittadini abbonati il diritto di esigere dalla concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo il puntuale adempimento delle obbligazioni su di questa gravanti a tutela del proprio diritto all'informazione, all'accesso alla cultura ed all'educazione, si confida nell'accoglimento delle istanze sopra formulate.

9 dicembre 2010

 

 

 

2010-10-26

Minzolini martire: "Mi attaccano Ma i miei editoriali fanno il boom"

San Minzolini martire. Tutti lo attaccano. Eppure con i suoi editoriali straccia la concorrenza, anzi fa letteralmente "boom". Parola del direttore del Tg1 medesimo tanto caro al premier, a Capezzone (anche oggi lo difende) e al Pdl, il ha un'altissima concezione dei suoi interventi in tv. Al settimanale "Chi" Augusto Minzolini infatti lamenta: "Da mesi vengo attaccato per i miei editoriali in video. Quando li faceva Riotta, prima di me, non se ne accorgeva nessuno. Li ho fatti io ed è stato il 'boom': se non ci fossi dovrebbero inventarmi!". In effetti difficile inventare un giornalista così. Un autentico incompreso, per di più prigioniero, confessa. "Sono meno libero di Michele Santoro, eppure il martire è lui...", afferma Tg1, sul numero di Chi in edicola mercoledì 27 ottobre, dove commenta la diffida dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni al suo Tg perché riserva alla maggioranza un trattamento, in quantità di minuti, schiacciante rispetto all'opposizione.

Il calo degli ascolti certificato dall'Auditel non esiste. "Ho visto i dati, lasciamo perdere". La concorrenza naturalmente, dal suo ufficio, soffre da matti con lui al Tg1. "La7 e Raitre si scambiano gli spettatori, Enrico (Mentana, ndr) fa un talk show sulle notizie del Tg3, si rivolge a un'élite. Io faccio un Tg generalista, il più visto dagli italiani". E sul Tg5: "Con Mimun siamo amici, anche se da un anno il mio Tg1 batte sempre il suo Tg5, non accadeva dal 1998".

Ma quello che più lo tormenta è il confronto con il conduttore di Annozero. Minzolini non ha pace: "Se fossi veramente il paladino del governo, sarei già cavaliere del lavoro. Invece sono più criticato di Santoro". Ancora non l'hanno fatto cavaliere del lavoro e ci rendiamo che è un'ingiustizia profonda da sanare al più presto. Ma le attenzioni mediatiche e del pubblico verso il giornalista forse più odiato dal direttore generale Masi sembrano, a Minzolini, ancora più ingiuste: "Non accetto il doppiopesismo. Santoro più che informazione fa spettacolo, può dire ciò che vuole mentre io non dovrei parlare nel mio Tg. Non insulto nessuno, nei miei editoriali anticipo i dibattiti, e devo concedere il giusto spazio a tutte le opinioni, altrimenti vengo ripreso. Non posso essere sul suo piano, lui non ha paletti, può far parlare Travaglio contro chiunque senza contraddittorio. Non mi parlino di manifestazioni contro il regime: ognuno nel nostro Paese dice ciò che vuole". Poi insiste con parole che suoneranno come il tocco di una dolce arpa alle orecchie di Masi: "Santoro è un dipendente che attacca la sua azienda: mi sembra scorretto dal punto di vista etico. La scorsa estate stava trattando una buonuscita per milioni di euro. Ha scelto di fare il suo programma e così è stato. Poteva avere l'una o l'altra cosa. Le sembra che si possa parlare di censura?". Che poi Berlusconi in persona abbia additato il timoniere di Annozero è, per Minzolini, irrilevante, anzi non è mai accaduto.

Che per il Tg1 di Minzolini non tutto brilli però lo ricorda Vinicio Peluffo, deputato Pd in commissione di vigilanza: "È utile ricordare al prof. Masi, impegnato a presentare i tagli contenuti nel piano industriale, le falle che si aprono nella raccolta pubblicitaria. I dati non ufficiali diffusi ieri parlano di un meno 19,5% nel trimestre luglio-settembre nei tre spazi pubblicitari prossimi al Tg1". E chiarisce: "Minzolini fa male alla Rai non solo in termini di perdita di credibilità (vedi diffida dell'authority della scorsa settimana per lo squilibrio dell'informazione), ma anche in termini di raccolta pubblicitaria. Il direttore generale prenda provvedimenti, altrimenti bisognerà prendere provvedimenti su Masi".

 

 

 

 

26 ottobre 2010

 

 

 

 

2010-10-22

Agcom contro Tg1: troppa maggioranza. Berlusconi cita Report

Una diffida al Tg1 e un richiamo al Tg4 e a Studio Aperto per ''il forte squilibrio'' a favore della maggioranza e del governo: e' la decisione adottata oggi dalla commissione Servizi e Prodotti dell'Autorita' per le garanzie nelle comunicazioni, in base ai dati del monitoraggio sul pluralismo per il periodo luglio-agosto-settembre 2010. ''Qualora tale squilibrio perdurasse - avverte l'Agcom - verranno adottati ulteriori provvedimenti''. L'Antitrust ha avviato due distinte istruttorie nei confronti di Rai e Rti per verificare se il meccanismo del televoto sia trasparente o se, invece, costituisca una pratica commerciale scorretta a danno dei consumatori.

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha dato mandato all'avvocato Fabio Lepri di Roma per procedere in sede giurisdizionale, al fine di ottenere l'accertamento della natura offensiva e diffamatoria del servizio diffuso il 17 ottobre scorso su Rai Tre durante la trasmissione Report, con integrale risarcimento dei danni. Il giudizio, viene spiegato, sarà promosso contro tutti i responsabili dell'illecito, e sarà chiesta anche la pubblicazione della futura sentenza sui principali mezzi di comunicazione.

''Se il premier si ritiene diffamato, e' un suo diritto intraprendere tutte le azioni che crede: noi ci difenderemo nelle sedi competenti'': e' il commento a caldo all'ANSA di Milena Gabanelli, conduttrice di Report, alla notizia dell'iniziativa legale del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha deciso di procedere in sede giurisdizionale per accertare la natura offensiva e diffamatoria del servizio di domenica scorsa sui suoi presunti possedimenti immobiliari nell'isola caraibica di Antigua. ''La domanda posta nell'inchiesta - ricorda Gabanelli - era una sola: da chi lui ha acquistato quei terreni. E' una risposta che per il momento non ci pare ci sia''.

21 ottobre 2010

 

 

 

Fenomenologia di Minzolini

di Federica Fantozzitutti gli articoli dell'autore

La macchina berlusconiana del consenso giunta nella sua fase finale: il "Minzulpop". Crasi tra il nome del "direttorissimo" del Tg1 Augusto Minzolini e il ministero della propaganda di mussoliniana memoria.

Coniato su Facebook, adottato dai blog e consacrato su YouTube, il neologismo dà il titolo a un saggio collettivo (un gruppo di giornalisti, blogger, attivisti della comunicazione dietro lo pseudonimo asimoviano di Hari Seldon) che analizza l’intera "orchestra mediatica" del Cavaliere. Dagli embedded alle "meravigliose creature", gli inesauribili portavoce del capo, fino agli inventori di diversivi che mantengono gli italiani sospesi in una rasserenante "bolla catodica". Con un punto di vista originale perché generazionale: quello degli internauti, spruzzato di salutare ironia, convinto che sia (quasi) già tutto Pleistocene, e dotato di un archivio inesauribile che non mente mai: la Rete.

Dal "furetto in motorino" sempre in pista, all’archetipo dei retroscenisti allievo di Guido Quaranta, ai "messaggi alla nazione" sotto forma di editoriali al Tg1. L’evoluzione di Minzo: già "leaderozzo" sinistrorso del liceo Alighieri, espulso dalla Fgci "per frazionismo", traumatizzato all’epoca - pare - dal mordace cane lupo di Goffredo Bettini. Aldo Grasso lo paragona a un "bracconiere divenuto guardiacaccia", il Foglio a un Don Chisciotte contro l’appiattimento imperante. Il web gli ritorce contro il mantra della sua apparizione (capelluta) in Ecce Bombo: "Augusto piantala!"

In Rai crea, dice l’ignoto Hari Seldon, "un mondo senza fatti". I silenzi su Noemi e Veronica? "Posizione prudente su pettegolezzi". Mills assolto anziché prescritto? "Sintesi da titolo televisivo". È intercettato al telefono con Bonaiuti dopo un interrogatorio, e il Giornale si interroga: sfida la Procura o "si è rincoglionito?". Beppe Giulietti parla di "postgiornalismo, le opinioni al posto dei fatti", i siti online lo bollano come vuvuzela, megafono.

Sia chiaro: i suoi predecessori non erano chierichetti avulsi dalla politica. Ma il suo, nell’ingranaggio comunicativo, non è un ruolo secondario: per il Censis, il 69,3% ha deciso come votare nel 2008 in base ai Tg. L’opposizione è "il prosciuttino nel panino", la disoccupazione occupa il 4% dei servizi, la criminalità l’82%. Filippo Ceccarelli descrive il mutamento da tg "gommoso" all’effluvio di pastasciutta alla "milizia armata, soldatesca, dalla linea bullesca". Con il Tg5 di Mimun è "concorrenza all’italiana" e il regno dei "gemelli" si incrina con l’arrivo di Mentana a La7: "Una via di fuga che spezza la liturgia".

Ecosensibilità. Dal gelato per cani alla peste dei kiwi. Un lettore di Avvenire si indigna per il servizio sulle cucciole di lepopardo maculato "battezzate Parti e Jaya". Il veterinario dei vip interviene spesso. Il Trio Medusa sfotte riprendendo i lanci (veri) di infelici conduttori: "Lavorare a maglia è tornato di moda", "Anche il berretto", "Sarti e barbieri personalizzati". Facebook non digerisce il 22esimo compleanno di un pesce rosso.

Gianantonio Stella si immedesima nella sorpresa dei telespettatori per le dimissioni di Scajola, essendo ignari delle puntate precedenti. Negli altri capitoli: Vespa il "gattopardo dalla curiale prudenza" che si reinventa sfornando libri "a un ritmo che farebbe invidia a Marchionne per le sue catene di montaggio serbe". I 14 portavoce, ibridi "tra un golem e una segreteria telefonica", vero "braccio armato tv", che si "sfidano tra loro con punzecchiature viscide e dispetti". Fino agli aspiranti sindaci del PdL: "Votami, sono anch’io l’uomo del fare".

20 ottobre 2010

 

 

Da Garimberti schiaffo a Masi: "Saviano e Fazio garantisco io"

di Natalia Lombardotutti gli articoli dell'autore

"Caro Saviano, io sulla libertà non tratto. Sarò il garante della vostra libertà", perché Vieni via con me possa andare in onda e senza intralci. Così il presidente della Rai, Paolo Garimberti, ha risposto alla lettera indirizzata a lui da Roberto Saviano sulle colonne di Repubblica . Lo scrittore ha ripetuto che "così non ci sono le condizioni per andare in onda". Garimberti, sulle colonne del giornale, parte dalla sua esperienza di corrispondente in Urss e cita Voltaire in nome del pluralismo. E non risparmia una stoccata al direttore generale, Mauro Masi, per la "tendenza al ritardo che, lo dico senza mezzi termini, non mi piace per niente". "Andazzo" di cui è responsabile: al Dg spetta la "gestione operativa dell’azienda", i cui ritardi provocano polemiche sui giornali e "incidono economicamente" sulla Rai. Garimberti si è tolto un sassolino dalla scarpa pubblicamente. Cosa che ha provocato uno scontro con il Dg durante la riunione fiume del Cda. "Nessun ritardo. né censure preventive", ha replicato stizzito Masi nel corso del Cda, "chi parla dell’una e dell’altra dimostra grande superficialità", o "non conosce i fatti o si fa fuorviare da chi persegue interessi estranei alla trasmissione e alla Rai". Garimberti imperturbabile ha preferito un "no comment, non vale la pena rispondere". Benigni e Abbado gratis Ora il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano potrà partire l’8 novembre su RaiTre, ieri sera è arrivata la bozza del contratto con Endemol, con tre mesi di ritardo. Ci sarà Roberto Benigni a titolo gratuito, lo stesso farà Claudio Abbado. Uno schiaffo morale a Masi, anche se il "Clark Gable" di Viale Mazzini la prende come una vittoria. La Rai ha chiesto di ridurre i compensi a Antonio Albanese (a 20mila euro) e a Paolo Rossi (6mila). Il direttore di RaiTre, Paolo Ruffini, aveva già smentito che per Saviano fossero previsti 80mila euro a puntata: sarebbe della metà. Per il programma, dicono i curatori, sono già stati venduti spot "per 1 milione di euro a puntata" contro "costi inferiori, quindi la Rai ci guadagna. L’autore di Gomorra stasera sarà ospite di Santoro ad Annozero , dedicato alla libertà d’informazione. Dopo la vergognosa ospitata da Vespa senza l’amato contraddittorio, attaccando Santoro assente, nel Cda di ieri Masi ha ripetuto che andrà in tribunale, "la sanzione è sospesa ma resta in atto" e aggraverà la situazione se il conduttore ci ricasca... "Indimidazione senza fondamento", replica D’Amati, legale di Santoro. Certo "l’andazzo" nei ritardi è il metodo Masi per ostacolare programmi scomodi: fermi i contratti di Vauro e Travaglio, la produzione di Blu notte (Eta Beta), il programma di Carlo Lucarelli, ha firmato i contratti adesso (va in onda a fine novembre) ma tutti hanno lavorato gratis da febbraio e il produttore ha anticipato per lo studio circa un milione di euro. E, dopo il servizio su Antigua, ora il Dg torna alla carica per levare la tutela legale a Report. masi All’angolo nel Cda Il consiglio ha contestato al Dg il ritardo più grave, il piano industriale approvato e rimasto sulla carta. E su questo oggi vedrà i vicedirettori, dopo aver stoppato in tempo la loro lettera di protesta: Marano, Lei, Comanducci e Leone reclamano "chiarezza sui conti e sulla crisi aziendale" per poter discutere, non al buio, tagli e risparmi con le reti e i sindacati. L’Usigrai contesta il ricorso a risorse esterne, il 28 sciopera per i tagli la testata Regionale, il 27 un convegno pubblico e dall’8 al 10 novembre referendum di sfiducia a Masi. E ieri collegio sindacale ha dato ragione al Cda e al presidente: non era nei poteri di Masi depauperare Freccero e spostare dirigenti.

21 ottobre 2010

 

 

2010-10-21

Da Garimberti schiaffo a Masi: "Saviano e Fazio garantisco io"

di Natalia Lombardotutti gli articoli dell'autore

"Caro Saviano, io sulla libertà non tratto. Sarò il garante della vostra libertà", perché Vieni via con me possa andare in onda e senza intralci. Così il presidente della Rai, Paolo Garimberti, ha risposto alla lettera indirizzata a lui da Roberto Saviano sulle colonne di Repubblica . Lo scrittore ha ripetuto che "così non ci sono le condizioni per andare in onda". Garimberti, sulle colonne del giornale, parte dalla sua esperienza di corrispondente in Urss e cita Voltaire in nome del pluralismo. E non risparmia una stoccata al direttore generale, Mauro Masi, per la "tendenza al ritardo che, lo dico senza mezzi termini, non mi piace per niente". "Andazzo" di cui è responsabile: al Dg spetta la "gestione operativa dell’azienda", i cui ritardi provocano polemiche sui giornali e "incidono economicamente" sulla Rai. Garimberti si è tolto un sassolino dalla scarpa pubblicamente. Cosa che ha provocato uno scontro con il Dg durante la riunione fiume del Cda. "Nessun ritardo. né censure preventive", ha replicato stizzito Masi nel corso del Cda, "chi parla dell’una e dell’altra dimostra grande superficialità", o "non conosce i fatti o si fa fuorviare da chi persegue interessi estranei alla trasmissione e alla Rai". Garimberti imperturbabile ha preferito un "no comment, non vale la pena rispondere". Benigni e Abbado gratis Ora il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano potrà partire l’8 novembre su RaiTre, ieri sera è arrivata la bozza del contratto con Endemol, con tre mesi di ritardo. Ci sarà Roberto Benigni a titolo gratuito, lo stesso farà Claudio Abbado. Uno schiaffo morale a Masi, anche se il "Clark Gable" di Viale Mazzini la prende come una vittoria. La Rai ha chiesto di ridurre i compensi a Antonio Albanese (a 20mila euro) e a Paolo Rossi (6mila). Il direttore di RaiTre, Paolo Ruffini, aveva già smentito che per Saviano fossero previsti 80mila euro a puntata: sarebbe della metà. Per il programma, dicono i curatori, sono già stati venduti spot "per 1 milione di euro a puntata" contro "costi inferiori, quindi la Rai ci guadagna. L’autore di Gomorra stasera sarà ospite di Santoro ad Annozero , dedicato alla libertà d’informazione. Dopo la vergognosa ospitata da Vespa senza l’amato contraddittorio, attaccando Santoro assente, nel Cda di ieri Masi ha ripetuto che andrà in tribunale, "la sanzione è sospesa ma resta in atto" e aggraverà la situazione se il conduttore ci ricasca... "Indimidazione senza fondamento", replica D’Amati, legale di Santoro. Certo "l’andazzo" nei ritardi è il metodo Masi per ostacolare programmi scomodi: fermi i contratti di Vauro e Travaglio, la produzione di Blu notte (Eta Beta), il programma di Carlo Lucarelli, ha firmato i contratti adesso (va in onda a fine novembre) ma tutti hanno lavorato gratis da febbraio e il produttore ha anticipato per lo studio circa un milione di euro. E, dopo il servizio su Antigua, ora il Dg torna alla carica per levare la tutela legale a Report. masi All’angolo nel Cda Il consiglio ha contestato al Dg il ritardo più grave, il piano industriale approvato e rimasto sulla carta. E su questo oggi vedrà i vicedirettori, dopo aver stoppato in tempo la loro lettera di protesta: Marano, Lei, Comanducci e Leone reclamano "chiarezza sui conti e sulla crisi aziendale" per poter discutere, non al buio, tagli e risparmi con le reti e i sindacati. L’Usigrai contesta il ricorso a risorse esterne, il 28 sciopera per i tagli la testata Regionale, il 27 un convegno pubblico e dall’8 al 10 novembre referendum di sfiducia a Masi. E ieri collegio sindacale ha dato ragione al Cda e al presidente: non era nei poteri di Masi depauperare Freccero e spostare dirigenti.

21 ottobre 2010

 

 

Bersani: ormai c'è un "caso Rai"

Ormai si può parlare esplicitamente di "caso-Rai", tanti e tali sono i problemi, i guai e le censure – quando va bene al premier e ai suoi perfino preventive – nella tv di Stato. Pierluigi Bersani ritiene che l'Italia abbia problemi "più importanti" ma che anche viale Mazzini rappresenti un bel problema. Quasi paradossale: "Un'azienda che - afferma Bersani - mette sullo schermo Benigni dovrebbe fare i salti di gioia, dovrebbe fare salti per la contentezza e risolvere eventuali problemi senza ogni volta aprire casi perché nel paese ci sono tante altre questioni più importanti".

"Il direttore generale Diego Masi sta instaurando in Rai una censura degna del ventennio", chiosa il segretario nazionale del Prc-Federazione della sinistra, Paolo Ferrero. E per Felice Belisario dell'Idv Masi, nei confronti dell'azienda che gli dà lo stipendio, è semplicemente "un cannibale".

19 ottobre 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il SOLE 24 ORE

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2011-08-02

Montecitorio approva la riforma dell'Ordine dei giornalisti. Sì bipartisan, contrario solo Farina (Pdl)

di Sara BianchiCronologia articolo

2 agosto 2011

Via libera della commissione Cultura della Camera, in sede legislativa, alla riforma dell'ordine dei giornalisti. La proposta di modifica ha ottenuto il sì di tutti i componenti con l'eccezione del deputato Pdl Renato Farina che si è astenuto. Il testo passa ora al Senato. Soddisfatto il relatore del provvedimento, Giancarlo Mazzucca "per questo voto bipartisan che rende più efficiente e snello il consiglio nazionale dell'ordine e fissa regole più chiare per l'accesso alla professione. È solo un primo passo ma è importante che sia stato compiuto in modo cosi corale".

Renato Farina, ex vicedirettore di Libero, radiato dall'Ordine dei giornalisti in accoglimento della richiesta avanzata dal Procuratore generale della Repubblica di Milano (per avere collaborato con il Sismi, ricevendone compensi) e poi riammesso dalla Corte suprema di Cassazione, Terza Sezione Civile, argomenta la sua decisione. "Lo ritengo una struttura obsoleta", dice Farina che aggiunge: "per me è solo una struttura di controllo del pensiero". Il deputato Pdl pensa a un modello come quello francese "dove esiste la Carta del giornalista, che viene assegnata solo dopo un controllo sulla professionalità, se stai lavorando o no in un giornale".

Il presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino, considera positivi soprattutto alcuni aspetti: "L'introduzione di un numero massimo dei membri del Consiglio (fissato in 90 contro gli attuali 150 in progressiva crescita dati gli automatismi attualmente vigenti) e la previsione che i giornalisti professionisti debbano avere almeno una laurea triennale". Bene pure l'introduzione per gli aspiranti pubblicisti di un esame di cultura generale che attesti anche la conoscenza dei principi di deontologia professionale. Resta però, precisa Iacopino, "qualche amarezza". Tra le prime "il fatto che siano state cancellate dalla proposta la commissione deontologica nazionale e il giurì per la correttezza dell'informazione".

Un altro nodo importante rimasto in sospeso è quello relativo alla rappresentatività dei pubblicisti. Oggi di fatto il consiglio nazionale è composto per metà da giornalisti professionisti e per l'altra metà da pubblicisti. Una ripartizione che non riproduce la realtà. L'idea sarebbe quella di una distribuzione diversa (2 a 1) tra professionisti e pubblicisti. Sulla questione dei criteri di rappresentanza Enzo Iacopino ricorda l'impegno formale assunto dalla presidente della commissione, Valentina Aprea e dal relatore, Giancarlo Mazzuca, di rappresentare tale esigenza alla competente commissione del Senato.

Resta fuori dalla riforma il capitolo relativo ai canali di accesso alla professione, l'ipotesi più quotata era quella della riduzione a un unico canale: le scuole.

 

 

 

 

2011-07-28

Report, via libera alla tutela legale del programma. Ma il cda Rai si spacca

Cronologia articolo

28 luglio 2011

È un via libera sofferto, ma per Report arriva il semaforo verde. Il cda della Rai ha infatti approvato la tutela legale per il programma di Milena Gabanelli, ma la decisione ha spaccato in due il consiglio. Il sì è infatti passato con quattro voti a favore (i tre di minoranza e il presidente Paolo Garimberti, il cui voto vale doppio in caso di parità) e quattro contrari. Assente al momento del via libera il consigliere Alessio Gorla (in quota Pdl).

Dal cda via libera alla trasmissione di Rai 3

Il voto non esaurisce il tema della tutela legale dei giornalisti, oggetto di approfondimento da parte della direzione generale. L'incontro di ieri tra il dg Lorenza Lei e l'ufficio legale esterno chiamato a dare un parere sul caso avrebbe però aperto la strada a una soluzione temporanea per la trasmissione di Milena Gabanelli, vista anche l'urgenza - sottolineata anche da Garimberti - di dare il via libera a un programma presente in palinsesto. Il cda ha votato così una formula temporanea con la quale si concede la tutela legale a Report, in deroga alla disciplina generale che deve essere ancora definita.

Zavoli: la tutela legale a Report non sia fatto isolato

Il via libera a Report è stato accolto positivamente dal presidente della commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli. "In nome di un dovere cui la Rai è tenuta, quello di garantire la sopravvivenza e il rilancio del servizio pubblico, è augurabile che la decisione di assicurare a Milena Gabanelli la tutela legale per la trasmissione da lei condotta sia un atto, non isolato né provvisorio, da iscriversi a una strategia rifondativa del valore civile e culturale che la rai ha sempre rappresentato".

Gabanelli: mi spiace metà azienda mi voglia a picco

Soddisfatta a metà la giornalista. "Se vuoi fare un programma del genere non c'è altra strada - ha spiegato la Gabanelli - anche se di questi tempi una ovvietà sembra un gesto rivoluzionario". La conduttrice ha espresso il proprio rammarico per il voto comunque sofferto. "È evidente - prosegue - che avrei preferito che fosse una decisione aziendale in tutto il suo corpo. Mi dispiace sapere che metà azienda vorrebbe che andassi a picco, mentre metà mi sostiene. Secondo me sono decisioni che andrebbero prese all'unanimità. Ad ogni modo, io faccio il mio lavoro e cerco di farlo al meglio possibile per quel che mi riguarda, non è mio compito gestire aziende".

Ancora irrisolto il nodo del contratto della giornalista

Resta il nodo del contratto della giornalista, di competenza della direzione generale e in scadenza il 31 agosto. "La trattativa finora non è mai partita - chiarisce ancora Gabanelli - e comunque non riguarda il compenso: il mio onorario è piuttosto basso e non ho chiesto aumenti, ma qualche diritto sull'esclusiva magari sì". Su questo fronte la giornalista aspetta quindi un segnale dall'azienda. "Io sono sempre qua - precisa la conduttrice -. Non ho un agente perché non sono una rockstar. Anche se per la prima volta in 28 anni di lavoro per la Rai mi sono rivolta a un avvocato".

 

 

 

 

 

2011-04-15

A marzo record del governo sul Tg1

Marco MeleCronologia articolo17 aprile 2011

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Argomenti: Società dell'informazione | Bernardino De Rubeis | Francesco Paolo Sisto | Futuro | Augusto Minzolini | Silvio Berlusconi | Gianfranco Fini | La Sette | Comitato Esecutivo

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Questo articolo è stato pubblicato il 17 aprile 2011 alle ore 08:16.

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ROMA

I l Governo "sfonda" a marzo sul Tg1 mentre restano squilibrati i Tg di Mediaset.

L'Agcom, con tre distinte delibere approvate il 30 marzo ha imposto al Tg1, al Tg4 e a Studio Aperto il riequilibrio del tempo dedicato alla maggioranza e all'opposizione, evitendo la sproporzione di quello dedicato al Governo. Tre delibere basate sulle rilevazioni di dicembre, gennaio e febbraio. A marzo è cambiato poco, per la verità.

Secondo i dati dell'Osservatorio di Pavia, relativa ai telegiornali di prima serata, quelli di maggior ascolto, il tg diretto da Augusto Minzolini ha dato il 46,2% del tempo "presenza", ovvero quello di parola in prima persona, al Governo, cui si aggiunge il 13,9% alla maggioranza rispetto al 25,4% dell'intera opposizione, con il Pd al 15,9%, l'Udc al 7,4% e gli altri partiti con percentuali residuali, come l'1% dell'Italia dei Valori e lo 0,4% di Futuro e Libertà. Dell'11,8% riservato a marzo dal Tg1 delle 20 ai soggetti istituzionali, solo lo 0,1% va al presidente della Camera Gianfranco Fini. Il Tg2 è parzialmente più equilibrato: il Governo ha quasi il 38% del tempo di parola e la maggioranza il 16%, con l'opposizione al 30 per cento. Fini ha dal Tg2, a marzo, il 2,7% del tempo gestito direttamente. Il Tg3 compie altre scelte editoriali: il Governo ha il 28,7% del tempo in prima serata, la maggioranza il 9,5% e l'opposizione il 39,3%, con il Pd al 24,9 per cento. Il Tg3 ha il merito di dare più voce ai partiti fuori dal Parlamento, pari all'8,5% del tempo parola totale rispetto al 2,7% del Tg1 e all'1,4% del Tg2. Il Tg3 non riequilibra i tg Rai più di tanto: Governo e maggioranza, sul totale dei tre telegiornali di Viale Mazzini, hanno il 50,5% del tempo parola complessivo.

I tg Mediaset, nel mese che precede l'entrata in vigore della par condicio, non effettuano alcuna correzione rispetto ai mesi precedenti, l'unica differenza fra i tre sta nel fatto che il Tg4 di prima serata dà il 46,2% del tempo alla maggioranza e il 20,4% al Governo mentre Tg5 e Studio Aperto privilegiano l'esecutivo, con il 54,9 e il 59,9% del tempo di parola. Qualche novità, per la verità, c'è: il Tg4 dà più tempo di parola del Tg5 all'opposizione, il 29,9% contro il 19%, anche se l'8,1 va al Movimento per le autonomie con Bernardino De Rubeis al terzo posto tra i soggetti con più tempo a disposizione dopo, com'è facile indovinare, Silvio Berlusconi e, ancora una volta, Francesco Paolo Sisto del Pdl. La "differenza" del Tg4 rispetto a Tg5 e Studio Aperto fa apparire meno squilibrata la media dei Tg Mediaset, con il 35,3% al Governo, il 32% alla maggioranza e il 25,1% all'opposizione, di cui il 5% al Movimento per le autonomie. L'Agcom, però, analizza giustamente i singoli tg e certamente dovrà prendere dei provvedimenti prima delle elezioni, visti i risultati dei primi nove giorni di aprile: nelle rilevazioni Isimm per la stessa Agcom, il Tg4 ha dato, in par condicio, dal 31 marzo al 9 aprile, il 45,7% del tempo al Pdl, il 19,3% al presidente del Consiglio e il 5,5% al resto del Governo come tempo di parola nelle edizioni principali.

Il tg de La7, forte dell'indubbio successo di ascolti, riserva comunque il 48,4% del tempo parola, a marzo, al Governo e il 13,2% alla maggioranza mentre, nell'opposizione, il Pd ha il 15,6%, l'Italia dei Valori il 3,8%, l'Udc il 5,7%, Futuro e Libertà il 2,6 per cento.

 

2011-04-15

Nuove ombre sul Wi-Fi. I rischi dell'installatore obbligatorio per utenti e imprese

di Alessandro LongoCronologia articolo15 aprile 2011

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Questo articolo è stato pubblicato il 15 aprile 2011 alle ore 17:33.

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Installatore Wi-fiInstallatore Wi-fi

Oggi è l'ultimo giorno della consultazione pubblica su un decreto che continua a scatenare un crescendo di polemiche. Da domani quindi non sarà più possibile mandare proposte e commenti al ministero dello Sviluppo Economico per tentare di correggere il tiro a un testo crazia e costi inutili, a favore della lobby degli installatori di apparati di reti.

E- nuovo allarme nato dalle più recenti analisi del decreto- potrebbe anche rallentare la diffusione degli hot spot pubblici gratuiti.

Si tratta della bozza Decreto ministeriale Regolamento di attuazione dell'articolo 2, comma 2, del Decreto legislativo 26 ottobre 2010, n. 198 intitolata "Attuazione della Direttiva 2008/63/CE relativa alla concorrenza sui mercati delle apparecchiature terminali di telecomunicazioni".

In sostanza, il ministero vuole introdurre una norma che impone di installare vari apparati di rete solo tramite appositi "installatori telefonici", iscritti a un futuro albo, che nascerà appunto con questo decreto. Pena una sanzione tra i 15 mila e i 150 mila euro.

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L'articolo 10 della bozza spiega i casi in cui non sarebbe richiesto l'intervento del tecnico. Molti esperti osservatori del settore, tra cui Fulvio Sarzana e Guido Scorza, hanno notato che è una casistica confusa e tendenzialmente troppo ristretta. In sintesi, se il decreto passa così com'è, bisognerà chiamare un tecnico patentato per qualunque collegamento o configurazione che sia più complesso del semplice inserire una spina. O anche per sistemi a cui si possano collegare dieci o più apparati.

L'access point Wi-Fi, cioè gli hot spot o i semplici router casalinghi, rientrerebbero appieno negli obblighi, visto che permettono l'accesso a molti più utenti e sono configurabili con password (il che non è un semplice attaccare una spina). Varie associazioni di settore, come Assoprovider e Apici, hanno criticato anche le modalità con cui il decreto intende certificare (cioè patentare) gli installatori. Bisogna aver lavorato presso un'azienda di installatori telefonici; non è richiesta una competenza informatica e sono esclusi i tecnici liberi professionisti, quindi. Le aziende che non hanno già lavorato in quel campo possono essere certificate all'installazione solo se hanno una certa strumentazione, come furgoni dotati di scala. E' notorio che serva una scala, d'altronde, per installare un router a casa o un hot spot in aeroporto.

Ne derivano due ordini di preoccupazioni: per gli utenti e gli operatori. Il decreto metterebbe fuorilegge circa 30 milioni di router Wi-Fi distribuiti nelle case o nelle aziende. E quindi via alla corsa per mettersi in regola con il tecnico patentato. "Il rischio è di restringere la concorrenza nel mercato di sistemi informatici e alzare i costi di installazione", dice Scorza. "Aziende e PA non potranno più rivolgersi a tecnici di fiducia o al proprio responsabile informatico, ma ricorrere solo a imprese installatrici presenti nell'albo", continua. Danno anche per gli operatori, che non potranno più limitarsi a spedire il router Adsl a casa dei nuovi abbonati.

Sarzana nota anche una discriminazione, nel decreto, tra provider e operatori telefonici. "Gli Isp (Internet service provider) che versano in media 600 euro di contributi governativi dovranno pagare, se vogliono fare il lavoro di installatori Wi-Fi, le cifre molto più alte che già pagano gli operatori telefonici (almeno 23 mila euro). Questi invece potranno fare gli installatori senza versare niente in più". Si distingue la proposta di Apici al ministero: di riconoscere nel decreto "una professionalità che al momento il nostro impianto legislativo ignora completamente: quella del consulente/tecnico informatico specializzato. Questo professionista potrà, in base alla nostra proposta, autocertificare le proprie competenze e operare configurazioni e manutenzioni (relativamente ai software presenti sugli apparati) su qualsiasi impianto di rete, a prescindere dalle dimensioni dello stesso".

Collaterali sono i problemi che il decreto può portare al Wi-Fi pubblico gratuito. Cioè alla diffusione di un fenomeno che di recente ha cominciato a crescere bene in Italia, soprattutto grazie alle reti delle pubbliche amministrazioni o di operatori specializzati come Futur3. "Il decreto, così com'è, ci complicherebbe molto le cose", dice al Sole24Ore.com Massimiliano Mazzarella, amministratore delegato di Futur3. "Tecnicamente per Futur3 non c'è un problema diretto, poiché noi creiamo e vendiamo servizi che vengono installati da installatori o rivenditori. Il problema è per l'installatore che deve certificarsi e pagare per una cosa che è molto semplice da installare... indirettamente, quindi, è un problema molto importante per aziende come la nostra perché si riducono le società in grado di installare e quindi si riducono le opportunità di vendita. Di conseguenza aumenteranno anche i costi e quindi il consumatore finale ne risentirà". "Se questo decreto passerà- continua-, penso che nascerà un "mercato" delle certificazioni. Ovvero: le installazioni si faranno comunque come sempre, ma si pagherà un entità terzo perché rilasci un allegato di certificazione per mettere a posto la burocrazia e non per migliorare un servizio. Aumento di carte, costi e tempi… per nulla".

Non sono ancora chiare le motivazioni che hanno spinto il ministero su questa strada. Se si tratta di una formulazione errata in buona fede (nel definire le esclusioni nell'articolo 10, soprattutto) o se c'è lo scopo di favorire le tradizionali società di cablaggio telefonico. Alcune delle quali, italiane, navigano ora in cattive acque, ma alla luce del decreto potrebbero avere da subito un grosso nuovo mercato. A spese però di utenti, aziende e operatori.

 

 

Nella bozza di decreto ministeriale spunta il tecnico obbligatorio per montare i router Wi-Fi

di Alessandro LongoCronologia articolo5 aprile 2011Commenti (13)

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Argomenti: Internet | Ministero dello sviluppo economico | Pubblica Amministrazione | Isp | Guido Scorza | Fulvio Sarzana | Consiglio dei Ministri | Assoprovider

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Questo articolo è stato pubblicato il 05 aprile 2011 alle ore 18:03.

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Cresce il rischio che si debba pagare un tecnico installatore patentato per montare apparati di rete più o meno comuni (Afp)Cresce il rischio che si debba pagare un tecnico installatore patentato per montare apparati di rete più o meno comuni (Afp)

Cresce il rischio che si debba pagare un tecnico installatore patentato per montare apparati di rete più o meno comuni, come un router Wi-Fi. L'allarme prende le mosse dai contenuti della bozza di decreto ministeriale, su cui è appena partita la consultazione pubblica.

Sul sito del Ministero allo Sviluppo Economico si legge infatti: "Il Dipartimento per le Comunicazioni del Ministero dello Sviluppo Economico ritiene opportuno avviare una procedura di consultazione pubblica sulla bozza Decreto ministeriale Regolamento di attuazione dell'articolo 2, comma 2, del Decreto legislativo 26 ottobre 2010, n. 198 recante 'Attuazione della Direttiva 2008/63/CE relativa alla concorrenza sui mercati delle apparecchiature terminali di telecomunicazioni".

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È un tema emerso già a dicembre, quando un provvedimento del consiglio dei ministri ha dato il via all'iter per la nascita di un albo degli installatori di apparecchiature di rete; ma adesso monta perché i nuovi dettagli contenuti nella bozza fanno tutto fuorché spegnere l'allarme. Per l'utente finale, è rilevante l'articolo 10 della bozza, contenente i casi in cui non sarebbe richiesto l'intervento del tecnico. Molti esperti in queste ore notano che il testo è confuso e, per come è scritto, non esclude i router Wi-Fi domestici. L'utente potrebbe essere costretto insomma a pagare un tecnico per installarli.

Si legge infatti nell'articolo: "Gli utenti possono provvedere autonomamente all'esecuzione dei lavori di cui all'articolo 2, comma 2, quando l'impianto interno di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla sua complessità e dalla larghezza di banda offerta dall'operatore di rete, ha una capacità non superiore a dieci punti di utilizzo finale e l'allacciamento dell'impianto stesso alla rete pubblica di comunicazione elettronica richiede il solo inserimento del connettore nel relativo punto terminale di rete. Il solo allacciamento diretto di un terminale ad un punto di utilizzo finale non richiede l'intervento di imprese di cui all'articolo 2, comma 2".

Peccato che i router Wi-Fi abbiano capacità superiori a "dieci punti di utilizzo finale" (se con quest'espressione s'intende, com'è probabile, il numero di utenti che possono accedere alla rete locale). Configurare il router per mettere una password, inoltre, com'è opportuno per motivi di sicurezza, andrebbe già oltre il "solo inserimento del connettore nel relativo punto terminale di rete". Inutile dire che sono operazioni molto facili da eseguire per qualsiasi utente con una minima esperienza della rete.

Negli scorsi mesi, fonti del Ministero avevano rassicurato il pubblico dicendo che "le nuove norme non si applicheranno agli utenti domestici, ma solo agli operatori che installano apparecchiature nelle proprie reti". Ma, adesso che è arrivato il testo dettagliato delle esclusioni, non vi si legge questa distinzione. Arrivano critiche, dal settore, anche all'idea stessa di istituire un albo degli installatori di apparecchiature di rete. L'accusa è di introdurre ulteriori balzelli e burocrazia nel mercato, solo per favorire la lobby dei tecnici installatori. Montare un'apparecchiatura senza autorizzazione - cioè senza ricorrere ad aziende con tecnici iscritti all'albo - comporta una multa fino a 150 mila euro, si legge nella bozza. "Il rischio è di restringere la concorrenza nel mercato di sistemi informatici e alzare i costi di installazione", dice Guido Scorza, avvocato esperto di diritto informatico. "Aziende e PA non potranno più rivolgersi a tecnici di fiducia o al proprio responsabile informatico, ma ricorrere solo a imprese installatrici presenti nell'albo", continua.

Sul piede di guerra è Assoprovider, quindi, l'associazione dei provider minori, secondo cui questo è un "decreto contro la libertà". Negativo però anche il parere dell'Associazione piccole aziende e consulenti per l'informatica (Apici): "Da una prima analisi ciò che emerge è che questa bozza è totalmente inadeguata e - soprattutto - non riflette assolutamente la realtà del settore". "L'impressione è che ci siano forti pressioni per mantenere e rafforzare lo status quo e per evitare una sana liberalizzazione del mercato - affermano da Apici. Su questi temi ci confronteremo e cercheremo di far sentire la nostra voce in quanto la posta in gioco è molto alta, si parla della possibilità di sopravvivenza per molte piccole aziende del settore le quali verrebbero completamente escluse dal mercato". Favorevole invece l'Associazione Operatori Telefonia e Telematica (Assotel): "È un provvedimento che tutela gli utilizzatori".

"È una limitazione incredibile alla concorrenza", afferma invece Fulvio Sarzana, avvocato esperto in diritto d'autore e nuove tecnologie. Che spiega al Sole24Ore.com: "L'art 2 punto 2 equipara gli installatori alle imprese titolari di autorizzazione generale per l'installazione e la fornitura di reti pubbliche di comunicazione elettronica. Gli Isp (Internet service provider) che versano in media 600 euro di contributi governativi dovranno quindi pagare, se vogliono fare il lavoro di installatori Wi-Fi, le cifre molto più alte che pagano gli operatori telefonici (almeno 23 mila euro). Questi invece potranno fare gli installatori senza versare niente in più. Altro elemento assolutamente contrario alla concorrenza è la costituzione di un albo che, come è noto, limita la concorrenza soprattutto delle piccole e medie imprese, ma che è anche un limite alla circolazione dei servizi in sede europea", continua Sarzana. Secondo cui c'è però un aspetto positivo in questa vicenda: "Si decide di porre in consultazione un decreto ministeriale sulla falsariga di quanto fa l'Agcom con le consultazioni pubbliche. Non è una cosa molto usuale nei decreti ministeriali". In questa sede, i soggetti interessati potranno far sentire la propria voce fino al 15 aprile e sperare quindi di cambiare gli aspetti critici del decreto.

 

 

 

Cercasi Wi-Fi pubblico. Fotografia di un'Italia in ritardo, soprattutto al Sud, nelle scuole e università

di Alessando LongoCronologia articolo13 aprile 2011Commenti (5)

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Questo articolo è stato pubblicato il 13 aprile 2011 alle ore 16:45.

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Cercasi Wi-Fi pubblico. L'Italia è dietro la Turchia. Ritardi nelle scuole, università e nei bar (Corbis)Cercasi Wi-Fi pubblico. L'Italia è dietro la Turchia. Ritardi nelle scuole, università e nei bar (Corbis)

L'Italia è in ritardo sulla diffusione del Wi-Fi pubblico e la colpa è soprattutto delle regioni meridionali, di bar e ristoranti, e delle scuole. E' il bilancio di una ricerca di Enter (hub digitale per la tecnologia e la comunicazione). Sfrutta vari database di hot spot pubblici e ha il pregio di puntare il dito, con chiarezza, sulle pecche dell'Italia.

Per prima cosa, rileva una grossa sproporzione tra le regioni. I 5.097 hot spot dell'Italia sono concentrati soprattutto in cinque di loro: Lombardia (26%), Lazio (13,1%), Emilia-Romagna (10,1%), Toscana (8,6%) e Veneto (7,1%). In termini assoluti la Lombardia quindi guida la graduatoria nazionale con 1.328 hotspot, seguita da Lazio con 670, Emilia-Romagna con 518, Toscana con 438 e Veneto con 363. Appena sette in Molise e dodici in Basilicata, che sono le regioni meno ricche di hot spot Wi-Fi pubblici.

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In generale è tutto il Sud che è in ritardo, anche nel rapporto tra popolazione e numero di hot spot. Per questo aspetto eccelle il Trentino Alto Adige: un hot spot ogni 6.387 residenti. Segue la Lombardia (1/7.399 residenti). Vicini, per densità, il Lazio (1/8.480 abitanti) e l'Emilia-Romagna (1/8.486 abitanti), al terzo e quarto posto. Non sono distanziate nemmeno la Toscana (1/8.516 abitanti, al quinto posto) e la Valle D'Aosta (1/8.524 abitanti, sesto posto).

E' dopo queste regioni virtuose che c'è il baratro. La Puglia, terzultima con un hot post i ogni 36 mila abitanti circa. La Calabria occupa il 16esimo posto (1/24.504 abitanti). Fanno un po' meglio la Sardegna (15esimo posto, 1/21.170 abitanti) e la Campania (14esimo posto, 1/20.225 abitanti). La Basilicata e il Molise sono ultime anche per densità di hot spot: rispettivamente, uno ogni 49 mila e 46 mila abitanti. La peggiore regione del Nord Italia è il Piemonte con un hot spot ogni 18.682 abitanti. La migliore regione meridionale è la Sicilia con un rapporto di 1/17.883.

Già questi dati ci fanno capire che il Wi-Fi non è un aspetto isolato dall'insieme, ma può essere cartina tornasole di un sistema che funziona più o meno bene. E' più diffuso laddove ci sono pubbliche amministrazioni innovative, un tessuto economico vivace e la cultura informatica è più radicata tra la popolazione.

In altre parole, il Wi-Fi può essere specchio di quanto l'Italia è più o meno vicina agli obiettivi dell'Agenda Digitale Europea 2020. "L'analisi della diffusione di wireless pubblico - dice infatti Nicola Sciumè, amministratore delegato di Enter - fotografa un Paese fortemente penalizzato dal gap infrastrutturale. Molte regioni a vocazione turistica non hanno ancora colto le potenzialità di una connessione diffusa, mentre le aree con più hot spot pubblici sono ancora lontane dai numeri fatti registrare all'estero". L'Italia, come già denunciato da molti, è infatti lontana dalla top 10 dei Paesi con il maggior numero di hot spot Wi-Fi. Un paradosso, se si considera non solo che siamo tra i Paesi industrializzati ma anche tra le principali mete turistiche mondiali.

Enter nota che l'Italia è al quattordicesimo posto al mondo, con 5.104 hots pot, 2 mila in meno della Turchia (7.093) che è il decimo in classifica. Circa 1.300 in meno di Taiwan (6.425) e qualche centinaio in meno della piccola Hong Kong (5.327). Eccelle il Regno Unito, con quasi 113 mila punti di accesso. La Cina è seconda con oltre 102 mila hot spot, seguita dagli Stati Uniti con quasi 94 mila. Al quarto posto la Corea del Sud con più di 42 mila punti. "In questo scenario emergono due elementi di riflessione: da un lato lo sforzo del Governo per dare concretezza all'operazione banda larga, dall'altro l'interesse crescente delle Pubbliche amministrazioni per la diffusione di bolle Wi-Fi in cui abilitare la navigazione libera", continua Sciumé.

Le istituzioni devono lavorare ancora molto, infatti. Enter nota che scuole e università mostrano un grosso ritardo rispetto al resto del mondo, per adozione del Wi-Fi. In questo caso serve molto la spinta delle pubbliche amministrazioni innovative. La Provincia di Roma mira a dare il Wi-Fi a tutte le scuole. Entro l' estate avvierà la gara unica per individuare un'azienda in grado di fornire a tutti gli istituti i servizi di telefonia e anche la copertura Adsl necessaria per l'installazione degli hot spot negli spazi comuni, cortili o aule magne. Il Comune di Verona ha già esteso la propria rete Wi-Fi a dodici scuole, da quest'anno. Con una spesa di appena 300 euro a scuola. Notizia di marzo, la Provincia di Milano ha stanziato 400 mila euro per il 2011 e altrettanti per il 2012 allo scopo di collegare in Wi-Fi 180 istituti scolastici. Il ruolo delle istituzioni è anche nell'ambito della normativa. Pende ancora la spada di Damocle delle nuove regole per l'accesso Wi-Fi, in arrivo dal Ministero degli Interni. Norme più o meno leggere faranno la differenza soprattutto per la diffusione del Wi-Fi tra i piccoli esercenti, bar e ristoranti, dove pure si misura un ritardo dell'Italia rispetto al resto del mondo, rileva Enter. Per i caffè è prima l'Emilia-Romagna (39), seconda la Lombardia (32), terza la Toscana (31). Negozi e centri commerciali sono dotati di hot spot soprattutto in Lombardia (43), Lazio (33), Emilia-Romagna e Sicilia (21), e Toscana (20).

 

 

 

 

 

2011-01-30

Zavoli boccia le modifiche della maggioranza alle regole sui talk show. Petruni verso direzione del Tg2

Cronologia articolo30 marzo 2011

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Argomenti: Società dell'informazione | Nino Rizzo Nervo | Gennaro Sangiuliano | Giuseppe Ferraro | Ballarò | Franco Ferraro | Corrado Calabrò | Fabio Massimo | Italia

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Questo articolo è stato pubblicato il 30 marzo 2011 alle ore 15:29.

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Il presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli (Emblema)Il presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli (Emblema)

Il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli ha dichiarato inammissibili gli emendamenti della maggioranza al regolamento per le amministrative che estendono la par condicio ai talk show. Lo stesso giudizio per quelli che prevedono la sostituzione delle trasmissioni di comunicazione politica ai programmi di informazione.

Zavoli ha rilevato che "una equiparazione esplicita oltre che di fatto tra comunicazione politica e programmi di informazione determinerebbe effetti impropri sull'autonomia della Rai". Il presidente della commissione, nel rilevare l'inammissibilità di due emendamenti della maggioranza e di due commi di un terzo, ha richiamato la legge 28 del 2000 oltre che le sentenze della Corte Costituzionale e del Tar del Lazio.

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Nel corso della replica, Zavoli ha aggiunto: "Non posso che condividere i timori di quanti paventano il rischio di ripetere l'esperienza verificatasi lo scorso anno per le elezioni regionali, quando i timori della Rai su tale assimilazione hanno indotto l'azienda a sospendere i talk show. La predetta assimilazione comporterebbe l'imposizione alla Rai di un carico eccessivo di impegni operativi con diverse conseguenze: in primo luogo una forte limitazione della libertà di espressione e dell'autonomia professionale dei giornalisti; in secondo luogo la sottrazione di spazi agli adempimenti del servizio pubblico a vantaggio di consultazioni elettorali che interessano poco più delle percentuale di elettori richiesta per l'applicazione della par condicio (il 27% dell'elettorato) e che riguardano tematiche di interesse eminentemente locale".

E sugli emendamenti della maggioranza in Commissione si è espresso uno dei protagonisti dell'informazione politica Rai, Giovanni Floris, conduttore di Ballarò, secondo il quale il blocco dei talk show durante la campagna elettorale sarebbe come "chiudere la domenica sportiva alla domenica!". Intrervenuto alla trasmissione Nove in punto su Radio 24 con Oscar Giannino, Floris ha detto che "solo in Italia c'è un potere così forte che governa la televisione: una è di proprietà del capo della maggioranza, l'altra è indirettamente controllata dal capo della maggioranza. Se chiudi una il gioco è fatto, se invece ci fossero tanti editori diversi di tante televisioni il gioco sarebbe diverso".

L'AgCom chiede un riequilibrio per Tg1 Tg4 e Studio Aperto

Un "ordine a Tg1, Tg4 e a Studio Aperto di riequilibrio immediato tra tempo dedicato alla maggioranza e all'opposizione, evitando altresì la sproporzione della presenza del Governo, specie in relazione alla campagna elettorale d'imminente inizio": lo ha deciso oggi a maggioranza il Consiglio dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, presieduto da Corrado Calabrò, che ha affrontato alcune questioni in materia di pluralismo televisivo.

 

 

 

 

 

2011-01-15

La prima di Giuliano Ferrara dopo il Tg: 20,73% di share

Cronologia articolo15 marzo 2011Commenti (7)

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Argomenti: Misure di sicurezza | Società dell'informazione | TG1 | Fukushima | Sergio Zavoli | Pd | Giuliano Ferrara | Vigilanza Rai | Radio Londra

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Questo articolo è stato pubblicato il 15 marzo 2011 alle ore 09:05.

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Giuliano Ferrara parla di nucleare nella prima puntata di "Radio Londra": impariamo dai giapponesiGiuliano Ferrara parla di nucleare nella prima puntata di "Radio Londra": impariamo dai giapponesi

Ha scelto il tema del nucleare Giuliano Ferrara, per il debutto della nuova edizione di "Radio Londra", la trasmissione di approfondimento che segue il Tg1 delle 20. E il suo editoriale è stato un monito su come affrontare la discussione sul ritorno all'atomo mentre in Giappone si trema per la situazione della centrale di Fukushima. "Io ho paura: mi vergogno di dirlo, ma ho paura", ha esordito Ferrara, che aveva debuttato con Radio Londra nel 1989. Ma c'è un altro modo di avere paura, ed è quello di una cronista giapponese che racconta in diretta il dramma: "Il suo tono è come il ticchettio di una macchina per scrivere. Gli orientali hanno paura in modo più calmo e riflessivo", osserva. Dunque "di fronte al terremoto, al maremoto e alla storia tremenda, il dramma e il rischio del materiale fissile in una centrale nucleare, riescono a trovare quella calma che è così difficile trovare da noi".

Pur essendo uno dei paesi a più avanzata tecnologia, ha proseguito Ferrara, pur se "decidono della nascita e della morte in base alla tecnoscienza, nel momento più tragico riescono a riafferrare un senso della realtà diverso dal nostro".

Da qui la lezione che a giudizio di Ferrara ci viene dal Giappone: "La forza simbolica che trasmette anche a noi la battaglia che si svolge intorno al reattore, ci dice che anche noi, quando discuteremo del nucleare, dovremo avere la stessa calma. Il paese di Hiroshima e ora di Fukushima ci dà una grandissima lezione: noi dobbiamo controllare la nostra paura senza negarla, ma mettendola al guinzaglio, come una bestia che vuole mordere. Se vinceranno la battaglia a Fukushima, potremo dire che anche nella più grande devastazione quella fonte indispensabile di energia per i prossimi anni è relativamente al sicuro. Ma se non la vinceranno dovremo pensarci bene: meglio fare attenzione adesso che compiangerci domani".

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Quasi sei milioni di telespettatori

Nel debutto della sua striscia quotidiana Ferrara è stato seguito da quasi 6 milioni di telespettatori, con uno share del 20,73 per cento.

Il commento di Zavoli: "Coraggio che lascia il segno"

Giuliano Ferrara "con una mossa non a sorpresa, ha alzato il tono di questo genere di comunicazione elettronica". È questo il commento del presidente della commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli. "Il tono è alto. Trattandosi di Ferrara non sarà difficile mantenerlo. Se fossi in lui non lo cambierei - continua il senatore del Pd ed ex presidente Rai - se lo share perdesse qualcosa, ma non lo credo, ne guadagnerebbe il cosiddetto approfondimento". Zavoli conclude sottolineando "comunque mi incuriosisce il seguito, gli argomenti saranno altri! Ma in genere il coraggio lascia sempre qualche segno".

 

 

 

 

 

 

2011-03-10

Governo primatista degli spazi televisivi

Marco MeleCronologia articolo10 marzo 2011

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Questo articolo è stato pubblicato il 10 marzo 2011 alle ore 06:40.

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ROMA

L o squilibrio persiste anche a febbraio nei tg delle sette emittenti nazionali principali. I dati dell'Osservatorio di Pavia relativi ai tg di maggiore ascolto trasmessi in prima serata, fanno emergere significative diversità di scelte editoriali rispetto ai diversi soggetti politici e istituzionali.

Rispetto ad altri dati diffusi in questi giorni, l'elaborazione del Sole 24 Ore riguarda solo quelli relativi al tempo di parola, in prima persona, degli esponenti dei partiti e delle istituzioni. È un criterio diverso rispetto a quello del tempo "totale" nel quale si somma quello in cui si parla dei politici alle loro dichiarazioni. Quest'ultimo è più influenzato dalle emergenze dell'attualità giudiziaria e politica.

In casa Rai, Tg1 e Tg2 appaiono sempre piuttosto sbilanciati verso il governo, anche se alle opposizioni viene riservato il 32,1% e il 33%, rispettivamente, dalle due testate. Nell'opposizione è però compresa anche Futuro e libertà. Il Tg3 effettua, non da oggi, una diversa scelta editoriale: il governo scende al 22%, l'opposizione ha il 53,8% dell'intero tempo parola. Andrebbero valutati anche gli ascolti dei tre tg pubblici in prima serata, se si vuole analizzare il grado di pluralismo (quello "interno", per la Rai, è un obbligo sancito dalla Corte costituzionale).

I tg Mediaset presentano il tradizionale squilibrio a favore di governo e maggioranza. In questi ultimi mesi c'è una novità: il Tg4, in particolare, intervista politici non di primo piano, cui riserva molto più tempo dei leader di partito. A parte Silvio Berlusconi – con i suoi 877 secondi in un mese – compaiono in classifica Francesco Paolo Sisto, Pdl, con 645 e Matteo Colaninno, Pd, con 444 mentre Maurizio Turco della Lista Pannella-Bonino ha parlato per 227 secondi. Il tg diretto da Enrico Mentana, infine: il 48% del tempo parola va a governo e maggioranza, il 42% all'opposizione, con l'Udc al 14,2%, quasi come il Pd (15%), mentre Futuro e libertà è all'8%.

 

 

 

2011-01-05

Intervista al premier, il Tg1 contro il Tg3

di Marco MeleCronologia articolo05 febbraio 2011

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Questo articolo è stato pubblicato il 05 febbraio 2011 alle ore 08:14.

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Lo scontro politico deflagra dentro la Rai e diventa guerra tra giornalisti e tra le testate del servizio pubblico (ma può ancora chiamarsi così?). Il Tg1 di ieri, nell'edizione delle 13,30, nella "Rubrica sul mondo dell'informazione", ha mandato in onda, tra l'altro, un breve spezzone di un'intervista di Pierluigi Terzulli, vicedirettore del Tg3, all'allora presidente del Consiglio, Romano Prodi. L'obiettivo era quello di dimostrare che l'intervista di mercoledì sera di Michele Renzulli a Silvio Berlusconi sul Tg1 non è stata un'eccezione nel panorama giornalistico della Rai.

Il presidente della Rai, Paolo Garimberti prende posizione: "È inaccettabile il fuoco amico di una testata su un'altra. Da giornalista e presidente di un'azienda di servizio pubblico credo sia mio dovere richiamare tutti al rispetto della buona creanza. Sarebbe più opportuno pensare alla trave che è nel proprio occhio. Meglio occuparsi dei risultati che delle polemiche". Si schierano, su fronti opposti, consiglieri di amministrazione, direttori dei Tg, segreterie di redazione e comitati di redazione, anche se questi ultimi sono compatti nel dare la solidarietà a Terzulli. Per Antonio Verro, consigliere di area Pdl, "il servizio andato in onda voleva solo mettere in evidenza la scarsa obiettività di chi, fuori dalla Rai, sempre più spesso, pretende di giudicare il lavoro di validi e apprezzati giornalisti del servizio pubblico". Secondo Nino Rizzo Nervo, area Pd, invece, "è stata compiuta dal Tg1 un'operazione torbida e scorretta, sia professionalmente che aziendalmente".

Augusto Minzolini, direttore del Tg1 commenta: "Non vedo lo scandalo. Semmai lo scandalo è che per il Tg1, da mesi sottoposto ad attacchi concentrici fuori e dentro l'azienda, il presidente della Rai non abbia mai speso una parola. Non sono tipo da subire egemonie culturali tramontate da tempo, né pressioni di regimi e contro-regimi". Bianca Berlinguer, direttore del Tg3, chiarisce la sua posizione: "Con grave scorrettezza il Tg1, per rispondere alle polemiche sollevate dall'intervista a Silvio Berlusconi, estrapola una battuta di un'intervista del 5 luglio 2007 a Prodi nel tentativo di dimostrare che siamo tutti uguali, cioè incapaci di fare i giornalisti. Un comportamento – continua Bianca Berlinguer – a dir poco sleale perché rischia di scatenare un conflitto intestino tra testate della stessa azienda e perché con l'estrapolazione di un frammento di pochi secondi si compie un atto di vera e propria falsificazione". Il Cdr del Tg1 si scusa con Terzulli, "additato come giornalista servile" e rilancia la domanda sull'uso o meno del "gobbo": "Domande e risposte erano scritte preventivamente? In questo caso che differenza ci sarebbe con un videomessaggio?". Il Cdr del Tg2 parla di "atto gravissimo e senza precedenti nella storia del servizio pubblico. Il giudizio sui colleghi deve essere lasciato al pubblico". Per il Cdr del Tg3, "mai un telegiornale, pagato con gli stessi soldi dei cittadini si è scagliato con tanta sottile violenza contro un altro tg".

Sul fronte della maggioranza scende in campo Maria Stella Gelmini, ministro della Pubblica istruzione: "Gli attacchi della sinistra al direttore del Tg1 sono ipocriti e strumentali. Il tentativo di far passare i giornalisti amici come esempio della libertà d'informazione e tutti gli altri come servi è semplicemente patetico". Per Vincenzo Vita, Pd, si tratta di "ordinaria faziosità" del Tg1. Roberto Rao, Udc: "Quella del Tg1 mi è sembrata una difesa inutile, anzi autolesionista". Per il presidente dell'ordine dei giornalisti Enzo Iacopino, "la sensazione è quella di un cocktail micidiale che mortifica un collega mandando in onda solo una parte di una sua domanda, fatta nel contesto di un'intervista che costò a Terzulli qualche tensione con lo staff del presidente Prodi".

 

 

 

2010-12-22

Tiziana Ferrario reintegrata alla conduzione del Tg1

Cronologia articolo29 dicembre 2010Commenti (2)

Questo articolo è stato pubblicato il 29 dicembre 2010 alle ore 11:26.

Il tribunale di Roma sezione lavoro, giudice Marrocco, accogliendo il ricorso in via d'urgenza della giornalista Tiziana Ferrario (assistita dagli avvocati Domenico e Giovanni Nicola D'Amati), ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi. Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell'incarico di conduttrice del tg della rete ammiraglia una "grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell'opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini. (Ansa)

 

 

 

 

2010-12-12

Stasera Report fa il bis su Antigua e Berlusconi. Ed è già polemica

Cronologia articolo12 dicembre 2010

Questo articolo è stato pubblicato il 12 dicembre 2010 alle ore 19:48.

Le ville in cambio della riduzione del debito di Antigua: la trasmissione Report torna a occuparsi del caso dell'isola caraibica e, nella puntata che andrà in onda questa sera, tira di nuovo in ballo il premier Silvio Berlusconi. Secondo alcune testimonianze raccolte dalla trasmissione di Rai Tre, e anticipate dai quotidiani "Repubblica" e 'l'Unita", il presidente del Consiglio avrebbe favorito la riduzione del debito nei confronti dell'Italia in cambio del via libera alla costruzione di un resort di lusso e di alcune ville.

Secondo le testimonianze raccolte dalla redazione di Milena Gabanelli, il premier sarebbe coinvolto direttamente nell'operazione immobiliare. Berlusconi, che nel paradiso fiscale avrebbe investito 32 milioni di euro attraverso alcune società offshore, sarebbe infatti intervenuto in prima persona per ridurre il debito estero di Antigua di oltre 73 milioni.

Nel 2004 la Sace, società controllata dal Tesoro che paga in anticipo le imprese italiane quando i governi stranieri non saldano le fatture per poi rivalersi sugli stessi governi, avrebbe infatti accettato di ricevere da Antigua - è la ricostruzione di Report - 11,3 milioni di euro al posto degli 84,5 pagati anticipatamente. L'attività immobiliare nell'isola sarebbe iniziata l'anno dopo.

La Sace HA confermato dal canto suo di aver ricevuto dal Governo di Antigua e Barbuda la somma di 11,3 milioni di euro "a saldo e stralcio" dei crediti vantati con lo stesso governo e ricostruisce il percorso di parziale recupero del credito in una nota inviata alla trasmissione Report, dopo aver declinato l'invito a partecipare al programma di Milena Gabanelli in onda stasera.

La trasmissione non è ancora andata in onda che è già polemica. Una coincidenza sospetta, rileva il portavoce di Italia dei Valori Leoluca Orlando, che chiede al presidente del Consiglio di "spiegare al Parlamento e al paese la sua reale posizione sugli investimenti immobiliari nell'isola di Antigua. Il dittatorello di Arcore rappresenta un pericolo per la democrazia del paese – continua Orlando in una nota - e per questo deve essere mandato a casa. Ci auguriamo che tutto ciò avvenga martedì, con il voto di sfiducia alla Camera".

Dura presa di posizione da parte di Niccolò Ghedini, deputato del Pdl e legale del presidente del Consiglio: "Se fosse vero ciò che si legge su alcuni giornali e sulle agenzie – ha detto in una nota - Milena Gabanelli, per tentare di difendersi dalla causa civile intentata e in corso di notifica, per l'evidente portata diffamatoria della trasmissione Report di alcune settimane or sono, e guarda caso subito prima del voto di fiducia, starebbe tentando di costruire una ulteriore puntata sulla casa di Antigua del presidente Berlusconi basandosi su una tesi totalmente assurda, infondata e nuovamente diffamatoria. A dire di queste fonti giornalistiche, si sosterrà da parte della Gabanelli - prosegue la nota di Ghedini - che i permessi per la costruzione della casa del presidente Berlusconi sarebbero legati alla riduzione del debito vantato dall'Italia nei confronti di Antigua. Se così fosse, la natura diffamatoria della falsa notizia sarebbe conclamata. Come è noto e facile comunque da accertare, la zona su cui sono sorti gli immobili in questione a quella data aveva già da anni, addirittura dagli inizi degli anni Novanta, quegli indici di edificabilità e tutti i permessi per costruire".

Per La Gabanelli intanto si è aperto un altro fronte, dopo l'esposto presentato dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. E' la stessa giornalista a passare all'attacco nei confronti della Rai: "Perchè mi è stato comunicato così in ritardo dell'esposto del ministro Tremonti contro Report e su mia richiesta?" lamenta Milena Gabanelli, che ha saputo "soltanto il 10 dicembre" dell'iniziativa del titolare del dicastero dell'Economia (che ha chiesto all'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni di sanzionare il programma per un servizio del 24 ottobre) notificata alla Rai "il 29 novembre". Una questione con la quale la giornalista aprirà la puntata di stasera del programma, in onda su Raitre in prima serata, che proporrà l'aggiornamento sul caso Antigua.

Il servizio "Conti, sconti e Tremonti" per il quale il ministro ha invocato la sanzione - in quanto, a suo giudizio, lesivo dei principi di imparzialità e correttezza dell'informazione - è andato in onda "il 24 ottobre – ricorda la Gabanelli - all'interno di una puntata sulla manovra, di impianto indubbiamente critico. Tremonti, da noi più volte sollecitato, non ha mai risposto. Il 23 novembre Tremonti - continua la giornalista - ha presentato l'esposto all'Agcom, che è stato notificato all'azienda il 29: la Rai, come da prassi, ha 30 giorni di tempo, fino al 29 dicembre, per predisporre le sue memorie difensive. Io sono entrata in possesso dell'esposto solo il 10 dicembre, quindi 12 giorni dopo la notifica, e su mia richiesta: mi sono rivolta all'ufficio legale attraverso il direttore di Raitre Ruffini".

Immediata la replica della direzione Affari Legali della Rai: nessun ritardo nella comunicazione a Raitre, relativamente al programma Report. "Il provvedimento dell'Autorità dell'avvio del procedimento su segnalazione del ministro Tremonti - spiega la direzione - è stato notificato a Rai il 2 dicembre e inviato dalla direzione Affari legali alla segreteria del direttore di Raitre, Paolo Ruffini, il 3 dicembre e poi formalmente trasmesso il 10 dicembre con le rituali osservazioni ai fini della predisponenda attività difensiva che evidentemente verrà espletata nella piena osservanza dei termini di legge".

 

 

 

2010-10-22

Saviano: bugie sui compensi

Cronologia articolo22 ottobre 2010Commenti (1)

Questo articolo è stato pubblicato il 22 ottobre 2010 alle ore 08:48.

ROMA - "Fesserie, bugie, menzogne". Sono quelle che secondo Roberto Saviano sono state dette e scritte sul suo compenso e su quello degli altri ospiti che dovrebbero partecipare alla trasmissione "Vieni via con me" di Fabio Fazio, in programma su Rai tre a partire dall'8 novembre.

Intervistato a Berlino da Sandro Ruotolo per "Annozero" di Michele Santoro – che è stata aperta da alcuni spezzoni di Marco Travaglio e Daniele Luttazzi a "Rai per una notte" del 25 marzo scorso – Roberto Saviano ha spiegato: "Tutti questi ospiti (Roberto Benigni, Antonio Albanese e Paolo Rossi, ndr) mi hanno chiamato personalmente per dire: se ci sono problemi veniamo gratis.

Ma è ingiusto – ha aggiunto – perché già la prima volta hanno chiesto cachet sotto la media di mercato". Senza contare, ha fatto presente l'autore di "Gomorra", che così si fa anche "un favore alla concorrenza: la Rai è l'unica azienda che lavora contro se stessa". Saviano ha poi citato un episodio che ha visto protagonista il direttore d'orchestra Claudio Abbado. Al quale si pensava di non pagare l'alloggio. Finché, ha evidenziato, non "ho ricevuto una telefonata di Benigni che mi ha detto: "Non ti preoccupare. Vado io a prendere Claudio Abbado in bicicletta alla stazione..."".

Sugli ostacoli sollevati dal direttore generale di viale Mazzini Mauro Masi, che rendono ancora incerta la messa in onda del programma (anche se il capostruttura della terza rete a Milano, Loris Mazzetti ha spiegato che la situazione si sta sbloccando, ndr), lo scrittore napoletano ha detto che non si può parlare di vera è propria censura perché "L'Italia resta un paese democratico, non è la Cuba di Castro, il Venezuela di Chavez, non ci arrestano: abbassano i decibel del volume". E non è mancato un appunto sul dg Rai: "ci hanno chiesto la scaletta: è giusto, è il mio editore. Ma da quando abbiamo consegnato la scaletta, tutto è cambiato". Una ricostruzione che la direzione generale Rai ha definito in serata priva di fondamento: "non esistono e non sono mai esistite difficoltà amministrative relative al programma 'Vieni via con me".

 

 

 

Saviano, non ci sono le condizioni per andare in onda. Il sì di Masi al programma e i dubbi di Ruffini

di Celestina Dominelli Cronologia articolo19 ottobre 2010Commenti (23)

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Questo articolo è stato pubblicato il 19 ottobre 2010 alle ore 12:03.

"Non si è risolto nulla, oggi non ci sono le condizioni per andare in onda serenamente, perchè non si sta lavorando serenamente". Così Roberto Saviano, in collegamento con il tg La7 condotto da Enrico Mentana, a proposito della messa in onda di "Vieni via con me", il nuovo programma con Fabio Fazio previsto su Raitre dall'8 novembre. Per lo scrittore, "non è soltanto una questione di ospiti, questa è stata una grande fesseria raccontata riguardo i compensi per cercare di trovare da parte loro, dai dirigenti Rai, una legittimazione a farci lavorare male". Tanto è vero che "tutti gli ospiti hanno subito dichiarato di voler venire gratis per dimostrare che quello che dicevano sui compensi i dirigenti Rai era falso".

In realtà per lo scrittore, autore di Gomorra, "non si vuole che le storie che ho scritto vengano raccontate in prima serata e arrivino a molte persone". I temi che avrebbe toccato nei suoi monologhi, comunicati all'azienda, erano "la fabbrica del fango, i rapporti tra mafia e politica, il ritorno della spazzatura a Napoli, le favole raccontate sul terremoto in Abruzzo". Una dichiarazione giunta al termine di una giornata convulsa, seguita alle indiscrezioni su uno stop al programma a causa dei costi, giudicati dal dg Mauro Masi troppo elevati, per gli ospiti della prima puntata.

Nessuna battuta d'arresto ai contratti di "Vieni via con me", hanno detto nel pomeriggio alla Rai. La conferma del via libera alle quattro puntate prodotte dalla Endemol arriva da ambienti della direzione generale. Dopo che stamane era stato lo stesso dg Mauro Masi a smentire le indiscrezioni di stampa su un possibile blocco del programma a causa dei costi, giudicati troppo elevati dal dg, per gli ospiti previsti nella prima puntata. Nel mirino, in particolare, il contratto di Roberto Benigni (250mila euro). Ma in serata il nodo si scioglie con l'annuncio del manager del comico toscano ("se ci sarà "Via con me", Benigni parteciperà a titolo gratuito"). Un invito ben accolto ai piani alti di viale Mazzini. "Se così fosse - filtra dalla direzione generale - l'azienda ne sarebbe lietissima".

Insomma, il possibile stop del programma di Fazio e Saviano sembra ormai superato dopo le indiscrezioni pubblicate stamane da alcuni organi di stampa. Secondo cui nel mirino del dg c'erano i costi previsti per ogni singola puntata. E soprattutto i contratti giudicati troppo onerosi di alcuni ospiti (da Benigni a Paolo Rossi, ad Antonio Albanese), che avrebbero partecipato al debutto del programma. Lo stesso Masi aveva poi corretto il tiro con una dichiarazione in cui si faceva rilevare "che in un caso la richiesta è di 250mila euro per una sola puntata". Il direttore generale aveva puntato poi il dito contro la stampa. "Al riguardo - aveva aggiunto Masi - c'è più che il sospetto che alcune notizie vengano fatte filtrare accampando inesistenti motivazioni politiche per "forzare" la trattativa economica". Il dg si era detto comunque fiducioso "nel recupero di ragionevolezza e quindi nel buon esito della trattativa stessa".

Malgrado la smentita del direttore generale, il clima in Rai, funestata anche dallo scontro sulla puntata di Report dedicata al premier Silvio Berlusconi, resta però difficile. E ad alimentare lo scontro è intervenuto anche il direttore di Raitre, Paolo Ruffini che solleva dubbi sulla messa in onda del programma. "Non sono sicuro se dopo quello che è successo Fazio e Saviano abbiano ancora intenzione di fare il programma - continua Ruffini -, né se in questo clima ci siano le condizioni per farlo come si deve proteggendo sia i protagonisti che li artisti ospiti. Nessuno di loro meritava una giornata come questa". Protesta invece la Federazione nazionale della stampa attraverso il segretario generale Franco Siddi. "Siamo ormai a scene da fine impero. Dopo il tentativo di fermare "Annozero" e le pressioni politiche, inutili, per condizionare Report, ora gli approfondimentì che rallentano la trasmissione del programma di Fazio e Roberto Saviano".

Insomma, le tegole per il programma del duo Fazio-Saviano aumentano. E già la collocazione in palinsesto era stata al centro di frizioni con la direzione generale. Che, contrariamente agli accordi, aveva deciso di modificare la messa in onda: non più di mercoledì ma di lunedì contro il Grande Fratello partito ieri su Canale 5. L'altra grande corazzata targata Endemol, che produce anche "Vieni via con me".

 

 

 

 

Garimberti: garantisco io

Marco MeleCronologia articolo21 ottobre 2010

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Questo articolo è stato pubblicato il 21 ottobre 2010 alle ore 06:39.

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ROMA

Lo scontro "sulla" Rai diventa, inevitabilmente, scontro interno alla Rai e viceversa.

Il presidente del servizio pubblico, Paolo Garimberti, ha risposto, ieri, alla lettera inviatagli da Roberto Saviano. "Di questa tendenza al ritardo, di questo andazzo, ho già parlato in Cda, perché finisce per generare polemiche a lettura politica che ci fanno finire sui giornali e danneggiano l'immagine della Rai. Quando non rischia addirittura di incidere economicamente". "La mia Rai ideale - continua Garimberti - è un'azienda normale, che sui giornali ci finisce una volta l'anno". Una lettera che comincia così: "Dico subito, in estrema sintesi, come la penso: io sulla libertà non tratto. So bene cosa significa scontrarsi quotidianamente con chi tenta di mettere in gabbia la tua libertà. Il pluralismo si fa aggiungendo voci e non sottraendone. E la Rai deve saper accogliere tutte le voci" conclude il presidente di Viale Mazzini.

Molto dura la precisazione del direttore generale Mauro Masi: "Nelle vicenda "Vieni via con me" (il programma di Saviano e Fabio Fazio, ndr) non c'è alcun ritardo né tantomeno alcuna censura preventiva. Chi parla dell'uno e dell'altra dimostra grande superficialità o perché non conosce nel dettaglio i fatti o, sicuramente in buona fede, si fa fuorviare da chi persegue interessi estranei alla trasmissione e alla Rai".

Difficile pensare ad un presidente che non conosca nel dettaglio la vicenda di "Vieni via con me". Garimberti ha preferito non fare commenti sulla replica di Masi. Nel corso del Cda di ieri, dedicato a un aggiornamento sull'attuazione del Piano industriale, Masi ha assicurato ai consiglieri che il programma di Saviano e Fazio andrà in onda, perché "è tutto risolto". Per il consigliere Antonio Verro, area Pdl, "la Rai, in questo momento, non ha bisogno né di martiri né di eroi, ma di comportamenti responsabili".

Quanto ai tempi di attuazione del Piano triennale, i maggiori effetti si avranno intorno alla metà del 2011. La Sipra ha confermato il raggiungimento, o quasi, del budget previsto per il 2010, con una raccolta che dovrebbe arrivare a 1 miliardo e 30 milioni di euro, una decina di milioni sotto al budget: molto dipenderà dal periodo delle feste natalizie. È stata approvata la fusione di RaiTrade nella capogruppo. Su questa politica di "riassorbimento" delle controllate, che ha già coinvolto RaiSat e RaiNet, non sembrano esserci troppe obiezioni.

Eppure quando una società come RaiNet, tra l'altro, lancia il portale Rai.tv. che ha quattro milioni di accessi giornalieri, sigla un accordo "pilota" come quello con You Tube e realizza applicazioni innovative, ultima quella del Tg1 per l'I-phone, ci si potrebbe chiedere se, all'interno di una direzione della capogruppo ci sarà la stessa possibilità di sviluppare un lavoro innovativo d'eccellenza.

 

 

Fazio e Saviano: la Rai ci blocca

Cronologia articolo19 ottobre 2010Commenti (2)

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Questo articolo è stato pubblicato il 19 ottobre 2010 alle ore 09:47.

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Problemi anche per un altro programma Rai. A tre settimane dalla messa in onda, rischia di saltare "Vieni via con me", di e con Fabio Fazio e Roberto Saviano, la cui partenza è prevista l'8 novembre in prima serata su Raitre.

 

"Siamo tutti senza contratto: così non si va in onda", ha denunciato ieri sera Fazio, dopo aver appreso dello stop ai contratti per Roberto Benigni, Paolo Rossi e Antonio Albanese attesi come ospiti della prima puntata. Quei contratti non sono ancora arrivati sul tavolo del dg Mauro Masi, fa sapere la direzione generale, peraltro sottolineandone le condizioni economiche "molto, ma molto onerose".

Ma Fazio replica: "Benigni aveva accettato tutte le condizioni poste dalla Rai. Evidentemente in questo momento la tv non può permettersi di raccontare la realtà".

E anche il direttore di rete, Paolo Ruffini, rileva come i "rallentamenti" subiti dall'inizio dal programma abbiano avuto piuttosto a che fare con "i temi che aveva e che ha in animo di trattare": le connessioni tra mafia e politica, la ricostruzione all'Aquila, l'emergenza rifiuti in Campania, le carceri.

 

 

 

 

 

2010-10-21

Garimberti: garantisco io

Marco MeleCronologia articolo21 ottobre 2010

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Questo articolo è stato pubblicato il 21 ottobre 2010 alle ore 06:39.

ROMA

Lo scontro "sulla" Rai diventa, inevitabilmente, scontro interno alla Rai e viceversa.

Il presidente del servizio pubblico, Paolo Garimberti, ha risposto, ieri, alla lettera inviatagli da Roberto Saviano. "Di questa tendenza al ritardo, di questo andazzo, ho già parlato in Cda, perché finisce per generare polemiche a lettura politica che ci fanno finire sui giornali e danneggiano l'immagine della Rai. Quando non rischia addirittura di incidere economicamente". "La mia Rai ideale - continua Garimberti - è un'azienda normale, che sui giornali ci finisce una volta l'anno". Una lettera che comincia così: "Dico subito, in estrema sintesi, come la penso: io sulla libertà non tratto. So bene cosa significa scontrarsi quotidianamente con chi tenta di mettere in gabbia la tua libertà. Il pluralismo si fa aggiungendo voci e non sottraendone. E la Rai deve saper accogliere tutte le voci" conclude il presidente di Viale Mazzini.

Molto dura la precisazione del direttore generale Mauro Masi: "Nelle vicenda "Vieni via con me" (il programma di Saviano e Fabio Fazio, ndr) non c'è alcun ritardo né tantomeno alcuna censura preventiva. Chi parla dell'uno e dell'altra dimostra grande superficialità o perché non conosce nel dettaglio i fatti o, sicuramente in buona fede, si fa fuorviare da chi persegue interessi estranei alla trasmissione e alla Rai".

Difficile pensare ad un presidente che non conosca nel dettaglio la vicenda di "Vieni via con me". Garimberti ha preferito non fare commenti sulla replica di Masi. Nel corso del Cda di ieri, dedicato a un aggiornamento sull'attuazione del Piano industriale, Masi ha assicurato ai consiglieri che il programma di Saviano e Fazio andrà in onda, perché "è tutto risolto". Per il consigliere Antonio Verro, area Pdl, "la Rai, in questo momento, non ha bisogno né di martiri né di eroi, ma di comportamenti responsabili".

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